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Sono passati tre anni dal 15 agosto 2021, giorno in cui i Talebani hanno riconquistato il potere in Afghanistan. Una data che sancisce anche l’inizio di una serie di violenze e violazioni dei diritti umani che il gruppo estremista riserva in particolar modo alle donne. La diffusione di un video in cui si distingue chiaramente una donna violentata da due soldati in un carcere afghano testimonia in modo chiaro e indiscutibile l’entità della violenza subita dalle donne in questo apartheid di genere. La donna è un’attivista, arrestata per aver partecipato ad una protesta pubblica contro il regime talebano. Nella prigione è stata violentata e torturata da due uomini armati, ma non si tratta di un caso isolato.

Sono sempre più frequenti le notizie di violenze sessuali nei confronti di donne e ragazze detenute in Afghanistan, ma solo questo video rappresenta una prova diretta della loro esistenza. La donna, che è scappata dal Paese, ha raccontato di aver ricevuto il video dai Talebani come minaccia: se avesse continuato a criticare il regime avrebbero inviato il filmato alla sua famiglia e diffuso sui social media. Si evince, quindi, che l’atto violento è stato registrato appositamente per essere utilizzato per garantire il suo silenzio.

Infatti, come testimoniato dal Guardian e da Rukhshana Media che hanno visionato il video, chi ha filmato si è assicurato di riprenderla interamente mentre le viene chiesto di svestirsi per poi essere violentata. Il volto della donna, nonostante i tentativi di coprirlo con le mani, è perfettamente chiaro e identificabile. “Siete stati fottuti dagli americani per tutti questi anni e ora tocca a noi”, si sente dire nel video.

Arrestate per uso improprio dell’hijab

Secondo le dichiarazioni di molte adolescenti e giovani donne arrestate per aver indossato in modo scorretto l’hijab, le violenze sessuali e le aggressioni durante la detenzione sono sistematiche. In molti casi hanno portato al suicidio o al tentativo di suicidio da parte delle donne vittime di violenza, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa afghana Zan Times.

Le Nazioni Unite avevano parlato dei numerosi arresti per “hijab sbagliato” tra dicembre 2023 e gennaio 2024 a seguito del decreto talebano del 2022 che impone alle donne di osservare un “hijab appropriato”, preferibilmente indossando un chadari, lasciando spazio solo per gli occhi.

Nel mese di gennaio un portavoce del ministero del Vizio e della virtù dei Talebani aveva dichiarato all’Associated Press che le donne arrestate “hanno violato i valori e i rituali islamici e hanno incoraggiato la società e altre sorelle rispettate a indossare un cattivo hijab. In ogni provincia, coloro che non indossano l’hijab verranno arrestate”. Il portavoce Zabihullah Mujahid ha poi negato che siano avvenuti arresti per “hijab scorretto”. In merito alle violenze sessuali, invece, ha dichiarato che “la questione dello stupro non è affatto possibile perché non ci sono solo una o due persone e quando ci sono tre persone, un crimine del genere non accadrebbe, è un tema molto delicato per i Talebani. Sono sicuro che una cosa del genere non è accaduta”. Le informazioni interne sono distorte.

Tre anni di apartheid

I Talebani hanno preso il potere il 15 agosto 2021, esattamente tre anni fa, imponendo quello che è stato definito “apartheid di genere” dal momento che la violenza si perpetra nei confronti di 14 milioni di donne e ragazze afghane escluse dalla vita pubblica. Alle donne viene impedito di frequentare la scuola secondaria, di svolgere qualsiasi tipo di lavoro retribuito, ma anche di passeggiare da sole nei parchi pubblici, frequentare palestre. E da luglio 2023 il governo ha imposto la chiusura di parrucchieri e saloni di bellezza, gli ultimi luoghi dove le donne potevano incontrarsi lontano dagli uomini e dai Talebani. Il tutto rispettando sempre il rigido codice di abbigliamento. In questi anni c’è stata una retrocessione neanche troppo lenta ad uno stato di arretratezza senza precedenti.

Sembra assurdo, ma fino al 2021 le donne afghane erano insegnanti, infermiere, medici, avvocate, studentesse e stavano percorrendo la via dell’emancipazione. Oggi, alle ragazze sopra i 12 anni è vietato frequentare le scuole superiori.  Attualmente ostetricia è l’unica opzione formativa disponibile per le donne in Afghanistan. I Talebani continuano a definirle “misure provvisorie”, ma sarebbe ingenuo credere ancora a questa storiella.

