Il Sars-CoV-2 sarà pure un virus misterioso, del quale non si conoscono ancora le origini spaziali e temporali, ma si comporta proprio come tutti gli altri suoi colleghi. Se l’obiettivo degli agenti patogeni è quello di diffondersi il più possibile, saltando da un organismo all’altro così da replicarsi all’infinito e non estinguersi, allora, per loro, sarà fondamentale stabilire un equilibrio accettabile con gli ospiti colpiti. In altre parole, i virus più “intelligenti” – cioè quelli che, a distanza di secoli, continuano a circolare – dovranno diventare “più buoni”. Pena: l’uccisione di tutti gli ospiti contagiati e, di riflesso, la morte dello stesso virus.

Detto altrimenti: un virus che vorrà avere la chance di continuare a sopravvivere, dovrà fare in modo di non uccidere gli organismi che andrà a contagiare. Quindi, con il tempo, infezione dopo infezione, il patogeno intelligente diventerà meno pericoloso, mentre l’ospite più resistente. Non solo: per assicurarsi un futuro roseo, il nostro virus dovrà imparare a replicarsi contagiando altre persone o animali. Giusto per fare un esempio, i virus che colpiscono gli ospiti creando sintomi lievi, escogitando modi per infettare altri soggetti, sono intelligenti; infatti, non fanno morire il loro bersaglio e, al tempo stesso, riescono a diffondersi. I virus stupidi, al contrario, finiscono per uccidere l’ospite compromettendo ogni possibilità di ulteriore contagio.

Mutazioni e trasformazioni

Per diventare meno pericoloso, un virus deve quindi andare incontro a trasformazioni. Queste mutazioni, continue ma il più delle volte irrisorie al punto da non alterare il comportamento dell’agente patogeno, in alcuni casi possono dare vita a varianti degne di rilievo. Nel caso del Sars-CoV-2, sono state rilevate varianti più contagiose rispetto alla versione tradizionale. Come ha evidenziato il New York Times, fin dalla sua prima diffusione nel pianeta, il nuovo coronavirus stava già modificando la propria sequenza genetica per adattarsi agli ospiti. Solo che i media hanno iniziato a focalizzare la loro attenzione sulle varianti poche settimane fa, in concomitanza con la comparsa della cosiddetta variante inglese del Sars-CoV-2.

“Sembra causare un innalzamento della mortalità“, ha recentemente dichiarato il primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, riferendosi alla variazione del coronavirus che sta minacciando l’Uk. Eppure, i dati scientifici in realtà non vanno in questa direzione, e ancora parlano di maggiore contagiosità ma non di maggior letalità. Bisogna, dunque, temere le varianti del coronavirus? Da un punto di vista tecnico, le trasformazioni che rendono il virus più contagioso potrebbero creare problemi nella gestione dell’epidemia, con più infetti e strutture ospedaliere sotto stress. Ma un virus più contagioso, se non dovesse modificare la mortalità, potrebbe addirittura “alleggerire” la pericolosità della malattia e contribuire a rendere la popolazione più resistente all’agente patogeno. Secondo uno studio pubblicato su Science, il Sars-CoV-2 potrebbe addirittura diventare endemico e raggiungere un tasso di letalità addirittura inferiore rispetto a quello dell’influenza stagionale.

Le varianti da tenere d’occhio

Come sottolineato dall’Agi, da quando il Sars-Cov-2 ha fatto la sua comparsa sono state registrate migliaia di varianti del virus. Sono però tre, in particolare, quelle scoperte nell’ultimo periodo che hanno destato non pochi timori da parte della comunità scientifica. Partiamo dalla vitata variante inglese. Si chiama B.1.1.7 e, a detta degli scienziati, si sarebbe originata nel Sud-Est dell’Inghilterra, a settembre. Le alterazioni che caratterizzano questa variante sarebbero almeno 23, 14 delle quali localizzate sulla proteina spike, la “chiave d’ingresso” del virus nella cellula. I primi dati indicano che questa variante è probabilmente più contagiosa, ma non più virulenta. E sembra possa essere neutralizzata dagli attuali vaccini anti Covid.

Passiamo, poi, alla variante sudafricana, la versione 501.V2 di Sars-CoV-2, individuata a ottobre. Come indica il nome, è si è diffusa in Sud Africa. A metà novembre, 501.V2 rappresentava il 90% dei genomi sequenziati dagli scienziati sudafricani. Come per la variante inglese, anche questa sembrerebbe essere più contagiosa ma non più pericolosa. Nel complesso la variante conta 21 mutazioni, nove delle quali concentrate nella spike. Anche in questo caso, gli esperti concordano sul fatto che i vaccini anti Covid dovrebbero essere efficaci. Arriviamo infine alla variante brasiliana, la B.1.1.28 riscontrata più recentemente in un caso di reinfezione. Nella seconda infezione i sintomi della donna sono peggiorati. Questa variante contiene mutazioni preoccupanti: una, in particolare, cambierebbe la forma della proteina spike all’esterno del virus in un modo che potrebbe renderla meno riconoscibile al sistema immunitario rendendo più difficile il compito degli anticorpi. Si sta studiando se questa variante possa rendere inefficaci gli attuali vaccini.

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