Che il lockdown non fosse la panacea a tutti i mali provocati dalla pandemia di Covid-19 era apparso evidente fin da subito. Quando la scorsa primavera, nel bel mezzo della prima ondata di coronavirus, vari governi scelsero di attuare la quarantena – in più varianti: chi più soft e chi più stringente – molti osservatori pensarono, ingenuamente, che bastasse chiudere in casa i cittadini per abbattere la curva epidemiologica.

Certo, limitando all’osso le interazioni sociali, abbassando la saracinesca delle attività commerciali considerate non rilevanti, sospendendo l’attività scolastica e svuotando i mezzi pubblici, è chiaro che i contagi tendono a diminuire. Il problema è che trasportare nel mondo reale una “teoria da laboratorio” non produce gli effetti desiderati. Il mondo reale non è un esperimento. I politici devono infatti tener conto di molteplici variabili, non solo di contagi e decessi collegati al Covid.

Appare impensabile concentrare tutti gli sforzi sul contenimento del Sars-CoV-2, perché oltre al virus ci sono altri aspetti critici da considerare. Quali? Due su tutti. L’economia di una nazione che, se sottoposta a sfiancanti lockdown, rischia il collasso, e la tenuta psico-sociale della popolazione, già profondamente scalfita dalla pandemia e ulteriormente messa a dura prova da eventuali quarantene. Detto altrimenti: ridurre a zero i contagi quotidiani è senza di dubbio importante, ma lo è altrettanto evitare l’implosione del motore economico di uno Stato e rassicurare i cittadini.

L'(in)utilità del lockdown

Al netto delle considerazioni politiche e sociali, c’è chi è andato oltre cercando di rispondere a una domanda tecnica: la serrata nazionale, laddove è stato attuata, è servita davvero? Il Wall Street Journal, non più tardi di un mese fa, bocciava senza se e senza ma il lockdown, definendolo un “esperimento fallito“. Il quotidiano, prendendo in esame il contesto statunitense, sosteneva che il blocco economico, con la chiusura di ristoranti e altri luoghi di aggregazione, non sarebbe riuscito a contenere la diffusione del Covid.

La conseguente riapertura, proseguiva il Wsj, avrebbe inoltre provocato una seconda ondata di infezioni. In effetti, se escludiamo le settimane estive, alla fine è andata proprio così. Il lockdown ha mitigato l’emergenza sanitaria in una fase critica (che non è poco) ma non è stato in grado – e mai lo sarà – di estinguere la pandemia. Riproporre una chiusura su scala nazionale adesso, in qualsiasi Paese, apparirebbe una scelta rischiosa se non dannosa per l’economia.

L’alternativa: proteggere le persone più vulnerabili

È interessante leggere uno studio dell’Università di Edimburgo in riferimento al lockdown effettuato dal Regno Unito in primavera. Ebbene, secondo il report, il “blocco nazionale” sarebbe utile solo e soltanto per risolvere una crisi immediata, ma non per fornire una soluzione a lungo termine. Non solo: prendendo in esame quanto accaduto in Uk, i ricercatori hanno affermato che la scelta di Londra potrebbe aver reso il Paese più vulnerabile e, addirittura, aver determinato nel lungo periodo un numero di morti maggiori per Covid.

Sky News ha citato le parole di Graeme Ackland, professore presso la School of Physics and Astronomy dell’Università di Edimburgo che ha condotto il suddetto studio: “Nel breve termine la chiusura delle scuole ha contribuito a ridurre la gravità della prima ondata. Ma la decisione ci ha resi più vulnerabili alle successive ondate di infezione”. I risultati di questo studio sottolineano come interventi tempestivi abbiano ridotto il picco della domanda di posti letto in terapia intensiva ma, allo stesso tempo, hanno anche prolungato la durata dell’epidemia.

Il motivo è semplice: una volta terminate le chiusure ci sarà ancora un’ampia percentuale di popolazione suscettibile al contagio e un numero altrettanto consistente ancora infettato dal coronavirus. “Questo porta quindi a una seconda ondata di infezioni che può provocare più morti”, hanno scritto ancora i ricercatori. Gli autori dello studio hanno quindi affermato che il bilancio finale delle vittime di Covid-19 dipende in gran parte dall’età delle persone infette e non dal numero complessivo di casi. Da questo punto di vista un’alternativa migliore rispetto al lockdown potrebbe essere questa: proteggere gli anziani e le persone vulnerabili, consentendo al tempo stesso ai giovani di tornare alla normalità.

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