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Società

L’antisemitismo in Italia: perché il Rapporto del Cdec è gravemente sbagliato

Il peccato originale del Rapporto sta nell’adozione della definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance.
antisemitismo

Esiste una forma particolare di cecità che colpisce le istituzioni quando decidono di trasformare fenomeni sociali magmatici in fredde metriche amministrative. Il recente rapporto del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (Cdec) sull’antisemitismo in Italia ne è un esempio quasi perfetto. Leggendo il documento relativo al 2025 ci si imbatte in numeri che la Fondazione definisce allarmanti, con una crescita degli episodi che sembra non arrestarsi. Ma appena si guardano gli esempi messi sul tavolo, ci si ritrova immersi in una prassi segnalatoria che sembra obbedire più alla logica della realpolitik che alla comprensione storica.

Il problema non è l’esistenza dell’antisemitismo, che anzi gode di ottima salute e si nutre di nuovi passaparola socialmediali, stereotipici antichi e notizie inventate, dalle fogne aperte del caso Epstein alle mitologie sulla sostituzione etnica, ma il modo in cui questo odio viene catalogato e neutralizzato da una definizione che finisce per fagocitare la realtà stessa.

Il peccato originale metodologico risiede nell’adozione della definizione operativa di antisemitismo dell’Ihra, ovvero l’International Holocaust Remembrance Alliance. Si tratta di un testo che è stato adottato da decine di governi e istituzioni internazionali, tutti schierati acriticamente con Israele fin dalle prime fasi della rappresaglia a Gaza, incluso il Parlamento europeo, ma che da tempo è al centro di critiche da parte di accademici e attivisti, anche di origine ebraica. Tra gli esempi di antisemitismo elencati dalla definizione figurano anche alcune forme di critica radicale verso Israele, come l’affermazione che l’esistenza di uno Stato di Israele sia un progetto razzista, o che il mondo sarebbe un posto migliore senza Israele. Adottata dal Cdec, questa sovrapposizione finisce per gonfiare artificialmente i numeri dell’antisemitismo reale, inserendo nel conteggio anche legittime, per quanto talvolta poco ragionevoli o estreme, posizioni politiche antisioniste.

Nel rapporto del 2025 si legge che gli episodi registrati sono stati 963, un numero che segna un aumento del 100% rispetto al 2023 e addirittura del 400% rispetto al 2022. La maggior parte di queste segnalazioni riguarda l’ambiente digitale, dove l’uso di codici numerici o emoji viene interpretato come un modo per veicolare pregiudizi millenari.

Eppure, analizzando i grafici sulle matrici ideologiche, è evidente uno squilibrio. La quota di antisemitismo di tipo tradizionale, ad esempio contro gli ebrei “deicidi”, o nazionalista, contro gli ebrei al tempo stesso “corpo estraneo” o “che controllano tutto”, è di gran lunga minoritaria rispetto a quella legata al conflitto in Medio Oriente. La stragrande maggioranza degli episodi, il 67%, è classificata infatti sotto la voce “antisemitismo legato a Israele”. Questo, dati i parametri utilizzati, crea una sorta di zona grigia in cui viene etichettato come odio razziale anche qualcosa che, come cercheremo di dimostrare, ha invece a che fare con la politica e basta.

Accanto a commenti sui social, quasi sempre con pseudonimo, che sotto i post che commemorano l’Olocausto rinfacciano ai “sionisti” o rimpiangono che gli ebrei non siano stati tutti sterminati, il Cdec segnala come topoi antigiudaici puri anche dei fotomontaggi dove Netanyahu si ritrova i baffetti alla Hitler, oppure utenti che reputano quella di Hamas una “resistenza legittima”, senza che venga analizzato in alcun modo il ragionamento dietro a queste frasi. Quando un murale che riproduce Edith Bruck, reduce del campo di sterminio di Auschwitz, viene investito da insulti online nel Giorno della Memoria, per il Cdec il motivo scatenante è l’antigiudaismo, non il fatto che l’autore dell’opera, Alessandro Palombo, un mediocre provocatore kitsch, abbia avvolto Bruck in una enorme bandiera israeliana nel bel mezzo dell’offensiva a Gaza.

Inutile aggiungere che slogan come “Intifada” e “Palestina libera dal fiume al mare”, così come chi definisce Israele uno Stato “razzista” o “nazista” vengano inseriti nella definizione di antisemitismo del Cdec. Il caso dei turisti israeliani arrestati al festival musicale Tomorrowland in Belgio, con l’accusa di “crimini di guerra”, a seguito della presentazione di due denunce della Hind Rajab Foundation e del Global Legal Action Network, viene classificato come una forma di spionaggio e persecuzione.

Alcuni eventi fondamentali della storia palestinese vengono trattati in modo riduzionista o addirittura falsificatorio. La Nakba viene spiegata come “un termine per indicare l’esodo di circa 700.000 palestinesi a seguito dell’invasione di Israele da parte di quattro eserciti arabi nel maggio 1948”. Altri esempi forniti riguardano eventi di cronaca. Un episodio avvenuto presso l’autogrill di Lainate nel 2025 viene descritto nel rapporto come un’aggressione antisemita. Le ricostruzioni alternative fornite da attivisti e testimoni suggeriscono invece una dinamica opposta, in cui le provocazioni sarebbero partite da un turista contro persone di origine italo-palestinese.

Quando esempi di questo tipo finiscono in un rapporto ufficiale sull’antisemitismo, la credibilità dell’intero documento rischia di risentirne agli occhi di chi già guarda con sospetto all’operato delle leadership ebraiche, molto spesso schierate acriticamente con Netanyahu.

La situazione si complica ulteriormente nel panorama politico italiano. Da un lato c’è una destra e unestrema destra che stanno tentando di accreditarsi come lo scudo protettivo delle comunità ebraiche in funzione anti-islamica e conservatrice, un abbraccio che molte comunità ebraiche hanno scelto di accettare a causa dell’aumento dell’immigrazione musulmana e della crisi di popolarità di Israele. Dall’altro, c’è una sinistra radicale che, sentendosi criminalizzata per il proprio sostegno alla causa palestinese, finisce per ignorare o minimizzare i segnali di antisemitismo reale che pure filtrano nei propri ambienti.

È innegabile l’abitudine, nel fronte filopalestinese, di trasformare le parole “sionismo” e “Israele” in sinonimi di tutto ciò che di brutto, melmoso e prepotente c’è nel mondo: una scorciatoia ideologica che rischia di alimentare pregiudizi antiebraici, oltre che di far perdere di vista la necessità di allearsi con quegli ebrei che, pur non ripudiando quelle parole, sono aperti a riformare il loro rapporto con esse. Ma è anche vero che bisogna fare i conti con il sionismo reale teorizzato e praticato oggi, che porta inevitabilmente milioni di persone a giudizi politici netti. Talvolta sguaiati, ma non per questo meno legittimi o liquidabili come razzismo.

Per ora, l’effetto collaterale di inchieste come quella del Cdec è quello di avvelenare ancora di più il dibattito su Israele e gli ebrei. Finché continueremo a considerare ogni critica violenta, volgare o esagerata a Israele come una violazione dei confini della civiltà, non faremo altro che alimentare quei pregiudizi che a parole diciamo di voler combattere.

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