L’Aia allarga il fronte contro i Talebani: emergono due mandati segreti

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Due mandati d’arresto rimasti segreti per quasi un anno e altri due esponenti talebani finiti nel mirino della Corte Penale Internazionale. È quanto emerge da un’inchiesta di Middle East Eye, secondo cui la CPI avrebbe emesso già nel settembre 2025 due ulteriori mandati per persecuzione di genere contro membri di alto livello dell’Emirato islamico. Ormai giunti al compimento dei cinque anni dalla restaurazione dell’Emirato Islamico, i Talebani hanno creato una condizione interna tale per cui donne e bambine si ritrovano confinate negli spazi e nei movimenti, precluse alla possibilità di accedere ai servizi più essenziali e allo svolgimento delle attività più elementari. Se quanto emerso dall’inchiesta venisse confermato, tuttavia, si scoprirebbe un’intenzione quasi umanitaria e una comprensione del gravoso contesto in cui il popolo afghano vive a partire dal 2021. Tale misura, infatti, suggerirebbe un maggior interesse nei confronti delle azioni talebane, più grande di quanto pubblicamente apparso finora. 

Oltre Akhundzada e Haqqani

L’aspetto più significativo però non riguarda solo il numero di mandati, ma la ragione giudiziaria per cui sono stati redatti. Già nel luglio 2025 i giudici dell’Aia avevano emesso ordini di arresto nei confronti della Guida Suprema Haibatullah Akhundzada e del capo della magistratura talebana Abdul Hakim Haqqani, accusati di persecuzione per motivi di genere, violazione qualificata dalla Corte come crimine contro l’umanità. Secondo la tesi di accusa dell’ICC, le restrizioni imposte al popolo afghano sarebbero corrispondenti a una violenza sistemica e strutturata che si traduce in arresti arbitrari, torture, rapimenti e uccisioni di migliaia di persone.

Al fine di fornire un quadro esplicativo che evidenzi l’importanza delle misure lanciate, tracciare il profilo dei due individui a capo del regime sembra doveroso. Hibatullah Akhundzada, personalità costante nel panorama talebano, considerato uno degli attori più intransigenti e conservatori del gruppo Deobandi, non è solo il leader dell’Emirato islamico Afghano, ma è anche emittente di diverse fatwe usate per legittimare operazioni militari e terroristiche. Il suo nome risulta associato a traffici di oppio, mentre il Middle East Institute individua il suo mentore e consigliere, Haqqani, definendolo uno dei membri fondatori del movimento talebano, investito del ruolo di presidente della Corte Suprema dei Talebani dal 2021. 

L’espressione giudiziaria della Corte Penale Internazionale circa la condanna rivolta ai capi del gruppo talebano rivela un importante messaggio: le restrizioni applicate alle persone che non si conformano alle normative sociali stabilite dal regime, con conseguenti oppressioni ben documentate, rimangono oggetto di forte condanna dai giudici dell’Aia, che sembrerebbero schierarsi, attraverso i provvedimenti evidenziati, contro la dittatura talebana.

Citare l’organizzazione Women’s Initiatives For Gender Justice in merito alla persecuzione di genere ci aiuta a delucidare la portata del concetto: «Nel contesto del diritto internazionale, la persecuzione di genere è formalmente riconosciuta come un crimine contro l’umanità ai sensi del trattato istitutivo della Corte penale internazionale (CPI), lo Statuto di Roma della CPI (art. 7(1)(h): persecuzione). Tuttavia, nonostante tale riconoscimento, l’applicazione della fattispecie di persecuzione di genere è stata storicamente limitata» 

I nomi che restano sotto sigillo

Sebbene finora le attenzioni della Corte Penale Internazionale si siano concentrate ai vertici più alti dell’Emirato, lo svelamento di due mandati segreti potrebbe cambiare la percezione pubblica circa le modalità con cui le istituzioni rispondono. Secondo le informazioni raccolte da Middle East Eye, i provvedimenti conterrebbero nuove prove e riguarderebbero ulteriori vittime rispetto a quelle già considerate nei procedimenti fruibili al pubblico. Natura delle accuse e identità dei destinatari rimangono tuttavia riservate, in attesa di ulteriori accertamenti e risposte da parte delle istituzioni coinvolte. Ciò nonostante, pur a fronte della rilevanza del profilo degli individui e dei reati di cui si sono macchiati, è piuttosto importante riconoscere il progresso che l’aggiunta di due nomi comporta nella lista delle persone ricercate dalla CPI.

