Il nuovo fronte del contrasto al Covid-19 sotto il profilo dell’alternanza tra aperture e chiusure delle zone soggette a evoluzioni nell’andamento del contagio sta cominciando a conoscere, in maniera non sistemica ma via via in diffusione in tutta Italia, l’adozione in numero crescente di misure sempre più selettive con cui singoli comuni o singole aree provinciali ricevono un trattamento ad hoc rispetto al resto del territorio regionale, regolato secondo il sistema a tre zone (gialla, arancione, rossa) normato dal Ministero della Salute.

E se il fronte delle zone rosse locali estese a singoli comuni (come successo in Lombardia con Bollate, Castrezzato, Mede e Viggiù) richiama lontanamente il primo tentativo di contenimento del Covid-19 compiuto nell’area di Codogno, più articolato e complesso è il discorso sulla chiusura o sulla limitazione di singole aree provinciali. Nella giornata del 23 febbraio, ad esempio, è filtrata la notizia che nella Lombardia “gialla” la giunta guidata da Attilio Fontana aveva preso la decisione di perimetrare la provincia di Brescia con una zona arancione riguardante i suoi 205 comuni, il centro cremonese di Soncino e sette centri limitrofi della bergamasca. E non parliamo di un caso isolato: l’Umbria, ad esempio, è formalmente in zona arancione, ma dall’8 febbraio scorso la provincia del capoluogo Perugia, che copre tre quarti del suo territorio, subisce restrizioni da zona rossa per la virulenta diffusione della variante “brasiliana” del Covid e il conseguente picco di ospedalizzazioni e ricoveri in terapia intensiva. Discorso analogo in Abruzzo per le province di Pescara e Chieti.

La realtà dei fatti e le conseguenze della seconda ondata, che ha colto colpevolmente impreparate le autorità nazionali del governo Conte II, costrette troppo spesso a inseguire una situazione in rapido deterioramento, mettendo in piedi tardivamente un sistema a “zone” che prevenisse l’ingessatura legata a un nuovo, insostenibile lockdown nazionale hanno portato in auge il tema delle azioni su base provinciale. Una strategia operativa che da tempo diversi medici e analisti suggerivano. In tal senso, si segnala il lavoro di studio e divulgazione compiuto dal gruppo di lavoro interdisciplinare “Pillole di Ottimismo”, un think tank medico fondato dal chirurgo Paolo Spada, dal virologo Guido Silvestri e dall’epidemiologa Sara Gandini che da diversi mesi svolge un accurato lavoro di raccordo tra scienza e politica, studiando la pandemia e i suoi risvolti epidemiologici e sociali con attenzione e proponendo soluzioni estremamente distanti dalle semplificazioni “urlate” che riempioni giornali e televisioni.

Il gruppo di lavoro di “Pillole di Ottimismo”, in tal senso, crede nell’evidenza scientifica e nella sua rigorosa applicazione, rifiutando sia le semplificazioni riduzioniste o negazioniste che lo scientismo fine a sé stesso di quei medici e virologi che chiedono la riproposizione della carta ormai bruciata del lockdown nazionale, ignorando le possibili conseguenze politiche e sociali.

Sulla pagina Facebook del gruppo, nelle scorse settimane è apparsa un’immagine eloquente che segnala la necessità di sottoporre la focalizzazione dell’analisi epidemiologica su base provinciale, e non più regionale, a un attento scrutinio politico istituzionale: la mappa, associata a un nuovo modello di calcolo delle soglie che tiene conto della capacità di ogni territorio di assorbire soglie crescenti di ammalati e delle capacità del sistema sanitario locale, mostra chiaramente che, al 17 febbraio scorso, solo 19 province su 107 mostravano parametri da zona rossa

L’efficacia dell’attuale modello di “contenimento dell’epidemia”, sottolineava il professor Spada a commento, “generalmente riconosciuta per quanto riguarda le zone rosse, appare meno solida per quelle arancioni, ed è alquanto incerta per quelle gialle”, venendo inoltre ulteriormente compromesso dalla “disomogeneità dei territori all’interno delle Regioni: osserviamo come Province a bassa incidenza di contagio siano spesso soggette ai più rigidi regimi contenitivi, ereditati dalla propria Regione, e viceversa Province ad elevata incidenza restino a lungo in colore giallo. Quest’ultima circostanza espone a fenomeni di aumento rilevante della circolazione virale in quelle Province, e di estensione del contagio ai territori adiacenti”.

Una strategia anti-contagio focalizzata su base provinciale segnala, in questo contesto, un modello più a misura di cittadino, strategicamente più funzionale, decisamente più fattibile, meno squilibrato e, inoltre, meno oneroso per lo Stato, date le ricadute in termini economici diretti (ristori da elargire) e indiretti (calo della produzione, del giro d’affari, posti di lavoro messi a rischio) che comportano chiusure estese a regioni intere. Vi è poi, per i promotori di Pillole di Ottimismo, una maggiore funzionalità sociale: “misure di contenimento ubiquitarie, e costanti, non elaborate sulle effettive condizioni locali, tendono a affievolire nel tempo l’adesione consapevole delle persone alle norme di prevenzione e a generare fenomeni di elusione delle regole imposte”. Questa è una minaccia non secondaria: non dimentichiamo che quando il Covid-19 esplose nel Paese, un anno fa, il governo nel giro di un mese (attraverso i vari decreti emanati tra l’entrata in vigore della zona rossa di Codogno e il decreto “Chiudi Italia” del 22 marzo) impose il confinamento duro all’intero territorio nazionale per oltre un mese e mezzo, creando un precedente non solo politico-sanitario, ma anche psicologico nella mente di milioni di italiani. Precedente valido sia per quelle terre ove il virus era esploso e si rendevano necessarie misure emergenziali drastiche sia per quelle zone che avevano sperimentato il confinamento in forma preventiva.

Inasprire per un periodo prolungato le misure di contenimento in una fase di generale incertezza ed emergenza nazionale è un conto, dare l’impressione di calcare la mano in una circostanza di minore propagazione del contagio può creare contraccolpi per la credibilità dell’azione istituzionale sul medio-lungo periodo. Essendo oramai superata la fase iniziale dell’emergenza ed essendo entrati da tempo in una fase di contenimento e avvio del processo di convivenza con il Covid-19, i decisori necessitano di maggiore elasticità e flessibilità per unire una risposta pragmatica alla capacità di attivare il giusto consenso sociale e stimolare condotte corrette tra la popolazione. Creando quel circolo virtuoso tra scienza e politica che troppo spesso, in questi mesi, sembra essersi spezzato.

E perciò se si pensa che, per fare solo l’esempio più recente, nell’ultimo mese Brescia ha fatto segnare 12mila contagi con un trend in espansione per tre settimane consecutive e altre province lombarde si sono mantenute ben al di sotto (Cremona +2.700, Bergamo +3.400) si può capire come mai la soluzione su base provinciale aiuti a comprendere meglio dove effettivamente le situazioni di criticità stiano emergendo. E se all’atto pratico questa scelta di politica sanitaria diverrà una prassi, si potrà dire che un altro passo in avanti sarà stato fatto nella ricerca delle metodologie più corrette per contrastare il Covid-19.