La diversificazione e la definizione graduali di diverse tipologie di restrizione all’attività sociale sembra essere diventata in diversi Paesi d’Europa la strada più seguita per contenere la ripresa della pandemia di coronavirus e, soprattutto, allontanare lo spauracchio di un nuovo lockdown totale che appare insostenibile sul piano economico, sociale, politico anche per Paesi come Francia e Regno Unito, ove i casi si contano a decine di migliaia ogni giorno.

E proprio il governo di Boris Johnson ha recentemente applicato una nuova strategia fondata sulle chiusure graduali, che in diversi Paesi è stata declinata con varie sfumature. Non il modello “a semaforo” della Germania di Angela Merkelvisto in azione nel focolaio della capitale Berlino, nè la somma di lockdown locali di varia entità che la Francia di Emmanuel Macron, che sulle parole estive che escludevano una nuova serrata nazionale si gioca il suo futuro politico, sta applicando, ma un sistema intermedio che divide il territorio nazionale in tre aree sottoposte a diversi livelli di restrizione.

Dalle meno rigide in avanti, si parte con le restrizioni in vigore su tutto il territorio nazionale: coprifuoco alle 22 per ristoranti e bar e applicazione della rule of six, ovvero l’obbligo di incontrarsi in gruppi di massimo sei persone; segue il secondo livello di allerta, concentrato nel Nord-Est dell’Inghilterra e nell’hinterland di Liverpool, in cui si applicano ulteriori restrizioni all’incontro tra diversi nuclei famigliari; infine, la città stessa di Liverpool è interessata dalle restrizioni maggiori, con un blocco totale all’attività di bar e pub che non offrono servizi di ristorazione, divieto di incontro tra membri di nuclei famigliari diversi e un invito a non uscire dalla “zona rossa”.

In un documento pubblicato sul sito del governo si possono leggere le indicazioni del Sage (Scientific Advisory Group for Emergencies), che prevedevano di richiedere a BoJo misure ancora più stringenti, sostenendo che “i modelli matematici suggeriscono che una chiusura di 14 giorni o 21 giorni ad ottobre potrebbe ritardare l’epidemia di 28 giorni e ridurre significativamente il numero di infezioni a dicembre”. Nessun governo europeo può però ora pronunciare a cuor leggero la fatidica parola “lockdown”, men che meno quello dell’ex sindaco di Londra che sul ritorno alla normalità ha voluto mettere più volte l’enfasi, ribadendo ai Comuni di ritenere la misura di un confinamento nazionale smodata rispetto alle necessità. Ma la curva dei contagi, dei ricoveri e dei morti continua ad impennarsi: e sul governo è ora arrivato il fuoco di fila di chi lo accusa di aver voluto imporre un lockdown più rigido a quelle regioni in cui la maggioranza conservatrice non è egemone.

Come sottolinea Repubblica, infatti, ” il Sunday Times ha scoperto che le nuove restrizioni approvate dal governo Johnson soprattutto nel nord-est dell’Inghilterra e nelle Midlands per contenere i contagi (per esempio il divieto di incontrare persone di altri nuclei familiari all’interno e all’esterno) siano state applicate subito nelle regioni più povere del Regno Unito, mentre alcune aree più ricche, soprattutto quelle circoscrizioni dei deputati conservatori come quella del rampante ministro delle Finanze Rishi Sunak, sarebbero state risparmiate. Un report che ha innescato l’accusa di classismo al governo anche nella gestione della pandemia” e rischia di trasformarsi in un boomerang per Johnson, che proprio nello sfondamento nella storica roccaforte laburista del “Muro Rosso” ha costruito la travolgente vittoria alle ultime elezioni politiche. Sul fronte opposto, Johnson rischia di vedere nascere una fronda da parte di una manciata di deputati più attenti al timore di un disastro economico in caso di nuova quarantena e di perdere il controllo della maggioranza: alcuni deputati tory, come Steve Baker, “sono sul piede di guerra e negli ultimi giorni sono riusciti a strappare al primo ministro una importante concessione: in caso di una nuova “chiusura” del Paese, sarà il Parlamento ad avere l’ultima parola”.

Nel Regno Unito, come in Francia e in un certo senso anche in Italia, il problema è in primo luogo politico, dato che il lockdown è istintivamente associato dall’opinione pubblica all’emergenzialità, all’impatto con uno tsunami sanitario paragonabile a quello primaverile. Se a marzo e aprile con i lockdown i governi hanno alzato i loro indici di gradimento, incassando la fiducia dei cittadini per la scelta di non voler mettere l’economia davanti alla salute e usufruendo del tradizionale stimolo che i popoli hanno a compattarsi attorno alle istituzioni nei momenti più difficili, nella fase autunnale essi saranno giudicati solo sui risultati che riusciranno a ottenere con le loro politiche, percepite come meno emergenziali. E se in primavera il lockdown appariva una forzata necessità, ora suonerebbe come una sconfitta, specie considerato il fatto che l’enfasi appare più “economica” che “sanitaria” e una seconda quarantena prolungata amplificherebbe gli effetti recessivi che già hanno sconvolto ampiamente l’economia europea. Non se lo può permettere l’Italia, non se lo può permettere la Francia e non può concepirlo nemmeno Londra, che già deve fare i conti con oltre 43mila morti accertati e una recessione in doppia cifra. La strategia delle chiusure graduali appare l’unica percorribile per evitare lo schianto dei governi: nessuno lo vuole ammettere, ma è così. E ciò che accadrà nel Regno Unito sarà istruttivo per capire come si potranno evolvere la reazione sanitaria e gli scenari di politica interna anche negli altri Stati.

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