Un altro aspetto degno di nota, tra le varie implicazioni che l’inchiesta riporta, sta nell’inedita attenzione rivolta alla comunità LGBTQ+. Nei documenti resi pubblici nell’aprile dello scorso anno, si fa infatti riferimento a individui perseguiti perché considerati incompatibili con la visione talebana della divisione dei ruoli di genere. La popolazione omosessuale, però, non è mai stata realmente al sicuro sul territorio afghano, anche nel periodo precedente al ritorno dei talebani. poiché la shariʿa interpreta la sessualità secondo canoni rigidi e funzionali al fine del concepimento.

Quando la giustizia incontra la geopolitica

La decisione concernente la segretezza degli ultimi due mandati, recuperati dall’inchiesta del MEE, sembrerebbe essere relativa al timore di subire sanzioni e altre manovre minatorie da parte degli Stati Uniti, subordinando in questo modo l’applicazione del diritto alle ‘restrizioni’ percepite (o meno) dalla Corte.

Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano effettivamente imposto sanzioni contro funzionari dell’ICC, a partire dallo stesso Karim Khan, nonché procuratore nel momento in cui la richiesta di arresto era stata presentata. I quattro ordini di cattura sarebbero stati presentati congiuntamente alla responsabile delle indagini sull’Afghanistan e vice-procuratrice della CPI Nazhat Shameem Khan, mentre a gennaio dello stesso anno Karim Khan avrebbe annunciato che sarebbero arrivate altre richieste di arresto a breve.

Allora perché l’amministrazione americana sembrerebbe voler ostacolare questo processo? 

Sempre facendo riferimento all’analisi del Middle East Eye, le ragioni dietro alla riluttanza esplicitata nel proseguire con l’emanazione di atti giudiziari sarebbero da attribuire a ragioni diplomatiche: gli Stati Uniti, come molti altri attori internazionali, hanno riaperto canali di dialogo con i Talebani per diverse ragioni. Tra i vari interessi, la necessità di mantenere rapporti con la rappresentanza afghana ed una forte apprensione in merito all’eventuale ascesa di gruppi ancora più radicali. Una presenza destabilizzante per il regime de facto è rappresentata dallo Stato Islamico del Khorasan, autore di diversi attacchi interni, nonché di attentati contro gli apparati di sicurezza e le istituzioni politiche del vicino Pakistan.

Il significato politico dei mandati

Naturalmente, i limiti dell’operazione sono evidenti e raccontano una difficoltà concreta nell’effettuare gli arresti. Il tribunale dell’Aia, trattandosi di un organismo giudiziario dal carattere internazionale, non dispone di forze di polizia o di un esercito formale da inviare per catturare i destinatari degli arresti.

Per eseguire i mandati di cattura, il tribunale dovrebbe fare affidamento sulla cooperazione dei singoli Stati firmatari dello Statuto di Roma. Nel caso in cui il ricercato si recasse nel territorio di uno Stato che ha ratificato il trattato, quello specifico Stato avrebbe l’obbligo giuridico di arrestarlo e consegnarlo all’Aia. Ma nel caso in cui il ricercato non viaggiasse o si rifugiasse in uno Stato non membro – come l’Afghanistan –, la CPI sarebbe di fatto impotente. Non disporrebbe, infatti, di forze operative da inviare per la cattura.

Malgrado l’adozione di misure internazionali adottate, l’effettivo impatto di tali mandati rischierebbe di raggiungere una risonanza limitata, espresse sì nelle carte istituzionali, ma che nel concreto si imbattono in ostacoli di diversa natura. La richiesta di arresto, dunque, può essere emessa (come in questo caso), ma le conseguenze giuridiche potrebbero subire ritardi per ragioni relative alla sovranità degli stati e alla mancanza di un corpo di polizia internazionale. 

Nella storia della CPI, volendo guardare oltre il singolo caso afghano, il limite strutturale del diritto internazionale ha già portato al rallentamento o al totale fallimento di procedimenti contro figure apicali. Uno degli esempi più recenti riguarda il presidente della Russia Vladimir Putin che, pur essendo destinatario di un mandato di arresto dal 2023, è stato ricevuto con tanto di tappeto rosso in Mongolia durante una visita ufficiale. Ukhnaagiin Khürelsükh, capo di stato del paese ospitante, avrebbe dovuto muovere le sue unità militari in conformità con lo statuto della CPI in quanto membro firmatario, ma così non è stato. 

Le grandi potenze mondiali, in effetti, sembrerebbero agire in barba al diritto internazionale all’occorrenza, ostacolando l’operato di un organismo che ha la funzione di esercitare la propria giurisdizione sulle persone fisiche per i crimini più gravi e che rimane subordinato alla collaborazione degli Stati sovrani.