Sono passati vent’anni dal 20 aprile 1999, il giorno in cui una violenza senza senso ha trasformato un’anonima scuola superiore del Colorado in un sinonimo di massacro indiscriminato. Puntando le pistole contro i loro stessi coetanei, due studenti della Columbine High School, prima di suicidarsi, hanno perpetrato un atto barbarico che è costato la vita a 12 studenti e a un insegnante.

La vita delle persone, da quel giorno, non è più stata la stessa. La comunità di Littleton, nello Stato del Colorado, è stata imbrigliata dai media moderni e dall’arrivo degli agenti armati. Ci sono stati tanti altri giorni come quello da allora: il Gutenberg Gymnasium, Germania; il Virginia Tech, Stati Uniti; la Jokela High School, Finlandia; l’isola di Utøya, Norvegia; la Sandy Hook Elementary School, Stati Uniti; il nightclub Pulse, Stati Uniti; il Marjory Stoneman Douglas High, Stati Uniti; e la recente sparatoria alla moschea Al Noor e al centro islamico Linwood a Christchurch, Nuova Zelanda.

Trauma

Vari studi accademici analizzano, in minor o maggior misura, le cicatrici emotive dei sopravvissuti alle sparatorie di massa, che riferiscono comunemente di soffrire di sintomi post-traumatici da stress come, ad esempio, elevati livelli d’ansiainsonnia e ricorrenza dei ricordi traumatici.

Nella sua analisi, Laura Wilson, psicologa clinica alla University of Mary Washington, in Virginia, fa notare che tra il 12 e il 64% dei sopravvissuti a sparatorie di massa presenta un disturbo post-traumatico da stress. Riprendersi da questo disturbo è un processo che dipende da vari elementi, fra cui i fattori di rischio pre-traumatici, il livello di pericolo e l’esposizione mediatica.

La storia di Craig Scott

Craig Scott è il fratello di Rachel, la prima alunna rimasta vittima dei proiettili che fecero risuonare la Columbine. Craig, che all’epoca frequentava il secondo anno, si ritrovò faccia a faccia con gli assassini di Rachel mentre questi uccidevano dieci studenti nella biblioteca della scuola, tra i quali c’erano due cari amici di Scott: Isaiah Schoels e Matthew Ketchter. Scott si salvò nascondendosi sotto un banco e fingendosi morto.

Scott, attualmente impegnato a promuovere una cultura positiva all’interno delle scuole, descrive il periodo successivo alla sparatoria dicendo: “Parte del mio cervello sembrava guasto”. Nei tempi che seguirono l’accaduto, si sentiva sopraffatto da sentimenti di dolore e rabbia che si accumularono fino a spingerlo a brandire un coltello contro una persona durante una discussione.

“Mi sentivo uno zombie. Sotto choc e disconnesso. Spesso non ero presente. Mi trovavo a lottare con emozioni di profonda tristezza e rabbia”, afferma. “Provavo odio per gli assassini e vedevo come i media raccontavano che era stato il bullismo che avevano subito ad averli emarginati”.

Le troupe televisive non tardarono ad assediare la comunità con la loro sete di informazione e la loro ricerca spasmodica di un significato e di un movente. Più tardi giunsero ammissioni del completo fiasco dei media e di come avessero promosso una visione distorta della realtà, raccontando versioni non veritiere delle morti delle vittime e pericolose inesattezze come, per esempio, che la sparatoria fosse la vendetta di un gruppo gotico della scuola noto come “the trench coat mafia”, la mafia dell’impermeabile.

“Guardavo le notizie e cercavo di capire perché sembrava che si stessero giustificando gli attentatori”, afferma Scott. “Si iniziò a puntare il dito contro il bullismo, i farmaci, la mancanza di un controllo sulla vendita delle armi, dei genitori irresponsabili, l’incapacità degli altri di captare i segnali d’allarme, invece che biasimare gli attentatori. Si tentava di distogliere l’attenzione dalla vera fonte di responsabilità. Che era sepolta sotto terra”.

“Provavo già odio per quegli assassini, ma questa giustificazione non fece altro che intensificare quell’odio e portarmi a immaginare: se solo avessi potuto trascorrere cinque minuti con loro, che cosa avrei fatto?”.

Trattenere questa rabbia iniziò a sortire un effetto negativo su Craig, ma anche sulla sua famiglia e i suoi amici. “Per un periodo era impossibile starmi attorno”. Scott fa attenzione a non attribuire a nessun evento in particolare la capacità di risollevarlo dalle profondità della disperazione che crede che lo stesse rendendo insopportabile. Tuttavia, attribuisce la responsabilità della sua capacità di reagire a “un processo” di consulenza psicologica e un incontro fatidico.

“Mia sorella aveva in programma una missione in Africa, ma alla fine fui io ad andare al posto suo. Ogni giorno, il conducente dell’autobus cantava bellissime canzoni in lingua zulu ed emanava allegria da ogni poro. Ricordo che una notte non riuscivo a dormire, per cui mi alzai e uscii fuori. Il conducente, vedendomi dove teoricamente non dovevo stare, accostò. Vide che ero turbato e disse: ‘raccontami la tua storia’. Non l’avevo mai raccontata a nessuno, ma iniziai a narrargliela. Lui ascoltò. E poi condivise la sua, di storia.

“Un giorno, rientrò al suo villaggio e scoprì che tutta la sua tribù era stata massacrata. Accadde durante l’Apartheid in Sud Africa. Perse 17 membri della sua famiglia. All’inizio non gli credetti. Come poteva essere la stessa persona che cantava bellissime canzoni piene di gioia? E poi disse una cosa che oggi dico sempre agli studenti: ‘perdonare è come liberare un prigioniero, e scoprire che quel prigioniero sei tu’”.

Durante le sedute di psicologia, Scott ha appreso come tradurre potenti emozioni negative in emozioni positive. “La rabbia in determinazione, la paura in coraggio, la tristezza in apprezzamento per la vita, e l’ansia in entusiasmo”, spiega. “Iniziai trasformando la rabbia in determinazione, convincendomi che non sarei diventato una vittima anche io. Gli attentatori volevano uccidere quante più persone possibile; io ne avrei salvate quante più possibile”.

I media

Dopo aver trascorso anni a rispondere abilmente alle domande dei giornalisti, Scott ammette che c’è stato molto sensazionalismo attorno all’argomento. L’attrazione dei media verso i dettagli più macabri di un omicidio forse è sempre stata chiara, ma mai come nella copertura della storia di una sparatoria di massa. Tuttavia, i media hanno anche permesso a Scott di raccontare il suo viaggio, come riconosce lui stesso.

“Il mio rapporto con i media è generalmente buono. Mi aiutano a far arrivare al pubblico i principi che ho appreso grazie alla tragedia alla Columbine. Uno dei messaggi principali che trasmetto ai miei studenti è: ‘quando date molta attenzione a qualcosa, in realtà state dando molto potere a quella cosa’”.

Alla luce della sparatoria del mese scorso nella moschea in Nuova Zelanda, è un messaggio a cui potrebbero prestare attenzioni molti altri, giornalisti inclusi. “Troppa attenzione sugli attentatori fornisce loro una piattaforma di visibilità”, aggiunge Craig. “Vogliono la fama. Non diamogliela”.

Articolo di Luke Holohan