L’Argentina sta attraversando una fase molto difficile della sua lunga storia. Il Paese subisce gli effetti della grave crisi economica, è recentemente andato in default ed è alle prese con la pandemia di Covid-19. L’amministrazione peronista guidata da Alberto Fernandez ha cercato di arginare la diffusione del morbo imponendo un rigido lockdown sin dal mese di marzo, sull’esempio di quanto è stato fatto in Europa, ma la curva dei contagi, inizialmente più stabile, è tornata a crescere nel corso degli ultimi giorni. I casi totali di Covid-19 sono quasi raddoppiati, passando dai 15.406 del 29 maggio ai 28.751 del 12 giugno ed ormai vengono registrate oltre 1.100 nuove infezioni al giorno. Più contenuto il numero dei morti che sono passati dai 520 del 29 maggio ai 785 del 12 giugno.

La strategia argentina

L’approccio della Casa Rosada nella gestione della crisi è stato contrassegnato dalla prudenza. Il lockdown è stato dichiarato il 20 marzo, sono stati chiusi i confini del Paese ed è stato imposto il divieto ad effettuare voli commerciali sino al primo settembre. La velocità con cui sono state adottate le misure ha consentito al sistema sanitario di prepararsi al possibile aumento dei casi ed è stato particolarmente utile nella capitale Buenos Aires, tra le aree più colpite dall’epidemia. Nella giornata del 12 giugno, ad esempio, ben 1301 casi sui 1389 sono stati individuati nella città, la cui area metropolitana raccoglie il 40 per cento degli abitanti del Paese e la maggior parte dei casi di Covid-19. Le misure sono state allentate a partire da maggio ma Buenos Aires e le province di Chaco, Cordoba, Chubut e Rio Negro saranno comunque soggette a restrizioni almeno sino al 28 giugno. Nel resto del Paese, invece, è già consentita la libera circolazione delle persone e la riapertura delle attività anche per stimolare un’economia che versa in stato di grave crisi.

Le villas di Buenos Aires

Il Covid-19 si è diffuso con particolare facilità all’interno delle periferie più povere di Buenos Aires, le cosiddette favelas che in Argentina sono conosciute con il nome di villas. L’assenza di acqua con cui pulirsi e lavarsi le mani, le pessime condizioni igieniche in cui sono costretti a vivere gli abitanti ed il sovrappopolamento hanno potenziato ed amplificato le capacità espansive del virus. Questo stato di cose ha scatenato le proteste e la rabbia degli abitanti ma è probabile che la situazione non sia destinata a mutare nel breve periodo. Nella sola Buenos Aires almeno 350mila persone vivono nelle villas ma questo numero aumenta sino a tre milioni se si considera anche la cintura periferica della città. Il totale dei quartieri poveri in cui manca tutto è di 1800 e qui applicare il distanziamento sociale è particolarmente difficile. La penetrazione del virus ha poi costretto, in alcuni casi, a trasformare queste aree in vere e proprie zone rosse: è il caso di Villa Azul a Quilmes, che ha subito un isolamento totale a partire dal 26 maggio.

Il ruolo del clima

Alcuni fattori potrebbero aver contribuito, in un primo momento, a rendere più lenta la diffusione del Covid in America Latina. Diversi Paesi della regione non avevano sviluppato una sufficiente capacità di test e quindi è possibile che ci sia stata una sottostima dei casi, c’è poi da considerare soprattutto il ruolo del clima. A febbraio e marzo le temperature più elevate potrebbero aver impedito al Covid di diffondersi con più facilità. L’inverno australe, che va dal mese di giugno a quello di agosto, è però imminente e le temperature hanno già iniziato ad abbassarsi. Il freddo potrebbe essere uno dei responsabili della situazione argentina e ciò costituisce un monito per l’Europa. I Paesi del Vecchio Continente, infatti, temono l’arrivo di una seconda ondata a partire dal mese di ottobre e ciò che sta accadendo in Argentina potrebbe semplicemente anticipare quello che accadrà, in seguito, nell’emisfero boreale. Nulla è comunque perduto: i Paesi europei hanno subito la prima, fortissima ondata della pandemia ma non dovrebbero farsi cogliere impreparati qualora il morbo ritorni. Lo sguardo dei leader europei, in ogni caso, potrebbe orientarsi, nel corso dell’estate, in direzione di Buenos Aires per cercare di cogliere eventuali segnali e sviluppi locali.

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