Le democrazie latinoamericane, come ricordato da Sergio Bassoli, Direttore Progetto Sviluppo della CGIL, sono segnate da diseguaglianze e profonda discriminazione ed il peculiare processo di trasformazione dei nuovi Stati, dove la vecchia classe dirigente coloniale ha avuto 500 anni di tempo per consolidare il proprio potere ed il controllo del territorio, ha creato una società profondamente diseguale. Le popolazioni indigene, almeno in un primo momento, hanno subito la negazione dei propri diritti civili e politici, l’espropriazione delle terre e la cancellazione della propria cultura. Ciò che resta della cultura indigena è tollerato e considerato un elemento di folklore ma non ha alcuna centralità nella nuova società. Oggi l’America Latina è un continente che ribolle lacerato dalle tensioni e a subire spesso sono le minoranze, come dimostrano almeno tre storie emblematiche.

Colombia: la guerra ai “conquistadores”

La Colombia è preda di una grave crisi sociale che rischia di trascinarla nel baratro. Le dimostrazioni popolari, nate in opposizione ad un progetto governativo di aumento delle tasse, hanno visto la partecipazione di comunità indigene che si sono rese protagoniste di gesti eclatanti. Tra questi l’abbattimento delle statue pubbliche raffiguranti personaggi storici controversi come Cristoforo Colombo, la Regina Isabella I ed i conquistadores. Il governo centrale del presidente conservatore Ivan Duque si è dimostrato disponibile al dialogo ed ha accettato di rimuovere diverse statue. Resta però aperta la questione relativa alle condizioni di vita delle minoranze indigene.

Secondo i dati ufficiali gli indigeni rappresentano il 3.4 per cento della popolazione, vivono perlopiù nelle aree rurali (78.6 per cento) e parlano 65 lingue Amerinde, 5 delle quali sono destinate all’estinzione nel breve periodo. Le riserve indigene occupano un terzo del territorio nazionale ma la maggior parte di queste deve affrontare gravi problemi ambientali provocati dalle attività estrattive che vi si svolgono. Il conflitto armato colombiano ha reso la vita impossibile a molti indigeni che si sono ritrovati ad essere vittime di massacri, oggetto di reclutamento forzato giovanile da parte delle FARC e che talvolta hanno dovuto rinunciare ai propri territori a causa della presenza delle mine. L’accordo che ha portato alla smobilitazione delle FARC non ha migliorato la situazione. Il governo non ha occupato i territori ribelli e gli indigeni si sono trovati al centro dello scontro tra paramilitari, forze di sicurezza e milizie interessate alle risorse naturali ed ai traffici di droga.

Brasile: il dialogo impossibile

In Brasile la popolazione indigena ammonta a 900mila persone ed è suddivisa in 305 tribù. Il governo ha riservato loro 690 territori, pari al 13 per cento della superficie terrestre del paese ed il 98.5 di questi si trova nell’area amazzonica. I capi indigeni e le organizzazioni che si occupano della tutela dei diritti umani hanno accusato il presidente Jair Bolsonaro di aver incoraggiato la distruzione dell’Amazzonia per trarne profitto e di non aver protetto i diritti della popolazione indigena ed hanno chiesto alla Corte Penale Internazionale di investigare sulle azioni del capo di Stato di destra radicale e di verificare se queste costituiscano dei crimini contro l’umanità.

La seconda ondata del Covid-19 ha inoltre decimato la popolazione dei nativi brasiliani colpita da tassi di infezione e di mortalità ben più alti di quelli della popolazione generale rispettivamente del 68 e del 58 per cento. La lista delle politiche anti indigene, secondo quanto riportato dal sito Survival international, è ben documentata ed ammonta ad un genocidio. Ogni possibilità di dialogo tra le parti sembra impossibile e destinata al fallimento.

Perù: l’abbandono delle tradizioni

La discriminazione e la marginalizzazione sembrano essere prevalenti anche in Perù. Il 33.7 per cento delle donne ed il 10.7 per cento degli uomini residenti nelle aree indigene e rurali è analfabeta mentre la stessa condizione riguarda solamente il 7.4 ed il 2.4 per cento delle donne e degli uomini che vivono in città. La percentuale di popolazione che parla le lingue indigene è in via di diminuzione perché i genitori stanno scegliendo di non insegnarle più ai figli e questa scelta, cosciente, di abbandonare le proprie tradizioni deriva dal trattamento negativo ricevuto all’interno della società. I più marginalizzati, in Perù, vivono nell’area delle Ande dove la grande maggioranza delle comunità indigene Quechua and Aymara è ridotta in miseria e le donne, spesso impiegate nell’agricoltura di sussistenza, sono spesso destinate ad una condizione di estrema indigenza. Nelle aree rurali dominano l’insicurezza alimentare e la mancanza di opportunità, che ha spinto molte persone a cercare fortuna nelle città. La vittoria (ancora non ufficiale) di Pedro Castillo, indigeno agricoltore proveniente dalle Ande, alle elezioni presidenziali peruviane potrebbe dar vita ad un cambio di paradigma. Castillo conosce molto bene la realtà da dove proviene e potrebbe essere motivato a migliorare la vita degli indigeni.

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