Mentre l’Europa e l’America sono rimaste vittime della seconda ondata di coronavirus, Africa e Asia hanno respinto, o comunque sia attutito, il ritorno di fiamma del Covid-19. Per renderci conto della situazione basta dare un’occhiata alle tabelle aggiornate quotidianamente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dallo scorso settembre in poi la regione asiatica sta assistendo a un graduale calo dei contagi giornalieri: dai 105.368 del 17 settembre siamo arrivati ai 56.527 del 7 novembre. Calcolatrice alla mano, prendendo quest’ultima data, si tratta quasi del triplo di casi in meno rispetto all’America (158.238) e di circa sei volte in meno rispetto all’Europa (297.295). Per quale motivo nella regione asiatica c’è stato un simile calo di tendenza?

Ci sono versioni discordanti. C’è chi ha parlato del clima, chi si è soffermato sui sistemi politici dei Paesi asiatici, molti dei quali dittature, e chi ha puntato il dito sul background culturale. Le comunità asiatiche affondano infatti le radici nel confucianesimo, una complessa tradizione filosofica-religiosa che ruota attorno all’etica, alla morale e al rispetto nei confronti dell’autorità. Eppure tutte queste spiegazioni rischiano di essere limitanti. Per quanto riguarda il clima, la relazione tra la diffusione del virus e le temperature atmosferiche non è ancora scientificamente provata. La spiegazione politica impatta contro la realtà dei fatti, visto che l’Asia non fa rima soltanto con Cina. Corea del Sud, Taiwan e Giappone sono a tutti gli effetti democrazie, e qui il virus è stato tenuto sotto controllo senza alcuna dittatura all’orizzonte.

Infine il confucianesimo: sì, è vero che i cittadini asiatici, a differenza degli occidentali, sono più rispettosi nei confronti dello Stato. Ma è pur vero che non può bastare una semplice diversità culturale per decretare il successo di un modello di lotta al virus. Il trucco, se così vogliamo chiamarlo, è una ricetta che comprende un mix di vari ingredienti. Quelli che abbiamo elencato, certo, ma anche altri punti focali come ad esempio l’utilizzo delle tecnologie e l’esperienza accumulata nel contrastare le epidemie. Tralasciando Cina e Corea del Sud, i Paesi più approfonditi per l’efficacia dei loro modelli, l’Asia è ricca di Paesi che sono riusciti a mettere una museruola al coronavirus. Taiwan, Giappone e Vietnam sono tre di questi esempi virtuosi.

Il successo che imbarazza il mondo

Taiwan non fa parte dell’Oms. Anzi: molti analisti sostengono che la “provincia ribelle” (così la definisce la Cina) sia riuscita a non affondare proprio per aver ignorato le raccomandazioni fornite dall’organizzazione guidata da Tedros Ghebreyesus. Taipei si è mossa con prontezza (questa è la chiave comune a tutti gli esempi virtuosi), tralasciando i formalismi burocratici e intervenendo subito sui confini. La premier Tsai Ing Wen ha iniziato a monitorare i viaggiatori provenienti da Wuhan lo scorso 31 dicembre. Praticamente appena sono iniziate ad arrivare strani voci in merito a un misterioso virus polmonare che si stava diffondendo nello Hubei, in Cina. L’8 febbraio è scattato il blocco delle frontiere a tutti i cittadini cinesi seguito da quello dei viaggiatori stranieri.

Il governo locale ha delegato le operazioni a un apposito Centro di comando anti epidemia. Questo ente ha avviato all’istante i protocolli creati all’indomani dell’emergenza Sars (2002-2003). Il piano pandemico è stato comunicato ai cittadini in modo chiaro e diretto. Allo stesso tempo alle aziende è stato chiesto di incrementare a dismisura la produzione di mascherine (che di lì a pochi mesi sarebbero andate a ruba, lasciando molti Stati a secco di protezioni individuali). Le applicazioni e i big data hanno tracciato i soggetti contagiati controllando allo stesso modo i pazienti a rischio. In mezzo a tutto questo non sono mancate inevitabili restrizioni. Ma i 24 milioni di abitanti di Taiwan non ha dovuto subire alcun lockdown. Dalle scuole alle aziende, passando per i negozi, niente si è fermato a Taipei.

