L’Afghanistan che abbiamo scelto di dimenticare: il caso Fariba e l’apartheid di genere

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Fariba aveva sedici anni e una sola richiesta: tornare a scuola. Come migliaia di altre ragazze afghane, da anni viveva in attesa che qualcuno riaprisse quelle porte chiuse dai talebani nel nome della loro idea di società. Un’attesa diventata sempre più lunga, sempre più silenziosa. Poi, secondo quanto riportato da attivisti e utenti afghani sui social, Fariba avrebbe smesso di aspettare. Avrebbe deciso di togliersi la vita. La sua storia non racconta soltanto il destino di una ragazza a cui è stata negata un’istruzione. Racconta il fallimento di chi ha osservato l’Afghanistan precipitare nuovamente nell’oscurità e, con il passare del tempo, ha semplicemente imparato a conviverci.

Quando Kabul smette di fare notizia

Mentre l’Europa torna a dialogare con i talebani, discutendo a Bruxelles di rimpatri e cooperazione, in Afghanistan il tempo continua a scorrere in direzione opposta: quella della progressiva cancellazione dei diritti, delle libertà e delle prospettive di un’intera generazione. A quasi cinque anni dalla restaurazione dell’Emirato Islamico, il panorama socio-politico afghano presenta una realtà che coincide con le previsioni più pessimistiche formulate dalla comunità internazionale: una regressione generalizzata e un netto peggioramento della qualità della vita. Eppure, nonostante ciò, il Paese continua a suscitare un interesse internazionale insufficiente.

Sebbene nel 2021 la reazione all’ingresso dei talebani a Kabul fosse apparsa sincera e preoccupata, poche sono state le azioni concretamente intraprese dagli attori internazionali per contenere la minaccia rappresentata dal movimento talebano per i diritti fondamentali, la partecipazione femminile alla vita pubblica e la convivenza sociale all’interno dell’Afghanistan.

Il caso della giovane che, con la sua morte, è riuscita a valicare il muro di indifferenza che avvolge il confine afghano, rivela alcuni degli elementi strutturali del regime talebano contemporaneo. La sua è una storia di disperazione, di sconfitta e di abbandono. Non soltanto l’abbandono della scuola, certamente non per scelta, né quello di una vita che avrebbe voluto vivere. Si tratta piuttosto di un abbandono collettivo, generato dal progressivo disinteresse dell’Occidente verso una nazione e una società che il mondo ha permesso venissero soffocate, nonostante i luminosi e stridenti segnali d’allarme.

La storia di Fariba non è un caso isolato

È sui social che la storia di Fariba prende forma, quando ormai è troppo tardi. Quando la sedicenne, giunta al limite dell’attesa, avrebbe deciso di togliersi la vita dopo anni trascorsi ad aspettare la riapertura delle scuole per le ragazze, chiuse a partire dal 2022, assistendo alla progressiva privazione delle opportunità più elementari. Tra queste, quella di studiare.

Tuttavia, questa storia non ci è nuova. Non ci sorprende, nonostante possa essere la prima volta che la leggiamo. La storia di Fariba è la storia di centinaia di donne e bambine afghane, delle quali conosciamo già il destino senza averle mai incontrate. Sono storie che finiscono per trasformarsi in dati, statistiche, rapporti elaborati da agenzie internazionali e organizzazioni per i diritti umani. Numeri e annotazioni che le Nazioni Unite, nell’ambito di un’indagine congiunta a UNAMA dedicata alla salute mentale, descrivono in un quadro allarmante: circa tre quarti delle donne afghane dichiarano infatti di soffrire di una condizione mentale definita “scarsa” o “molto scarsa”.

Altre ricerche sul campo, condotte in oltre venti province del Paese, mostrano una realtà altrettanto drammatica, esponendo livelli estremamente elevati di sofferenza psicologica tra la popolazione femminile. Come evidenziato da un’inchiesta del Guardian, l’Afghanistan sarebbe oggi uno dei rarissimi Paesi al mondo in cui donne e ragazze rappresentano una quota dei suicidi e dei tentativi di suicidio superiore a quella maschile in numerose province del Paese.

Uno studio pubblicato su BMJ Open spiega, qualora ve ne fosse bisogno, le ragioni di un malessere tanto diffuso tra le donne afghane: “I sintomi della depressione tra le donne afghane sono associati all’età avanzata, a un numero maggiore di figli, a un livello di istruzione più basso, al comportamento scorretto di altre persone, a eventi negativi vissuti nell’ultimo mese e alla percezione di un cattivo stato di salute fisica.”

L’apartheid di genere dei talebani

Il disagio psichico femminile rappresenta dunque una conseguenza diretta dell’apartheid di genere imposta dal regime talebano. Lo stesso regime che, all’indomani del proprio insediamento, aveva cercato di presentarsi come più pragmatico e moderato rispetto al passato, approfittando anche del vuoto lasciato dal ritiro delle truppe statunitensi. 

Trascorsi quasi cinque anni, tuttavia, le promesse di apertura hanno lasciato spazio a una realtà ben diversa. Le rassicurazioni sull’accesso all’istruzione, sull’indipendenza economica e sulla libertà individuale si sono progressivamente sgretolate: le scuole secondarie e le università sono state precluse alle donne, attività tradizionalmente femminili, come i saloni di bellezza, sono state chiuse e l’obbligo di essere accompagnate da un mahram –un parente maschio consanguineo– ha limitato drasticamente la libertà di movimento delle afghane.

Tali divieti nascono dall’esigenza talebana di recludere la donna nell’ambito domestico, confinandola a ruoli di cura che rimangono relegati, per l’appunto, nella casa dove abita con il marito o con il padre. Gli stessi ruoli di cura, infatti, non possono trovare piena espressione al di fuori delle mura domestiche. Allo stesso modo, le donne devono fare i conti con crescenti limitazioni nell’accesso alle professioni sanitarie, in una delle tante contraddizioni di un sistema che, allo stesso tempo, impone loro di essere visitate esclusivamente da personale femminile.

La forza della normalizzazione

La storia di Fariba non è un racconto di eccezionale natura nell’Afghanistan contemporaneo. Al contrario, rappresenta un sistema che continua a generare esclusione, violenza e privazione dei diritti fondamentali. Una realtà sempre più preoccupante e, al tempo stesso, sempre meno contestata, sia a causa della progressiva normalizzazione del fenomeno sia per esigenze di natura politica e diplomatica. 

Non sorprende, allora, che il recente incontro tra una delegazione talebana e funzionari europei a Bruxelles per discutere i rimpatri sia stato accolto da molti osservatori come un ulteriore segnale di questa normalizzazione. Una normalizzazione che procede mentre milioni di ragazze afghane continuano ad aspettare davanti a porte che nessuno sembra intenzionato a riaprire.