Il Serum Institute of India (SII) lavora a ritmi infernali. A gennaio, mentre l’Europa iniziava a fare i conti con la penuria di vaccini che di lì a poco l’avrebbe travolta in pieno, il più grande produttore di vaccini al mondo era già in grado di produrre qualcosa come 5mila dosi di Covishield al minuto. Il Covishield, per la cronaca, non è altro che l’AZD1222 sviluppato da AstraZeneca e Università di Oxford. In India è semplicemente conosciuto con un altro nome, viene sfornato alla velocità della luce, impacchettato e spedito, non solo nell’immenso territorio indiano, ma anche all’estero.

Il SII produce il 60% dei vaccini mondiali, per un totale di circa 1.5 miliardi di dosi. L’emergenza Covid lo ha trasformato senza ombra di dubbio in un hub strategico (e geopolitico) fondamentale. Le case farmaceutiche occidentali, ma anche asiatiche, adesso fanno la fila per vendergli le rispettive licenze e chiudere accordi, nella speranza che gli affari vadano in porto. Il Serum, in altre parole, consente alle Big Pharma di moltiplicare a dismisura le rispettive produzioni di vaccini, così da soddisfare le altrui esigenze economiche. Attenzione però, perché alla base dell’attuale successo del SII c’è una strategia ben precisa rivelatasi vincente.

Una strategia vincente

Nel corso del 2020, il Serum ha scommesso “a scatola chiusa” su diversi vaccini prima che le autorità di regolamentazione li avessero approvati. Tra questo, spiccava l’AstraZeneca. Detto altrimenti, la produzione del vaccino del SII è partita prima che il suddetto farmaco superasse tutti i test. “Abbiamo deciso di andare avanti su questa strada perché siamo sicuri. A Oxford sta lavorando un gruppo di scienziati molto qualificati e di grande talento”, spiegava lo scorso aprile Adar Poonawalla, Chief Executive dell’istituto.

Il SII ha inizialmente investito circa 260 milioni di dollari, per poi raccogliere circa 540 milioni di dollari da filantropi e altri Paesi, per un totale di 800 milioni di dollari. Ad aprile, come ha sottolineato alla Bbc, Poonawalla ha fatto un rapido calcolo di tutto ciò di cui avrebbe avuto bisogno per soddisfare l’enorme domanda che avrebbe intasato il suo istituto, dalle fiale di vetro ai filtri. “Abbiamo così tante dosi perché ho iniziato a produrre “a rischio” in agosto. Vorrei che anche altre società avessero preso quel rischio, perché il mondo avrebbe avuto molte più dosi”, ha svelato, il Ceo di Serum senza nascondere un po’ di amarezza.

Pioggia di vaccini

Accanto al Serum Institute of India, il Paese può contare su almeno una mezza dozzina di grandi produttori. L’altro nome da ricordare, per il momento, è tuttavia Bharat Biotech, fondata 24 anni fa e dotata di un portafoglio di 16 vaccini (non solo anti Covid). Esporta in 123 Paesi, e adesso ha l’occasione per inserirsi nella lotta contro il coronavirus grazie al suo vaccino ad hoc, il Covaxin. L’azienda sostiene di avere una scorta di 20 milioni di dosi del farmaco, e punta a produrre 700 milioni di fiale entro la fine dell’anno corrente.

Al momento, l’All India Drug Action Network (AIDAN), l’ente regolatore indiano del farmaco, ha autorizzato due vaccini a uso emergenziale nazionale: il Covishield (cioè l’AstraZeneca) e il Covaxin. Grazie alla sua enorme potenza di fuoco, Nuova Delhi ha fornito o sta fornendo il vaccino anche ai Paesi limitrofi e ad altre nazioni. Il principio base, in ogni caso, è che prima viene la salvaguardia della popolazione indiana, poi tutti gli altri. Certo è che New Delhi, pur partendo in ritardo rispetto alla Cina, è riuscito a mettere in fila diverse esportazioni geopoliticamente rilevanti. L’India ha spedito vaccini, tra gli altri, in America Latina, nei Caraibi, in Asia, Africa, ma anche nel Regno Unito, Canada, Brasile e Messico. La lista, insomma, è lunghissima.

