C’è la Corea del Sud del K-Pop, degli idoli musicali venerati in ogni continente, delle serie televisive apprezzate e rinomate in tutto il mondo, dei film pluri premiati. C’è anche una Corea più concreta, specchio del “miracolo sul fiume Han” che ha consentito a questo Paese di affermarsi come Tigre Asiatica in rampa di lancio: quella che nel corso dei decenni ha saputo imporsi come grande potenza economica, produttrice di automobili (Daewoo, Hyundai, Kia) e di tecnologia di consumo (Lg e Samsung in primis) di alto livello.
Esiste però anche la faccia nascosta della Repubblica di Corea, strettamente connessa alla sua storia, nonché collegata alla necessità di arginare la minaccia comunista proveniente dalla Corea del Nord. Un retaggio del passato che ancora oggi, a causa di una guerra mai finita e soltanto congelata con il Nord, di tanto in tanto continua a macchiare un sistema democratico e, almeno in superficie, occidentalizzato.
L’ultimo esempio coincide con l’arresto di tre attivisti sudcoreani bollati come spie al soldo di Pyongyang. Risultato: 12 anni di carcere a testa. Del resto, in materia di sicurezza, a Seoul tutto ruota attorno alla Legge sulla sicurezza nazionale (NSL), attuata dall’allora presidente dal pugno di ferro Syngman Rhee nel 1948, ma ancora adesso pietra miliare della legislazione sudcoreana. L’articolo 7 di questa disposizione controversa minaccia di punire “coloro che lodano, incoraggiano, diffondono (contenuti ndr) o collaborano con gruppi anti statali”. Vale a dire: la Corea del Nord e i suoi sostenitori.
In nome della sicurezza nazionale
Sia chiaro: la Corea del Sud resta una democrazia. Il punto è che l’ombra di un’incombente minaccia di guerra con il Nord mette (e ha messo) spesso a dura prova le libertà personali dei cittadini sudcoreani. “Sebbene la Corea del Sud sia per molti versi una democrazia vivace, con media e società civile forti, i diritti umani continuano a essere sacrificati in nome della sicurezza nazionale“, scriveva il Time nel 2018, alludendo alla storia di Lee Jin-young, attivista di lunga data, già incarcerato negli anni Ottanta per aver promosso la democrazia nel Paese quando ancora la democrazia al di sotto del 38esimo parallelo era un miraggio, e arrestato di nuovo per la gestione di Labor Books, una biblioteca online di informazioni sulla Corea del Nord.
Lee, nello specifico, era stato accusato di aver diffuso letteratura che “ha portato beneficio al nemico”, e avrebbe potuto affrontare svariati anni di prigione se un tribunale non avesse annullato le accuse mosse contro la sua persona.
È andata molto peggio al signor Lee Yoon-seop, condannato nel novembre 2023 a 14 mesi di prigione per aver elogiato la Corea del Nord in una poesia. Nel 2016, la poesia di Lee aveva vinto un concorso indetto dal sito statale del Nord Uriminjokkiri. Il tribunale distrettuale centrale di Seoul lo ha dunque condannato per aver violato la NSL. Chiara la posizione della corte: “L’imputato ha prodotto e diffuso un numero significativo di espressioni sovversive che rappresentano la posizione della Corea del Nord, la glorificano e la lodano, e che (al tempo stesso ndr) minacciano l’esistenza e la sicurezza del Paese (la Corea del Sud ndr) o l’ordine democratico liberale fondamentale. (Lo ha fatto ndr) per un lungo periodo di tempo, quindi è inevitabile che venga severamente punito”.
Lo scorso maggio, invece, i pubblici ministeri di Suwon hanno puntato il dito contro i leader sindacali sudcoreani accusandoli di spionaggio per conto di Pyongyang, evocando uno schema simile a quello di un film, con tanto di fantomatici incontri segreti tra i leader sindacali e presunti agenti nordcoreani in Cambogia, oltre a comunicazioni crittografate scambiate tra le parti nelle sezioni dei commenti di alcuni video pubblicati su YouTube.
Nel 2012, l’allora 24enne Park Jung-geun fu invece condannato a 10 mesi di prigione per aver ritwittato alcuni post di un account nordcoreano. La sua intenzione era quella di prendere in giro la propaganda nordcoreana, ma le autorità del Sud interpretarono il gesto di Park come un elogio di Pyongyang. Alla fine il ragazzo fu assolto, ma ogni anno decine di altri cittadini finiscono schiacciati dal peso ingombrante della NSL.
L’ombra di Pyongyang
Casi del genere, di accuse contro attivisti politici rei di spalleggiare in qualche modo Pyongyang, non sono così rari. Talvolta, come in occasione dell’ultimo episodio avvenuto pochi giorni fa, si intrecciano persino con lo spionaggio, creando dossier spinosi e di complessa lettura.
Il sito Nk News ha parlato di tre attivisti a favore dell’unificazione delle due Coree, membri del “Partito dei compagni di Chungcheong Nord per l’Unificazione Indipendente”, finiti in galera con l’accusa di aver spiato per conto della Corea del Nord, di aver preso ordini e accettato migliaia di dollari da agenti di Pyongyang. Nel 2021, l’ufficio della procura distrettuale di Cheongju aveva accusato i tre di aver svolto, a cavallo tra il 2017 e il 2021, “attività clandestine” per il Nord nella provincia nordcoreana di Chungcheong.
