La Spagna resta senza figli e il governo corre ai ripari

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La Spagna è uno dei paesi più colpiti dall’inverno demografico che da oltre vent’anni ha avvolto in una morsa letale il Vecchio continente, dalla Germania fino ai Balcani, passando per Scandinavia e Italia. Adesso, il nuovo governo del socialista Pedro Sanchez sembra intenzionato a voler trovare una soluzione duratura ed efficace alla crisi delle culle e ha dedicato un intero ministero all’annosa questione .

L’iniziativa

Una delle prime azioni del secondo governo Sanchez, entrato in carica ad inizio anno, è stata la trasformazione del Ministero per la Transizione Ecologica nel Ministero per la Transizione Ecologica e per la Sfida Demografica, la cui guida è stata affidata a Teresa Ribera. Il ritorno alla crescita, in senso demografico, rappresenta la principale sfida che Madrid è chiamata ad affrontare ed il motivo è molto chiaro: negli ultimi dieci anni le nascite sono crollate del 40% e se la tendenza dovesse proseguire negli anni a venire, entro il 2050 si stima la maggioranza della popolazione sarà composta da ultrasessantenni.

Il nuovo ministero si è mostrato incredibilmente laborioso e ha già organizzato un incontro di lavoro con una delegazione della Rete delle Aree Scarsamente Popolate del Sud Europa, un’organizzazione che lavora nello studio delle de-natalità e offre soluzioni a riguardo. La Spagna rurale si sta spopolando molto rapidamente, sia per via della scarsa propensione degli abitanti ad avere famiglie con almeno due figli che per via della crescente emigrazione all’estero. L’organizzazione ha quindi un proposto pacchetto di politiche miranti sia a stimolare la natalità che a trattenere i lavoratori in patria. Ogni lavoratore che non espatria, infatti, è un potenziale genitore, ed è proprio a questo che punta la strategia elaborata dalla Rete.

Il pacchetto proposto dalla Rete non vuole offrire cure palliative, ma soluzioni definitive, e chiede un grande sforzo economico al governo e agli imprenditori, poiché basato su: revisione integrale del sistema fiscale, differenziato in maniera tale da favorire lavoratori e famiglie, riduzione dei costi del lavoro per le imprese, per incentivare nuove assunzioni ed impedire la fuga della manodopera, bonus e stimoli per galvanizzare la migrazione interna, la delocalizzazione delle attività economiche non all’estero ma nelle aree rurali, e la rinascita dei borghi in via di estinzione, snellimento della burocrazia, della macchina amministrativa, e del cuneo fiscale, per il cittadino ordinario.

La cura, praticamente, considera il fenomeno dello spopolamento soltanto da un punto di vista economico, pensando che sia possibile riportare gli spagnoli a formare una famiglia per mezzo di detrazioni fiscali e bonus di vario genere. In realtà, le esperienze di altri paesi, come Russia e Ungheria, che hanno tentato di risolvere la crisi delle culle con mezzi puramente monetari, dimostrano la fallacia di tale convinzione e che occorra trattare il fenomeno per quello che è: multidimensionale, legato tanto a fattori economici quanto culturali ed ambientali.

Culle vuote: una vera emergenza nazionale

Il 2018 è stato l’anno nero della Spagna, come certificato dall’Istituto Nazionale di Statistica (INE): 369mila nuove nascite, un netto calo rispetto alle 393mila dell’anno precedente ed in comparazione alle 519mila del 2008, l’anno in cui la popolazione ha cessato di crescere perché la forbice fra nuovi nati e decessi ha iniziato a palesare i suoi effetti, dando vita ad una tendenza allo spopolamento che, da allora, non mostra segni di arresto. Era dal 1941 che il divario fra neonati e morti non era così alto, ma all’epoca il paese era appena uscito dalla tragedia della guerra civile.

Il futuro del paese è distopico secondo Alejandro Macarrón Larumbe, direttore della fondazione Rinascimento Demografico, ed autore del libro Suicidio demográfico en Occidente y medio mundo: entro il 2100, dando per fissa la tendenza attuale, la popolazione diminuirà del 50% e la popolazione attiva, ossia in età da lavoro, si ridurrà di 2/3. La tesi di Larumbe è che “la bassa natalità è parte centrale del nostro modello di società”, perciò gli incentivi a lavoratori e imprese non basteranno: la nuova donna europea, e spagnola, è stata allevata nella convinzione che i figli non siano un investimento, ma un costo ulteriore da sopportare, e che perciò occorra farne pochi e in età avanzata, privilegiando prima la carriera.

In questo modo, Larumbe, tenta di spiegare perché l’età media del primo figlio stia aumentando di anno in anno, una realtà che non caratterizza soltanto la Spagna, perché il numero di madri over-40 sia cresciuto del63,1% negli ultimi dieci anni, perché il tasso di fertilità oscilli fra l’1,25 e l’1,44 figli per donna e non si trovi il modo di portarlo al tasso di sostituzione naturale del 2,1. 

Le proiezioni demografiche dell’INE per il lungo termine e i dati degli anni recenti completano il quadro di Larumbe, corredandolo di ulteriori numeri sconcertanti: fra il 1999 ed il 2019 la popolazione fra i 20 e i 40 anni si è ristretta del 29% ed entro metà secolo si restringerà di un ulteriore 40%, il 2057 potrebbe sancire il sorpasso della componente over-80 sugli under-16. Percentuali a parte, è utile anche guardare i numeri veri e propri: nel 2010, la Spagna contava 8 milioni e 200mila persone fra i 30 e i 39 anni, dieci anni dopo, nel 2020, le stesse sono scese a quota 6 milioni.

I problemi sono dietro l’orizzonte, ma già oggi, l’invecchiamento della forza lavoro e della popolazione in generale stanno iniziando a riverberare i loro effetti perniciosi sull’economia: la produttività del sistema nazionale è al massimo dell’efficienza, ma sta perdendo capacità ininterrottamente dal 2010, mentre le fondamenta del sistema pensionistico sono sempre più fragili.