Dopo settimane di silenzio e domande rimaste senza risposta, il ministero della Salute turco ha rilasciato i primi dati ufficiali sulla diffusione del coronavirus nel Paese. Fino ad oggi, il governo aveva minimizzato l’impatto del virus in Turchia, imponendo misure restrittive più blande rispetto agli altri Paesi alle prese con il Covid-19 ed evitando di segnalare quali fossero le città maggiormente colpite. L’atteggiamento del governo, secondo gli esperti, ha aumentato le possibilità di propagazione del virus nel Paese e non ha permesso alle autorità competenti di gestire correttamente l’emergenza.

I dati del ministero

Il 2 aprile il numero di morti per coronavirus in Turchia ha raggiunto quota 356, con 79 persone decedute nelle 24 ore precedenti, un dato che il presidente Erdogan ha definito una vera e propria “catastrofe”. I malati, secondo quanto riportato dal Ministero della Salute, sono più di 18mila e risulta preoccupante il numero di contagiati tra il personale medico: 601 operatori sanitari sono risultati positivi al Covid-19, tra medici infermieri e farmacisti. Quest’ultima categoria è quella che ha mosso le maggiori critiche al governo, chiedendo la riduzione dell’orario lavorativo e maggiori misure di sicurezza per evitare che le farmacie si trasformino – come probabilmente è già successo – in focolai di propagazione del virus. Ad essere preoccupato per la diffusione del Covid-19 in Turchia è anche Mehemet Ceyan, capo dell’Associazione per le malattie infettive, secondo cui nel giro di 10 giorni si potrebbero raggiungere i 300mila casi. Per evitare un simile scenario, prosegue Ceyan nel suo commento per al-Jazeera, le persone devono restare a casa e gli spazi pubblici devono essere chiusi, riducendo così le occasioni di contagio. Ma un altro fattore indispensabile per la lotta al coronavirus sono i tamponi: ad oggi sono stati effettuati solo 107mila test, un numero ancora troppo basso. Il personale medico inoltre lamenta da settimane la mancanza di attrezzature adeguate per combattere il virus e garantire la sicurezza del personale sanitario.

Scontro sindaci-governo

Secondo i dati del ministero, le città maggiormente colpite dal virus sono Istanbul, Izmir e Ankara dove si sono registrati rispettivamente 8.852, 853 e 712 casi. La notizia ha allarmato i sindaci delle metropoli, tutti e tre appartenenti all’opposizione, e in particolare Ekrem Imamoglu. Il primo cittadino di Istanbul, capitale economica del Paese, ha chiesto al governo di imporre misure di quarantena più restrittive per evitare che il virus continui a propagarsi, ma le sue parole sono cadute nel vuoto. Secondo i sindaci, il presidente sta mettendo la crescita economica della Turchia al primo posto rispetto alla salute dei suoi cittadini, come dimostrano anche le ultime affermazioni dello stesso Erdogan secondo cui la “macchina produttiva” del Paese non può fermarsi. Per il presidente è infatti fondamentale che l’economia continui a crescere e che la Turchia superi la crisi in cui versa da tempo, soprattutto ora che mancano solo tre anni al centenario della nascita della Repubblica turca. D’altronde il successo politico di Erdogan risiede proprio nel settore economico e delle infrastrutture, per cui fermare la macchina produttiva sarebbe un ulteriore, duro colpo all’Akp e alla sua stessa leadership.

Ad inasprire ulteriormente i rapporti tra sindaci e autorità centrale è stata inoltre da decisione di Erdogan di bloccare la raccolta fondi in sostegno delle fasce meno abbienti avviata dal primo cittadino di Ankara, accusato di star boicottando la campagna avviata a livello nazionale dal governo e che ha raggiunto le 552.5 milioni di lire. La richiesta di donazioni però ha insospettito l’ex primo ministro Ahmet Davutoglu, secondo cui le casse dello Stato sarebbero ormai vuote a causa degli investimenti militari e delle politiche messe in campo da Erdogan per far frenare la svalutazione della lira. Al di là degli scontri politici, gli esperti continuano a chiedere un intervento maggiore dello Stato nella lotta contro il virus per evitare che la situazione degeneri come successo in altri Paesi europei.