Gli attivisti – due uomini e una donna – avrebbero formato il Partito dei compagni di Chungcheong Nord e ricevuto dozzine di ordini dalla Corea del Nord. Le presunte spie, hanno sostenuto i pubblici ministeri, avrebbero ricevuto anche 20.000 dollari per condurre le loro operazioni, con gli 007 nordcoreani che avrebbero nascosto il denaro in contanti in un armadietto Walmart a Shenyang, in Cina, nel novembre 2019. Gli stessi pubblici ministeri hanno affermato che il gruppo avrebbe comunicato con gli agenti del Nord tramite messaggi crittografati, e che almeno un membro della comitiva avrebbe incontrato fisicamente i citati agenti a Phnom Penh, in Cambogia, nella primavera del 2018.
I tre avrebbero anche inviato informazioni ai funzionari di Pyongyang in merito alla posizione di un importante partito sudcoreano sull’introduzione della tecnologia dei jet stealth F-35A in Corea del Sud. Sempre secondo l’accusa, due dei tre membri sono stati accusati di aver organizzato proteste contro l’introduzione dell’F-35A nel Sud su istruzione degli agenti nordcoreani. Uno dei tre accusati ha negato tali ricostruzioni, affermando che il suo gruppo si era limitato a “preparare attivamente l’unificazione e a svolgere attività a livello privato” nel contesto del riavvicinamento intercoreano ai tempi del precedente governo nazionale guidato dal democratico Moon Jae-in.
“Pericolo rosso”
Nel novembre 2023, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha affermato di essere preoccupato per il fatto che in Corea del Sud continuino ad essere avviati procedimenti giudiziari ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale, e in particolare in base alla formulazione eccessivamente vaga dell’articolo 7 della richiamata legge. Il Comitato ha quindi rimarcato la sua preoccupazione per l’effetto dissuasivo che le leggi penali sulla diffamazione e la legge sulla sicurezza nazionale hanno avuto sulla libertà di espressione in Corea del Sud.
“Sebbene esista una situazione geopolitica unica nel Paese, questa non giustifica restrizioni illegali alla libertà di espressione che violano gli standard internazionali. Eventuali limitazioni di questo tipo devono rimanere necessarie e proporzionate per affrontare le minacce reali alla sicurezza nazionale”, si era invece espressa Amnesty sempre nel novembre 2023, spiegando che la NSL “è stata ripetutamente utilizzata per censurare, intimidire e imprigionare persone ritenute aver elogiato la Corea del Nord”.
La formulazione vaga della NSL la lascia tecnicamente aperta ad abusi da parte della polizia e di altre autorità. I governi del Sud, del resto, in passato hanno usato la legge – o meglio: la scusa della sicurezza nazionale – per colpire spie o personaggi pericolosi, certo, ma in molti casi anche per prendere di mira dissidenti e oppositori.
Per contrastare il “pericolo rosso” incarnato dal Nord, i servizi di intelligence sudcoreani sono andati oltre i compiti previsti dal loro mandato, quando tentando di influenzare le elezioni attraverso campagne online e quando monitorando dissidenti e oppositori del governo. Nel 2015, Open Net, una ong che difende le libertà di Internet, aveva persino lanciato una app per smartphone che consentiva agli utenti di scansionare i propri telefoni alla ricerca di tracce di software di sorveglianza. Per la cronaca, quell’applicazione fu scaricata 50.000 volte in sole tre settimane.
Intanto, il governo sudcoreano guidato dal conservatore di ferro Yoon Suk-yeol sta prendendo in considerazione un progetto per combattere la disinformazione, che potrebbe richiedere la chiusura di qualsiasi mezzo di informazione, compresi i canali YouTube. Non sarebbe una novità, visto che in Corea del Sud centinaia di migliaia di siti, molti dei quali relativi al Nord, vengono bloccati o cancellati ogni anno.
Sempre a causa delle tensioni con il Nord, in Corea del Sud due anni di servizio militare sono obbligatori per tutti gli uomini normodotati. Solo che, a differenza di quanto accade nella maggior parte degli altri Paesi dove vige la coscrizione obbligatoria, qui non esiste un’alternativa civile all’esperienza in divisa. Chi rifiuta, per qualsiasi ragione, rischia una pena detentiva fino a 18 mesi.
Capitolo scioperi e proteste. Per quanto riguarda le manifestazioni di protesta, ha scritto Le Monde Diplomatique, le dimostrazioni devono rispettare rigide norme, ad esempio quella secondo cui le dimostrazioni pubbliche non devono superare i 95dB di volume (equivalente a quello di un asciugacapelli). Pena per i trasgressori: fino a sei mesi di prigione.
In Corea ci sono innumerevoli restrizioni al diritto di sciopero. Oltre al divieto di “ostacolare gli affari”, punibile con la reclusione, è possibile scioperare solo contro il proprio datore di lavoro, un requisito che sostanzialmente trasforma gli accordi di subappalto in uno scudo protettivo per le grandi aziende. Di conseguenza, “essere un leader sindacale significa prima o poi andare in prigione”, ha dichiarato Yang Kyeung-soo, presidente della Confederazione coreana dei sindacati (KCTU), che ha ricevuto una condanna a un anno per aver organizzato uno sciopero durante la pandemia. Per Yoon, tra l’altro, gli scioperanti sono pericolosi quanto le “minacce nucleari nordcoreane”.
Insomma, le serie tv sudcoreane in onda su Netflix e gli idoli del K-pop hanno fatto dimenticare a gran parte del mondo che anche la Corea del Sud è alle prese con le proprie sfide in materia di diritti umani. Sfide da vincere al 100%, senza alcuna zona d’ombra, per restare nell’alveo delle democrazie mature.