Skip to content
Società

La Slovenia e il rifiuto del suicidio assistito: una società divisa davanti all’ultima scelta

Con un referendum, la Slovenia ha detto no alla legalizzazione del suicidio assistito, bloccando una legge approvata dal Parlamento.

Un voto che ribalta il Parlamento: con un referendum, la Slovenia ha detto no alla legalizzazione del suicidio assistito, con un margine ristretto ma sufficiente a bloccare una legge approvata solo pochi mesi fa dal Parlamento. Il risultato, frutto di un referendum popolare che ha visto il 53% degli elettori respingere il testo, sospende l’entrata in vigore della norma per almeno un anno. La consultazione è stata innescata da un movimento civico sostenuto dall’opposizione conservatrice e dalla Chiesa cattolica, decisi a fermare ciò che consideravano un passo irreversibile verso una cultura della medicalizzazione della morte.

Il peso del precedente e la spaccatura etica

Appena un anno fa, un primo referendum aveva mostrato una lieve maggioranza in favore del suicidio assistito. Eppure, questa volta, gli oppositori sono riusciti a mobilitare meglio l’elettorato, sfruttando un clima politico mutato e la sensibilità crescente verso il rischio di abusi. La legge prevedeva una cornice restrittiva: solo pazienti lucidi, con malattia incurabile e sofferenza ritenuta insopportabile, con esclusione dei disturbi psichici e senza alcuna apertura all’eutanasia. Ma nel dibattito pubblico queste distinzioni tecniche hanno lasciato spazio a narrazioni più emotive: da un lato la dignità dell’ultimo tratto di vita, dall’altro la paura che le categorie fragili vengano spinte verso l’abbandono terapeutico.

La politica tra etica e consenso

Il primo ministro Robert Golob si era espresso apertamente a favore della riforma, difendendo il diritto individuale a scegliere come affrontare la fine della vita. Ma la sua linea si è scontrata con una parte significativa del Paese, che vede nella liberalizzazione del suicidio assistito un cedimento culturale pericoloso. La Chiesa e molte organizzazioni sociali hanno insistito sulla priorità delle cure palliative, dell’accompagnamento umano, della protezione di chi rischia di subire pressioni familiari o istituzionali. Con 1,7 milioni di elettori e una partecipazione moderata, il risultato mostra un Paese spaccato su un tema che tocca identità, fede e visione della dignità umana.

Una porta socchiusa sul futuro

Il no referendario non chiude definitivamente il capitolo. La legge potrà essere riscritta e ripresentata tra un anno, offrendo al Parlamento la possibilità di trovare un compromesso che tenga insieme sensibilità etiche diverse e un quadro di garanzie più solido. La Slovenia entra così nel cuore di un dibattito che attraversa già l’Europa, dove le pratiche e le normative oscillano fra modelli molto permissivi e regimi fortemente restrittivi. Anche in Paesi come la Francia il confronto si fa sempre più acceso e non si esclude un ricorso al referendum in caso di stallo politico.

Il voto sloveno è il segnale di una tensione profonda che riguarda tutte le democrazie: come conciliare l’autonomia individuale con la protezione dei più vulnerabili. Nel punto in cui vita e morte si toccano, l’etica resta il terreno più difficile da condividere.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.