L’antisionismo è una “convinzione filosofica tutelata”: l’Università di Bristol sconfitta in appello

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«L’antisionismo è ora una convinzione filosofica protetta ai sensi dell’Equality Act 2010. Punto e basta». Con queste parole, il professor David Miller ha commentato la sentenza dell’Employment Appeal Tribunal (Eat) che ha respinto l’appello dell’Università di Bristol, confermando integralmente la vittoria del docente davanti al Tribunale del lavoro. La pronuncia, depositata il 4 agosto 2026, rappresenta un passaggio cruciale nel dibattito britannico – e internazionale – sul confine tra critica politica e discriminazione etnico-religiosa. Il collegio giudicante, presieduto da Lord Fairley, ha stabilito che le convinzioni antisioniste di Miller – definite come la persuasione che il sionismo politico sia «intrinsecamente razzista, imperialista e colonialista» e debba pertanto essere contrastato – soddisfano i cinque criteri previsti dalla sezione 10 dell’Equality Act per essere qualificate come «convinzioni filosofiche protette». Una vittoria per la libertà d’espressione di estrema rilevanza.

“Antisionismo”, vittoria in tribunale

La vicenda di Miller, professore di Sociologia politica assunto a Bristol nel 2018, affonda le radici nel febbraio 2019, quando una sua lezione sull’islamofobia attirò le prime contestazioni. Due studenti segnalarono il caso al Community Security Trust, che trasmise le lamentele all’ateneo. Ma fu il febbraio 2021 a segnare il punto di svolta: durante un evento online intitolato Building the Campaign for Free Speech, Miller definì il sionismo «razzista» e Israele una «società coloniale di insediamento», collocando inoltre la Bristol Jewish Society e la Union of Jewish Students all’interno della struttura organizzativa del movimento sionista.

Le reazioni furono immediate. Una campagna orchestrata da organizzazioni e figure filo-israeliane chiese a gran voce il licenziamento del professore. Oltre cento parlamentari britannici firmarono una lettera in tal senso, mentre la Union of Jewish Students ne sollecitò la sospensione. L’ateneo, pur avendo affidato a Aileen McColgan KC due distinte indagini indipendenti che in entrambi i casi esclusero profili di antisemitismo e reati disciplinari, avviò comunque un procedimento interno che si concluse nell’ottobre 2021 con il licenziamento per «grave cattiva condotta».

Perché è importante

La sentenza contiene un passaggio destinato a fare giurisprudenza. I giudici hanno infatti affermato che «è coerente descrivere come «razzista» un’ideologia (il sionismo, ndr) che promuove la creazione di uno Stato (in questo caso, Israele) per una sola razza di persone (gli ebrei) in un territorio che conteneva un gran numero di persone di razza diversa (i palestinesi)». E ancora: «Un’ideologia del genere, che sostiene la migrazione di membri del primo gruppo nel territorio con il sostegno di una potenza imperiale per rimuovere una popolazione indigena, può essere coerentemente descritta come coloniale e imperialista».

Il tribunale ha inoltre respinto la tesi dell’università secondo cui le convinzioni politiche sarebbero escluse dalla protezione dell’Equality Act, e ha ribadito che la tutela della libertà di espressione riveste un’importanza particolare nei casi che coinvolgono discorsi politici.

Tuttavia, va detto che la sentenza, pur rappresentando un precedente vincolante per i tribunali del lavoro di tutta la Gran Bretagna, non equivale a una protezione incondizionata per qualsiasi manifestazione di antisionismo. L’Eat ha infatti confermato la riduzione del 50% del risarcimento a Miller per «concorso di colpa», in ragione dei commenti aggressivi rivolti agli studenti e alle associazioni studentesche ebree. Il tribunale ha riconosciuto che l’università perseguiva obiettivi legittimi – come la tutela degli studenti e la salvaguardia della propria reputazione – ma ha giudicato il licenziamento una risposta sproporzionata, laddove una sanzione disciplinare meno severa sarebbe stata appropriata.

Le reazioni

Il principio affermato nel caso Miller avrà rilevanza in altri contenziosi già in corso. Un ex dipendente dell’Arsenal ha citato in giudizio il club, sostenendo di essere stato licenziato per le sue opinioni antisioniste e per il sostegno alla Palestina. Un medico del Servizio Sanitario Nazionale ha inoltre promosso un’azione giudiziaria contro l’uso della definizione operativa di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance, dopo essere stato sospeso per dichiarazioni politiche.

La reazione di Miller non si è fatta attendere: «Questa è un’umiliazione pubblica per il regime sionista genocida, i cui “asset” in Gran Bretagna hanno intimidito l’università fino a farmi licenziare e poi l’hanno trascinata in questo appello futile. La loro strategia legale è crollata. La loro campagna di pressione è clamorosamente fallita».

Dall’altra parte, Jonathan Turner, direttore di UK Lawyers for Israel, ha sottolineato che la sentenza non stabilisce che i datori di lavoro non possano licenziare un dipendente antisionista, e che il tribunale ha riconosciuto la colpevolezza di Miller per alcuni dei suoi comportamenti. L’Università di Bristol si è detta «delusa» dalla pronuncia, ribadendo il proprio impegno a «proteggere la libertà di parola e di espressione» nel rispetto dei codici di condotta.

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