Perché dare tanta importanza al lavoro se lavorare paga, in termini sia monetari che esistenziali, sempre meno? Sembra questo l’interrogativo bruciante che si pongono i lavoratori italiani, almeno stando al Rapporto Censis sul welfare aziendale uscito a fine febbraio. Per la stragrande maggioranza dei dipendenti sondati, il benessere fisico e psicologico dovrebbe essere garantito come condizione primaria (88,2%). Secondo il 71%, l’attuale progresso tecnologico dovrebbe poter consentire di ridurre l’orario di lavoro (percentuale che aumenta all’88,8% fra i 18-34enni). Oltre la metà (55,1%) ritiene che l’ascesa nell’organigramma aziendale non costituisca più uno scopo a sé. Il 64,7% ha dubbi sul senso della propria occupazione, considerata come mera fonte di introito economico. Il 51,1% cambierebbe datore di lavoro anche ricevendo una paga minore, se potesse lavorare in un’impresa più rispettosa dei diritti sindacali e dell’equilibrio con la vita privata. Il 57,7% dichiara una retribuzione insufficiente, il 68,3% lamenta una stanchezza da sovraccarico, mentre per il 78,9% il ruolo che svolge non valorizza abbastanza le proprie capacità.
Un quadro, come si vede, di montante estraneità verso il posto di lavoro, un tempo mitizzato come luogo materiale e simbolico per la realizzazione di sé e oggi, invece, sempre più oggetto di sfiducia e contestazione. I possibili motivi hanno a che fare, naturalmente, con i cambiamenti sociali dell’ultimo periodo storico.
Il primo fattore è l’ultimo in ordine di tempo, e riguarda lo shock sui ritmi di vita inferto dalle quarantene da Covid. Le pause forzate di una lunghezza temporale inusitata, per lo meno in quelle dimensioni, su scala collettiva e contemporaneamente, hanno aperto uno squarcio sulle abitudini, largamente dettate dall’imperativo della produttività (più prodotto in meno tempo). La brusca interruzione dell’alternanza ufficio/casa e la riappropriazione, sia pur imposta, di tempi più lenti e dilatati hanno rimesso il discussione il rapporto fra esigenze dell’apparato lavorativo e quelle personali. Ne è scaturito il fenomeno delle dimissioni volontarie di massa (great resignation). Che di massa in Italia non sono state, in quanto a lasciare l’occupazione del momento, fra il 2021 e il 2022, è stata una porzione del mercato del lavoro calcolabile intorno al 10%.
Tra precari e ultra-cinquantenni
Si è trattato, comprensibilmente, di medici e infermieri, e per il resto di lavoratori del terzo e quarto settore, soprattutto impiegati. Vale a dire soggetti sottoposti a mansioni usuranti o ripetitive, ma evidentemente, per esempio a differenza di un operaio, con la possibilità di trovare un altro impiego (trasferendosi dal pubblico al privato, nel caso del comparto ospedaliero). Da non sottovalutare, poi, l’impulso dato dai lockdown alla diffusione del lavoro da remoto, che contribuisce ad allargare la distanza anche psicologica dai compiti lavorativi. Incorporati nell’ambiente domestico, infatti, da un lato sollevano da tutta una serie di costi e scomodità legate alla spola casa-luogo di lavoro, dall’altro provocano un cortocircuito fra tempo di lavoro e tempo privato che, non essendo più ben distinti, possono diventare fonte di ansia e stress. Generando frustrazione.
Il secondo fattore investe un problema di lunga durata: la precarietà contrattuale. Con annesso, e ormai trentennale, ristagno degli stipendi. In Italia, la “flessibilità” introdotta dalla legge Biagi-Maroni del 2001 è corrisposta a sotto-occupazione, reddito intermittente e abuso della collaborazione continuativa, spesso solo una facciata per mascherare un regime di subordinazione di fatto. Durante il governo Meloni, l’indice di occupazione è salito, con una crescita di 1 milione e 147 mila assunti. Ma a parte la quota di precari, a beneficiarne sono stati gli ultra-cinquantenni: vuoi per il calo demografico che immette meno giovani sul mercato (e, quindi, fa statisticamente incrementare la coorte “anziana”), vuoi per l’innalzamento dell’età pensionabile, che blocca l’uscita degli over 62.
A far diminuire su base numerica la disoccupazione sono poi anche gli inattivi, ovvero coloro che risultano non cercare nemmeno più un lavoro (ma che realisticamente possono essere ascritti alla categoria del lavoro nero). Un gruppo ampliatosi nell’età compresa fra i 18 e i 34 anni. Ora, dal punto di vista culturale, precarietà è sinonimo di incertezza. Un’instabilità paradossalmente diventata, anno dopo anno, l’unica, vera certezza. Da qui è presumibile dedurre che la sensibilità media si sia modificata, facendo, come si dice, di necessità virtù. Se l’orizzonte è fissato sull’insicurezza programmata e malpagata, tra part-time, cottimo, contratti a chiamata e via sfruttando, allora – pensa il precario medio – tanto vale valorizzarne il lato positivo, che equivale a disporre del proprio tempo con una maggiore autonomia.