Ci sono altri candidati vaccini indiani che potrebbero presto essere pronti all’uso. Quali? Abbiamo lo ZyCov-Di, sviluppato da Zydus-Cadila di Ahmedabad, l’HGCO19, ma anche i vaccini targati Biological E e Dynavax, in collaborazione con il Baylor College of Medicine americano, quelli di Bharat BioTech (si parla di vaccino nasale), un secondo siero firmato SII e Novavax, e pure il riadattamento indiano dello Sputnik V, frutto della collaborazione tra il Dr Reddy’s Lab e il Gamaleya National Center russo. A proposito dell’azienda indiana Biological E, la Casa Bianca lavorerà di sponda con questa società tramite la Us International Development Finance Corporation finanziando la produzione di circa un miliardo di dosi del vaccino Johnson & Johnson per la distribuzione mondiale.

Moltiplicatore di dosi

“L’India è stata un centro di produzione di vaccini anche prima della pandemia, e dovrebbe quindi essere un partner strategico nell’inoculazione globale contro il Covid”, hanno scritto gli analisti di JP Morgan. La società di consulenza Deloitte prevede invece che quest’anno l’India sarà seconda solo agli Stati Uniti in termini di produzione di vaccini anti Sars-CoV-2. PS Easwaran, partner di Deloitte India, ha ipotizzato che nel 2021 potrebbero essere prodotti nel Paese asiatico più di 3,5 miliardi di vaccini anti Covid, a fronte dei circa 4 miliardi negli Stati Uniti. E i numeri potrebbero aumentare ulteriormente, visto che le aziende indiane stanno facendo di tutto per incrementare la loro capacità produttiva. “Stiamo espandendo le nostre capacità annualizzate per fornire 700 milioni di dosi del nostro Covaxin intramuscolare”, ha detto l’azienda indiana Bharat, come evidenziato da Cnbc.

Per quanto riguarda Covishield, secondo Reuters, il SII produrrebbe circa 50 milioni di dosi al mese, che dovrebbero toccare le 100 milioni di unità nel corso del mese di marzo. Molte altre società sono pronte a cogliere al volo le offerte che si presenteranno loro tra le mani. Pur senza sviluppare vaccini di successo, prosegue il rapporto JP Morgan, varie strutture hanno la capacità tale di collaborare come produttori a contratto con sviluppatori di vaccini esteri per soddisfare le esigenze di fornitura indiane o di Paesi stranieri. Attenzione però, perché non tutti i vaccini possono essere prodotti in India. I vari Pfizer-BioNTech e Moderna, che utilizzano la tecnologia a mRNA, richiedono precisi requisiti di produzione, oltre che una rigorosa catena del freddo.

Il peso geopolitico

Secondo vari analisti, l’obiettivo dei Paesi protagonisti della sfida del XXI secolo, la guerra dei vaccini, è quello di espandere il loro soft power all’estero, così da preparare il terreno per successivi legami economici e commerciali con nuovi partner. Considerando tutto quello che abbiamo detto, l’India ha tutte le carte in regola per diventare la prossima variabile impazzita della sfida vaccinale attualmente in corso. Il motivo è semplice.

Nella cosiddetta geopolitica del vaccino, grazie alla sua capacità produttiva vaccinale, New Delhi è abbastanza forte da poter camminare con le proprie gambe e affrontare la Cina in un testa a testa dal sapore asiatico. Il fatto è che Nuova Delhi potrebbe essere ancorata da Washington nel Quad. In tal caso, non agirebbe più di proprio pugno ma in collaborazione con Giappone, Australia e, soprattutto, Stati Uniti. In particolare, Canberra dovrebbe destinare risorse ad hoc sia per la logistica che per lo sviluppo delle capacità “last mile” (in gergo tecnico, l’ultimo tratto delle consegne), mentre Tokyo fondi tali da consentire all’India di poter migliorare la produzione di vaccini propri.

Il Wall Street Journal ha scritto che il governo americano, Tokyo e Canberra hanno promesso di destinare oltre 200 milioni di dollari per aiutare le aziende indiane ad estendere le loro capacità produttive. “Stiamo parlando di enormi investimenti nella creazione di ulteriori capacità di vaccino in India da esportare nei paesi della regione indo-pacifica per il loro miglioramento”, ha detto il ministro degli Esteri indiano Harsh Vardhan Shringla in un briefing dopo l’ultimo vertice del Qad. “Stiamo parlando di immunizzare davvero le persone in un’intera regione”, ha aggiunto il ministro a conferma del piano a dir poco ambizioso. L’India ha acceso i suoi motori. E adesso è pronta, direttamente o indirettamente, a vaccinare il mondo.