“Pensavamo fosse una spia inglese”: è questa una delle rivelazioni che spingono la Procura di Roma ad incrementare le indagini sulla morte di Giulio Regeni ed a chiedere una nuova rogatoria agli inquirenti de Il Cairo. Una novità di non poco conto, intercettata da un testimone durante un colloquio che uno dei presunti rapitori del ricercatore italiano, ritrovato morto nel gennaio 2016 nella capitale egiziana, tiene con un suo collega. Un quadro che quindi si arricchisce di nuovi importanti particolari.

Una confessione indiretta

La svolta, come detto, arriva da un testimone: seduto con due funzionari egiziani che parlano arabo tra loro, ignari forse del fatto che il soggetto in questione conoscesse anche l’arabo, il testimone riesce a capire il contenuto di ciò che i suoi interlocutori scambiano durante la conversazione. Si parla, in particolare, delle proprie preoccupazioni ad inizio 2016 per l’anniversario dei moti di piazza Tarhir, in Egitto. In quel momento nel paese arabo si respira un’aria piuttosto pesante, perché il 26 gennaio si ricorda quanto accaduto cinque anni prima con la fuga dell’ex presidente Mubarak. Così le forze di sicurezza sono in allerta e qui si arriva al racconto del funzionario egiziano: “Io sono andato a caricarlo nell’auto a quel ragazzo italiano – dichiara in arabo durante la conversazione con il suo collega – Pensavamo fosse una spia inglese. Una volta prelevato l’ho picchiato al volto”.

Il testimone carpisce queste parole e le racconta ai legali della famiglia di Giulio Regeni. Conosce nome e cognome del funzionario in questione non perché suo amico ma perché, stando al suo racconto, consegna un proprio biglietto da visita al suo interlocutore prima di iniziare a parlare. Secondo gli inquirenti la testimonianza è importante in quanto il nome indicato dal testimone, è lo stesso di uno dei cinque indagati dalla Procura di Roma per il sequestro e l’uccisione del ricercatore italiano.

La rogatoria internazionale richiesta ai colleghi egiziani

Ecco quindi il motivo che spinge adesso i magistrati romani a chiedere una nuova rogatoria agli egiziani. L’obiettivo è acquisire nuove informazioni sul funzionario in questione, al fine di ottenere eventuali nuovi ed importanti riscontri. Giulio Regeni era ricercatore all’università di Cambridge, forse per questo viene scambiato per inglese e soprattutto per un agente al servizio di Londra. La sua ricerca sui sindacati egiziani ovviamente non passa inosservata ad Il Cairo, in un momento in cui l’Egitto deve ancora trovare la sua stabilità dopo i tumulti figli della primavera araba degli anni precedenti. A molti nella capitale del paese arabo sembra un pretesto per portare a Londra informazioni ritenute sensibili.

Una ricerca, quella del ragazzo italiano, suggerita dalla sua tutor Maha Mahfouz Abdel Abdelrahman, anche se quest’ultima non dà elementi utili ai magistrati italiani nel corso dell’inchiesta. Un asse quindi che non riguarda solo Roma ed Il Cairo, bensì anche la Gran Bretagna: ecco lo scenario che la nuova testimonianza acquisita agli atti dagli investigatori italiani sembrerebbe confermare. Un elemento, quello che riguarda la conversazione intercettata tra il funzionario indagato ed un altro suo collega, che adesso potrebbe aiutare molto a capire il movente dell’omicidio. Anche se tante domande ancora risultano senza una chiara risposta, a partire da quella sul perché di tanta violenza e crudeltà verso un ragazzo di appena 28 anni. Ed inoltre, sono ancora da capire i motivi che spingono le autorità egiziane a provare un depistaggio dopo la morte di Regeni e, contestualmente, l’università di Cambridge a non collaborare fino in fondo con la procura di Roma.

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