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Quando si parla di beat generation, molti immaginano un branco di yankee smidollati, tendenzialmente progressisti, poco inclini all’igiene personale e molto dediti al consumo di droghe o altre sostanze inebrianti utili a mantenere perenne lo stato di alterazione. La realtà, però, è diversa, e ci rimanda a una generazione, quella americana degli anni Cinquanta, che sotto alcuni aspetti si ricollega idealmente più ai giovani avventurosi che seguirono D’Annunzio a Fiume nel 1919 piuttosto che agli hippie barbuti che affollarono Woodstock nel 1969.   

Tanto per cominciare, il precursore riconosciuto del movimento beat, Jack Kerouac, autore del celeberrimo On the Road e inventore del termine beat, inteso da lui come abbreviazione di beatitude, è cattolico in religione, conservatore in politica e buon patriota nella vita. Classe 1922, appassionato di libri, football e belle ragazze, Kerouac sembra avviato a una promettente carriera come giocatore di quando si rompe una gamba e deve ripiegare sulla letteratura, senza rinunciare ovviamente alla frequentazione del gentil sesso. Spirito libero, Kerouac non si accontenta dell’apparente benessere offerto dalla società americana uscita vincente dall’immane conflitto mondiale, e reagisce all’insensatezza del sogno consumistico ispirandosi ai numi tutelari della letteratura Usa: Walt Whitman, Ralph Waldo Emerson e Henry David Thoreau, in qualche modo accomunati dall’amore per l’America profonda della natura selvaggia e dal rifiuto di ogni costrizione, anche e soprattutto letteraria. 

La sfida con gli intellettuali chic

Il forte individualismo e lo sdegno per la vita comoda lo pongono subito in contrasto con i giovani intellettuali alla moda che pontificano dalle colone della Partisan Review o dalla aule della Columbia University, più interessati a costruirsi una brillante carriera che a crearsi una vita degna di essere vissuta. Kerouac sceglie di vivere, e si inabissa nei vortici di una esistenza superficialmente disordinata, ma disciplinata interiormente dalla ferma volontà di diventare uno scrittore vero, libero e aperto al mondo. Ecco alcune delle sue regole letterarie:

  • Riempi di annotazioni i tuoi taccuini segreti e scatenati selvaggiamente sulla macchina per scrivere, per la tua gioia
  • Aperto sempre, ascolta tutto
  • Non ti ubriacare mai fuori dalla tua casa
  • Ama la vita

Il risultato è evidente nella sua prosa, fatta di interminabili e veloci paragrafi che stordiscono il lettore: “Le persone che mi interessano sono solo quelle pazze, pazze di vita, pazze di salvezza, pazze di discorsi, quelle che desiderano tutto subito, quelle che non sbadigliano mai né mai parlano per luoghi comuni ma bruciano, bruciano, bruciano come delle meravigliose candele gialle romane che esplodono come ragni tra le stelle….”

Quel sostegno alla destra repubblicana

La sua ricerca lo conduce “sulla strada”, dove incontra altri ribelli come lui, accomunati dalla vitalità, dall’ansia e da un impegno che non assume caratteristiche politiche: per lui e i suoi sodali, la politica è “soulless”, senz’anima, dato che il dovere della politica è addomesticare gli individui liberi e ribelli. Questo, però, non gli impedisce di manifestare delle opinioni, che sono decisamente conservatrici: esprime, infatti, pubblico sostegno alla nomina presidenziale del candidato repubblicano più a destra, il Senatore Robert Taft, e manifesta simpatia addirittura per il Senatore Joseph McCarthy, poichè provava ripulsione per le idee comuniste, considerandole qualcosa assolutamente non-americano. 

Racconta un amico di Kerouac, lo scrittore Jack McClintock, che una volta, durante una festa a casa di Ken Kesey (l’autore di Qualcuno volò sul nido del Cuculo), a New York, Allen Ginsberg si avvicinò di soppiatto a Kerouac e, per prenderlo in giro lo avvolse in una grande bandiera a stelle e strisce. Senza dire una parola, Kerouac si girò, ti tolse con delicatezza la bandiera e la piegò molte volte con accuratezza, come si fa quando si vuole onorare un caduto, e la appoggiò sul divano, sgridando Ginsberg: “La bandiera non è uno straccio”. 

 Morì qualche anno dopo, nemmeno cinquantenne, distrutto dall’alcol e prosciugato dal successo. Sulla sua tomba un epitaffio, semplice ma esauriente: “He Honored Life”. Non possiamo dire altrettanto di molti suoi colleghi.