Sgobbare senza prospettive? No grazie
Combinati assieme, questi due dati, l’uno contingente e l’altro più strutturale, portano a spiegare questo serpeggiante moto di ribellione verso quella che il sociologo Aris Accornero, scomparso nel 2018, già nel lontano 1980 definiva in un libro omonimo il “lavoro come ideologia”: una rinnovata e aperta consapevolezza che il lavoro non è un fine, ma un mezzo. E che il tempo per sé stessi vale più del tempo dedicato a produrre. «Lavoro e identità», scriveva Accornero in larghissimo anticipo sui tempi, «non si possono disancorare (non sarebbe neppure possibile), e questo è fuori discussione. Ciò nondimeno, un’identità sociale tutta dal lavoro, una promozione sociale tutta nel lavoro, non reggono più».
In particolare le giovani generazioni non intendono più sgobbare in cambio di compensi da fame e senza un minimo di prospettiva futura. In questa rivendicazione diffusa influisce, bisogna dire, anche un elemento in parte involutivo. I venti-trentenni (e anche quarantenni), fortunatamente assistiti da genitori o nonni forti di salari o pensioni, con le briciole dello Stato sociale e il “nero” dilagante, possono affrontare i “buchi” lavorativi, e i conseguenti crolli di reddito, con angoscia già un po’ più gestibile. Pertanto, il sacrificio del “tempo libero” viene così ad essere delegittimato. Perché mai si dovrebbe rinunciare al weekend se alla fine, o grazie al “welfare familiare”, ai pagamenti fuori busta o alla Naspi ecc, a fine mese, bene o male, ci si arriva?
Il che, si badi, non significa essere “fannulloni”, come è stato detto a sproposito per i percettori del reddito di cittadinanza: di norma, ognuno desidererebbe uscire dalle secche della semi-occupazione e faticare il giusto per godere del sacrosanto diritto a una vita “libera e dignitosa”. Vuol dire, piuttosto, aver introiettato il modello culturale che invita a farsi “imprenditori di sé”, autogestendosi completamente (si pensi al proliferare dei content creator sul web, per dire). Un’ideologia con risvolti non meno alienanti di quella da fabbrica o ufficio, tutta giocata com’è sulla prestazione senza garanzie. Ma che, tuttavia, implica un aspetto liberatorio: si esige qualità di vita nel presente e non più, o non più soltanto, quantità di denaro o in scatti di carriera da investire in un avvenire che è andato assottigliandosi, perdendo contorni e confini prevedibili. La vita, insomma, viene prima del lavoro. E questa, oggettivamente, è una bella notizia.
Manca l’azione politica
Anche se monca: non si sa, infatti, quanto questo anti-lavorismo porti i “ribelli” a rendersi conto che il passo successivo sarebbe riorganizzare l’intero sistema lavorativo in modo da lavorare meno per lavorare tutti, redistribuendo il monte ore e la ricchezza. Al momento, pare una rivolta silenziosa e spontanea, priva di coscienza politica. Per ottenere un miglioramento qualitativo, bisogna prima rendersi non ricattabili. E per riuscirci, serve l’azione, appunto, politica. Un’azione che non c’è. E non solo per il fatto che il campo è ristretto e controllato da partiti al servizio di oligarchie e lobby dominanti, ma anche perché i dominati, quanto meno i più consapevoli e più portati, hanno poco tempo per informarsi, formarsi e impegnarsi politicamente, perché la necessità di sopravvivere occupa troppo le loro vite. E il cerchio si chiude. Chiudendosi male, se aggiungiamo al mosaico l’avanzata delle macchine guidate dall’intelligenza artificiale, che faranno piazza pulita in tanti settori.
L’urgenza di ripensare radicalmente il lavoro che sale dalla realtà vissuta non potrà ridursi alla generica preoccupazione di essere sostituiti da un algoritmo (per ora, ad allarmarsi è il 42,6%: un po’ pochi). In tutti i casi, a quanto pare la Repubblica italiana sembrerebbe destinata a fondarsi sempre meno sul lavoro, a dispetto della Costituzione. Occorrerà, prima o poi, sostituire anche quella parola-chiave nel primo articolo della Carta con un’idea più sentita, più condivisa, più aggiornata ai tempi. «Dignità, nobiltà, gioia, gloria: bisognerebbe smetterla», ammoniva Accornero prendendosela con la retorica del dio Lavoro che, in fondo, non è che merce idealizzata. Oggi, a quanto pare, non più tanto idealizzata.
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