L’Africa è riuscita a sfuggire (almeno fino ad ora) alle conseguenze più devastanti della pandemia che, secondo alcuni esperti, avrebbe dovuto metterla in ginocchio. Le baraccopoli densamente popolate e le scarse condizioni igieniche non hanno favorito la diffusione del virus. La comunità scientifica ha cercato di elaborare alcune, possibili spiegazioni di questo fenomeno: tra queste ci sono l’età media piuttosto bassa della popolazione africana (e dunque più asintomatici) e una sorta di immunità pre-esistente derivante da infezioni di altri coronavirus. Il continente africano ha superato, ad agosto, la soglia del milione di contagiati.

Le certezze sono assenti

Diversi studi scientifici, volti ad individuare la presenza di anticorpi, hanno certificato come le persone esposte al Sars-CoV-2 siano percentualmente rilevanti: in Malawi, sono stati testati 500 addetti sanitari e si è scoperto che il 12.3% di loro era stato esposto al virus. In Kenya i test hanno coinvolto 3mila donatori di sangue ed i risultati sono stati sorprendenti: il cinque per cento della popolazione, tra i 15 ed i 64 anni, avrebbe gli anticorpi legati al Sars-CoV-2. I casi individuati ufficialmente ed il tasso di mortalità riscontrato non coincidono, perché più bassi, con quelli evidenziati dagli studi. La teoria del dottor Yap Boum, epidemiologo presso Epicenter Africa, è suggestiva: la regolare esposizione alla malaria e ad altre malattie infettive potrebbe aver spinto il sistema immunitario a reagire più efficacemente al morbo.

Carenze strutturali

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Africa ed in particolare modo i Paesi con poche risorse, come la Repubblica Democratica del Congo, potrebbero dover affrontare delle epidemie striscianti se non verrà data la priorità ai test per il Covid-19. Il test tramite tampone nei Paesi africani, secondo quanto segnalato da Focus on Africa, è approssimativo ed in taluni casi inesistente. Il Sudafrica, che ha realizzato oltre due milioni di test, è al primo posto sia per infezioni, oltre 500mila (più del 40% dell’intera Africa) che per test realizzati. Le nazioni virtuose, sulle 54 di questa area geografica, sono decisamente poche ed includono anche il Ghana, Gibuti ed il Marocco. La Tanzania, come segnalato da Focus in Africa in data 23 agosto, non ha pubblicato dati nazionali sino all’8 maggio e poi non li ha più aggiornati.

Problematiche croniche

I sistemi sanitari africani sono spesso segnati dalla presenza di gravi conflitti ed insurrezioni che ne minano la stabilità. Basti pensare a regioni come il Sahel, afflitto ormai da anni dall’insurrezione di gruppi islamisti legati allo Stato Islamico e ad al-Qaeda oppure alla Somalia, dilaniata dagli scontri tra Mogadiscio ed al-Shabaab e priva, per decenni, di un esecutivo legittimo. Senza dimenticare la Repubblica Centroafricana, dove le infrastrutture sono praticamente inesistenti. Altre nazioni, relativamente più fortunate, hanno comunque deciso di adoperare stratagemmi originali per individuare i possibili contagiati da Covid-19 nei porti e negli aeroporti. La School of Veterinary Medicine, in Namibia, ha deciso di addestrare i cani, accurati al 95%, per rilevare la presenza del Covid-19 negli uomini.

Un futuro a rischio

La Fondazione Surgo ha deciso di avviare un progetto, Precision for Covid, in grado di individuare un indice di vulnerabilità alla malattia per molte comunità africane, con lo scopo di aiutare governi a supportare i soggetti più vulnerabili. L’indice CCVI tiene in conto fattori come la vulnerabilità socio-economica, la densità di popolazione, l’accesso ai servizi abitativi, quante sono le persone anziane ed altri elementi. Molti Stati sono afflitti da vulnerabilità più o meno gravi in alcuni ambiti: dall’Africa centro-meridionale dove sono molte le persone colpite da Hiv, malaria e malattie respiratorie ad Etiopia, Madagascar e Mozambico dove sono presenti disordini civili ed insicurezza alimentare. La malattia potrebbe sfruttare queste problematiche per dare sfoggio delle sue capacità distruttive.