Il 20 luglio 1969 la missione spaziale della Nasa denominata Apollo 11 portò i primi uomini della storia a calpestare la superficie della Luna. Grazie a Neil Armstrong e Buzz Aldrin, gli stati Uniti legarono per sempre il loro nome, la loro fama, la loro storia alle gesta di questa memorabile impresa; il soft power di Washington raggiunse vette impensabili e ne guadagnò anche il sistema politico, considerato, a torto o a ragione, il modello perfetto da imitare in tutto il mondo. Oggi, a distanza di 50 anni dal leggendario allunaggio, Washington sembra aver perso il fascino conquistato, in parte per cause interne, ma soprattutto per l’avanzare di nuove potenze, all’avanguardia nella tecnologia così come nella scienza.

Stati Uniti unici a reggere il passo

I paesi occidentali, tranne sporadici casi, faticano a controllare quanto accade all’interno dei loro confini, quindi figuriamoci se vogliono investire fiumi di denaro per effettuare costose missioni spaziali ormai già fatte in passato. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno un’agenda fittissima; tra le tappe più importanti, Washington ha in mente di effettuare il primo test di volo senza equipaggio nel 2020, quindi è prevista per il 2025 la missione Artemisis 4, incaricata di creare lo sviluppo sostenibile di una presenza umana sulla Luna e, per finire, l’arrivo umano su Marte nel 2030. Lo stesso ragionamento non viene fatto in Asia, dove anzi i governi stanno accelerando al massimo per conquistare lo spazio, nuova frontiera in cui estendere la propria sfera d’influenza. Prendiamo il Giappone, che può esultare per la riuscita missione di Hayabusa-2, la sonda lanciata nello spazio da Tokyo per raccogliere frammenti di un asteroide da riportare sulla Terra. Questi frammenti, che la sonda dovrà riportare a casa, potrebbero offrire agli scienziati nuove risposte sull’origine dell’universo.

Giappone alla conquista dello spazio

Ma Hayabusa-2 è solo l’antipasto di ciò che ha in mente il Giappone, il quale intende affidarsi ai suoi campioni nazionali per sfidare i limiti spaziali. Toyota è la più grande azienda automobilistica giapponese e, dopo aver fatto successo con auto di ogni tipo, intende dedicarsi alla costruzione di un rover lunare. La Japan Aerospace Exploration Agency (Jaxa), l’agenzia spaziale del Giappone, ha stipulato un accordo di ricerca triennale con Toyota per produrre un veicolo pressurizzato, così da ospitare astronauti senza che questi debbano indossare le apposite tute spaziali. L’obiettivo è inviare il rover sulla luna a bordo di un razzo americano, entro il 2029; da notare come gli Stati Uniti rientrino in scena ma solo da attori co-protagonisti.

La fame asiatica

Anche altri governi asiatici si sono mossi nella direzione del Giappone, e anzi per certi versi lo hanno preceduto. La Cina, ad esempio, ha inviato sul lato oscuro della Luna Chang’e 4, un rover simile a quello che intende costruire Toyota. Pechino ha inoltre già programmato le prossime mosse, dopo che i suoi robottini hanno calpestato l’altra faccia della Luna. Fra un anno, nel 2020, i cinesi dovrebbero lanciare una nuova missione, con l’obiettivo di raccogliere rocce e polveri lunari da inviare a Terra con un veicolo apposito, oltre all’invio di una sonda su Marte. Entro il 2030, invece, la Cina vuole piazzare nello spazio una stazione lunare e bruciare gli Stati Uniti nell’effettuare le prime missioni sul Pianeta Rosso. Insomma, mentre paesi asiatici, come Cina e Giappone, hanno fame di conquistare l’inconquistato, c’è chi a Occidente continua a godere di antichi ricordi.