La prima ondata è stata strozzata sul nascere e, per il momento, anche la seconda si è schiantata sull’organizzazione taiwanese. Il primo novembre l’isola ha tagliato il traguardo di 200 giorni senza contagi interni. Il virus non è stato debellato dall’isola, continua a circolare ma non fa alcun danno. A quasi un anno dallo scoppio dell’emergenza, Taiwan conta poco meno di 600 casi e neanche 10 morti.

Organizzazione e disciplina

Il Giappone è un altro Paese asiatico che fino a questo momento ha dimostrato di saper convivere con il virus. La seconda ondata ha generato un aumento di contati, arrivati intorno ai mille quotidiani, ma tutto sommato le cifre continuano a mantenersi basse se paragonate ai dati registrati oltreoceano. I numeri parlano di poco più di 100mila casi complessivi dall’inizio della pandemia e meno di 2mila morti.

Senza ombra di dubbio il popolo giapponese è stato agevolato dall’abitudine di indossare le mascherine di protezione anche prima che scoppiasse la pandemia. Dopo di che dobbiamo considerare un aspetto culturale non da poco: in Giappone il bene della comunità è più importante di quello individuale. È per questo che i singoli cittadini sono accorti nel mantenere tutte le regole del caso. Ma il punto più importante riguarda probabilmente la particolare strategia sposata da Tokyo, che ha imparato a memoria un concetto fondamentale. Quello di cluster di trasmissione.

In altre parole le autorità nipponiche hanno concentrato la loro attenzione su quei pochi casi che determinano un’elevata contagiosità all’interno della società. La risposta del Giappone al virus ha dunque coinciso con un attacco mirato e chirurgico nei confronti di alcuni soggetti più nocivi di altri i quali, una volta rintracciati, vengono messi in isolamento per stroncare la catena dei contagi. Ovviamente tutto si basa su una mappatura dei dati altamente tecnologica. Da questo punto di vista il modello giapponese ricorda da vicino la strategia sudcoreana. Ricordiamo che, proprio come Taiwan, il Giappone non ha utilizzato lockdown pesanti, limitandosi a qualche restrizione nelle fasi più dure della pandemia. Per il momento la mossa di Tokyo si è rivelata azzeccata, tanto dal punto di vista sanitario quanto da quello economico.

Il modello che non ti aspetti

L’ultimo Paese asiatico sul quale vale la pena porre la nostra attenzione è il Vietnam. Dalla scorsa primavera il governo vietnamita ha registrato appena 1.213 casi e 35 decessi. Considerando che lo Stato condivide il confine con la Cina, primo epicentro della pandemia, e che le risorse economiche della nazione sono assai limitate, i numeri sono decisamente eccellenti. Probabilmente qualche cittadino non sarà stato testato, soprattutto in qualche sperduto villaggio agricolo. Ma il numero di test per milione di abitanti si aggira intorno a quota 12.765 per un totale di quasi 1,5 milioni di test complessivi.

Come ricorda la Cnn, inoltre, il Vietnam ha 8 medici ogni 10mila persone e, ogni anno, nel Paese transitano milioni di cinesi. Insomma, era più che lecito attendersi un’ecatombe sanitaria. Invece, almeno fino a questo momento, così non è stato. Per quale motivo? Partiamo subito dalla risposta tempestiva del governo, l’ingrediente principale per bruciare sul tempo la diffusione del coronavirus. Inoltre hanno funzionato sia le rigorose misure di tracciamento dei contatti e quarantena che la massiccia campagna di informazione con la mobilitazione di massa dell’apparato propagandistico. Già il 24 gennaio il Paese bloccava tutti i voli da e per Wuhan, fino al divieto d’ingresso per gli stranieri a cavallo tra marzo e aprile.

Proprio come Taiwan, Hanoi non ha aspettato le linee guida dell’Oms. “Abbiamo usato i dati che arrivavano dall’estero e dall’interno del Paese per agire in anticipo”, ha spiegato Pham Quang Thai, numero due del Dipartimento di controllo delle infezioni dell’Istituto nazionale di igiene ed epidemiologia di Hanoi. Il premier Vu Duc Dam, invece, ha chiesto istantaneamente alle agenzie governative di attuare misure drastiche già dalla metà di gennaio. Dal punto di vista sanitario, i pazienti infetti dovevano (e devono) fornire alle autorità un elenco dettagliato delle persone incontrate negli ultimi 14 giorni. In aggiunta, giornali e tv informano quando e dove si è recata una persona contagiata per informare gli altri.