Il lento insidiarsi del fondamentalismo

A marzo, i Talebani hanno reintrodotto la fustigazione pubblica e la lapidazione delle donne accusate di adulterio nel totale silenzio della comunità internazionale. Questa decisione è l’ennesimo passo indietro verso il terrore e la negazione di ogni diritto per le donne afghane. “Potreste definirla una violazione dei diritti delle donne quando le lapidiamo o le fustighiamo pubblicamente per aver commesso adulterio perché sono in conflitto con i vostri principi democratici”, ha affermato il leader supremo dei Talebani, Hibatullah Akhundzada, aggiungendo: “io rappresento Allah e voi rappresentate Satana”.

Per i Talebani è una lotta contro le influenze occidentali, ma a pagarne il conto sono tutte le donne del loro Paese. L’applicazione delle politiche, la cosiddetta “piena applicazione della Sharia, sta avvenendo in modo graduale e strategico. Prima hanno sciolto la costituzione dell’Afghanistan approvata dall’occidente, poi hanno sostituito i codici penali con la loro interpretazione fondamentalista della Sharia. Due anni fa non sarebbe stato possibile per loro affermare il ritorno della lapidazione a morte, oggi lo fanno. Perché? Nessuno osa fermarli.

I rischi per la sicurezza delle donne sono alti, ma molte di loro non rinunciano a protestare pubblicamente e a criticare il regime talebano. Negli ultimi due anni sono stati registrati 221 atti di protesta secondo i dati registrati da Rukhshana Media. Ma da sole, non potranno raggiungere alcun traguardo consistente. C’è bisogno di ben altro perché le cose nel Paese cambino.

Cosa c’è nel futuro dell’Afghanistan

Dal 30 giugno al 1° luglio si è tenuta a Doha, in Quatar, la terza conferenza delle Nazioni Unite sull’Afghanistan per discutere proprio sul futuro del Paese. Le questioni più urgenti affrontate sono state tecniche e di carattere economico. Ad ogni modo, è stata la prima volta che alla conferenza hanno partecipato funzionari Talebani, che non erano stati invitati alla prima conferenza e si erano rifiutati di partecipare alla seconda.

Ma, come è scontato, nessuna donna all’appello. Questo significa che l’agenda non contemplava temi come i diritti delle donne. D’altronde era una richiesta esplicita e unica condizione per assicurarsi la partecipazione dei Talebani, che per l’ONU era fondamentale. Qualcuno l’ha ragionevolmente definita una sottomissione indiretta alla volontà dei Talebani. L’evento ribadisce la direzione degli interessi internazionali, assecondando una richiesta e ignorando, come da tre anni a questa parte, la violazione dei diritti delle donne nel Paese.

Le Nazioni Unite hanno l’obiettivo di stabilire una collaborazione con questo governo, che non è riconosciuto da nessuno ma che di fatto governa. Il tentativo è quello di far uscire l’Afghanistan dall’isolamento nella comunità internazionale dovuto proprio alle politiche talebane, che limitano diritti sociali e civili. L’ONU crede ancora che sia possibile un dialogo e punta a mantenere aperti i canali di comunicazione con le autorità di fatto, ma sembra una strategia fallace.

L’unica speranza è che un cambiamento avvenga dall’interno. Esiste una parte di Talebani che esprime pubblicamente disapprovazione nei confronti delle politiche che provengono dal gruppo di seguaci del leader supremo, e questo rappresenta una novità per il movimento. C’è quindi qualcuno che rivendica la possibilità che le donne continuino a frequentare le scuole e ad avere una vita sociale.

L’attenzione internazionale è stata richiesta persino durante le Olimpiadi 2024, quando l’atleta afghana Kimia Yousofi, dopo aver partecipato ai 100 metri nei “round preliminari” ha mostrato un foglio con scritto “Istruzione, sport, i nostri diritti”. L’atleta ha 28 anni e vive da rifugiata in Australia dopo essere fuggita dal Paese, conquistandosi così il diritto alla partecipazione nelle competizioni olimpiche che altrimenti le sarebbe negato. “Ho una messaggio per le ragazze afghane”, ha aggiunto dopo la gara, “Non mollate. Non lasciate che siano altri a decidere per voi. Cercate le vostre opportunità, e poi usatele”.

La resistenza delle donne che continuano a protestare e a rischiare la vita, insieme al popolo che disapprova le misure messe in atto dai Talebani nel Paese necessita, però, del supporto della comunità internazionale. Solo così si potrà ottenere un cambiamento.

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