L’economia è stagnante, la società civile è in fermento come mai prima d’ora, e il sistema partitocratico incardinato sul ruolo egemonico di Russia Unita inizia a mostrare segni di grave cedimento; il 2019 si sta rivelando l’annata più difficile dell’era Putin. Non era possibile rivolgere la stessa attenzione simultaneamente alle relazioni internazionali e alla situazione interna, ma dalla prima dipendeva la protezione della seconda e, di questo, il presidente ne era consapevole.

Personaggi un tempo irrilevanti ma celebrati in Occidente in qualità di figure d’opposizione di spessore, come gli attivisti anticorruzione Alexei Navalny e Lyubov Sobol, sono oggi realmente a capo di movimenti di protesta che stanno scuotendo le strade di Mosca da inizio luglio. I manifestanti chiedono maggiore trasparenza e ascolto da parte delle istituzioni, e criticano l’operato dei politici di Russia Unita, locali e nazionali, accusati di corruzione, clientelismo e nepotismo.

Le proteste delle ultime settimane

Da inizio luglio, ogni sabato, una piccola onda umana sta percorrendo le vie centrali di Mosca per protestare contro la decisione della commissione elettorale locale di rifiutare la registrazione di numerosi candidati indipendenti alle prossime elezioni della capitale, che si terranno in settembre. Secondo la commissione, le registrazioni sono state rifiutate per via del numero di firme risultate invalide durante i controlli, eccedenti il tetto massimo del 10%. In pratica, gli esclusi avrebbero tentato di superare la soglia minima dell’eleggibilità raccogliendo firme false, una truffa che, però, sarebbe stata scoperta durante la verifica della loro attendibilità.

Sobol, un’avvocatessa riciclatasi attivista civile che risulta tra i respinti alle elezioni, ha quindi invitato la cittadinanza a protestare, coordinandosi con Navalny, con il quale condivide le cause dell’anticorruzione e dell’antiputinismo. Durante la marcia autorizzata del 20 luglio, Navalny aveva lanciato un ultimatum alla commissione elettorale: ammissione degli esclusi alle elezioni o proteste ad oltranza.

La mattina del 27 luglio sia Navalny che Sobol sono stati arrestati preventivamente, per impedirgli di prendere parte alla marcia non autorizzata, mentre la giornata si è conclusa con più di 1000 arresti. Il fermo di Navalny è stato immediatamente confermato e l’attivista ha ricevuto una mite condanna a 30 giorni di reclusione, anche alla luce dei numerosi precedenti penali per gli stessi reati; durante l’incarcerazione ha anche avuto ampio risalto un presunto tentativo di avvelenamento nei suoi confronti.
Lo stesso scenario si è ripetuto il sabato seguente, 3 agosto, con il fermo di Sobol e l’arresto di oltre 600 persone durante la protesta non autorizzata, e potrebbe ripetersi l’8 qualora la marcia – questa volta autorizzata – dovesse degenerare in scontri o procedere verso luoghi diversi da quelli concordati – come già accaduto del resto.

Da Mosca a Ekaterinburg, il malcontento dilaga

Le proteste di queste settimane sono soltanto l’ultimo episodio sintomatico di un malessere popolare, rivolto verso le istituzioni, sempre più vasto, di cui i decisori faticano a comprendere le reali origini e, perciò, ne vengono travolti. A questo proposito è emblematico riportare quanto accaduto nei mesi scorsi a Ekaterinburg e a Mosca.

A maggio Ekaterinburg, la quarta città russa per dimensioni, è stata scossa da forti proteste popolari, a base di scontri, arresti e occupazioni di suolo pubblico, per via del progetto di ricostruire la cattedrale dedicata a santa Caterina, demolita nel 1930 dalle forze comuniste, nel più grande parco pubblico della città. Lo stesso Putin aveva sottovalutato la situazione, insinuando che dietro gli eventi potessero esserci attivisti antigovernativi provenienti da Mosca, ma dagli incontri fra manifestanti e autorità locali era emersa la genuinità delle proteste.

Infine il cantiere è stato spostato altrove, dopo che un sondaggio tra i residenti – avviato su iniziativa dello stesso Putin – aveva palesato una maggioranza schiacciante: il 74% degli intervistati era contrario alla cattedrale in quel parco.

Il 7 giugno il giornalista investigativo Ivan Golunov, noto per le sue inchieste sul tema della corruzione fra gli esponenti di Russia Unita, viene arrestato nel suo appartamento di Mosca con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti. Tuttavia, l’idea che si trattasse di un complotto per metterlo a tacere aveva prodotto sia marce di solidarietà che l’intervento di figure popolari per chiederne il rilascio. Anche i grandi media si erano schierati a favore del giornalista, mentre tre giornali a tiratura nazionale, Kommersant, Vedomosti e RBK, avevano pubblicato un editoriale congiunto intitolato “Io sono / Noi siamo Ivan Golunov”.

Dopo quattro giorni di mobilitazione mediatica e proteste di strada, Golunov viene rilasciato e le accuse contro di lui cadono, mentre si apre un’inchiesta per la condotta delle forze dell’ordine.

Cogliere la transizione, guidare il cambiamento

Gli eventi degli ultimi tre mesi sono lo specchio di una società in transizione alla ricerca di risposte da parte di istituzioni che sono percepite al tempo stesso sorde e lontane. Putin, essendo l’uomo forte su cui si regge l’intero ordine post-eltsiniano e l’ideatore di Russia Unita, è considerato dai russi come colui che tutto può: un risolutore ed un creatore di problemi. Anche quando le proteste non lo toccano direttamente, perché aventi altri obiettivi, lui, comunque, viene coinvolto alla luce di queste ragioni.

La più palese conseguenza di tutto ciò è che il consenso verso Putin varia a seconda degli interessi contingenti della popolazione e della situazione socioeconomica nazionale. Infatti, dopo aver raggiunto uno storico picco di approvazione dell’87% all’indomani degli interventi in Siria ed Ucraina, l’ultimo mandato presidenziale si è invece aperto con il graduale crollo dei consensi. Secondo i più recenti sondaggi d’opinione, effettuati dall’indipendente Levada e dal governativo Vtsiom, il 53% degli intervistati vorrebbe Putin rimosso dalla presidenza, e solo il 33% continuerebbe ad avere fiducia in lui.
L’unico modo che Putin ha di preservare l’ordine post-eltsiniano, da cui dipende anche lo status di grande potenza ri-acquisito, è di ascoltare le istanze di una società che sta cambiando, perché la repressione non potrà che fare il gioco dei suoi rivali, interni ed esterni.

Nel fare questo, il presidente dovrà inevitabilmente mettere in discussione gli interessi della rete di potere oligarchica formatasi dalle ceneri dell’Unione Sovietica e sulla quale si fondano quei complessi politico-affaristici sempre più invisi agli occhi della popolazione. Anche la Chiesa ortodossa, che è l’istituzione più potente del paese ed uno dei pilastri della Russia postcomunista, è chiamata a svolgere un ruolo in questa transizione obbligata, come palesato dagli eventi di Ekaterinburg. Misticismo e religiosità continuano a caratterizzare l’animo popolare, ma è anche in aumento la percezione che il clero persegua interessi mondani e temporali a detrimento di quelli spirituali e che si sia sostanzialmente trasformato nel braccio spirituale di Russia Unita.