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Il 3 febbraio l’Aifa ha autorizzato la ricerca e l’utilizzo degli anticorpi monoclonali nella lotta contro il coronavirus. I buoni risultati raggiunti in Europa e all’estero hanno spinto l’Italia a investire su questa terapia. Ma il diffondersi delle varianti crea dubbi nella loro completa efficacia. Il lavoro della scienza sui monoclonali fatto in questi mesi potrebbe davvero essere compromesso?

La speranza riposta nei monoclonali

Definiti dagli esperti del settore come “vaccini rapidi”, i monoclonali sono degli anticorpi che riconoscono i patogeni che invadono il corpo e consentono all’organismo di neutralizzarli. La produzione artificiale di monoclonali ha la funzione di creare la quantità necessaria di anticorpi capaci di debellare in modo veloce il coronavirus prima che si arrivi alla degenerazione della malattia. Il loro utilizzo, se effettuato nella fase iniziale del contagio, consente di evitare il processo infiammatorio che può far sorgere i sintomi gravi. Questi anticorpi possono inoltre essere utilizzati anche per prevenire la malattia come si fa con il vaccino. Quando infatti ci sono le premesse per l’avvenuto contagio, la persona interessata, valutate le circostanze con il personale medico specializzato, può essere sottoposta al trattamento.

L’applicazione di questa terapia per combattere il Sars-CoV-2 ha avuto ottimi risultati in Germania e anche negli Stati Uniti già sul finire del 2020. Motivo per il quale molti virologi in Italia, tra i quali Matteo Bassetti, hanno da sempre sollecitato la possibilità dell’utilizzo anche sul territorio nazionale, rimasto indietro rispetto agli altri Paesi. L’ok da parte dall’Italia è arrivato solamente il 3 febbraio scorso: L’Aifa ha dato il via libera per gli anticorpi monoclonali delle case americane Eli Lilly e Regeneron, per l’impiego in fase precoce in pazienti ad alto rischio.

Le varianti che mettono in discussione i monoclonali

L’efficacia dei monoclonali per debellare il Sars-CoV- 2 è stata sin dall’inizio testata con risultati che hanno fatto ben sperare il mondo scientifico impegnato nella lotta contro il coronavirus. A far crollare tutte le certezze acquisite fino a poco tempo è stata l’individuazione delle varianti. Il virus, come accade sempre per sua natura, è mutato e questo ha inciso e incide sugli studi fin qui condotti.  Al momento sono tre le varianti rilevate: quella inglese (20I / 501Y.V1, VOC 202012/01 o B.1.1.7), quella sudafricana (20H / 501Y.V2 o B.1.351) e quella brasiliana (P.1). Le ultime due sarebbero quelle più preoccupanti in virtù degli effetti che causano all’organismo. E proprio sulle varianti provenienti dal Sudafrica e dal Brasile che sorgono i dubbi circa l’efficacia dei monoclonali. Il mondo scientifico, ancora una volta, appare diviso in attesa di risposte univoche. Ma il virus, varianti comprese, corre veloce e al momento “gioca” in vantaggio in attesa che dalla ricerca ci si uniformi verso un’unica direzione supportata anche dalle autorità competenti.

“La sfida è sulle varianti”

Da Indianapolis, sede della Eli Lilly, il direttore scientifico Daniel Skovronsky nei giorni scorsi si è mostrato ottimista: “I due anticorpi monoclonali di Eli Lilly – ha dichiarato in una nota – bamlanivimab ed etesevimab insieme potrebbero potenzialmente essere efficaci contro una gamma più ampia di varianti di SARS-CoV-2 presenti in natura, nuovi ceppi che si sono diffusi in tutto il mondo”. Un’affermazione che se da un lato è apparsa tranquillizzante, dall’altra ha fatto intuire che l’arrivo delle varianti ha costretto le aziende ad implementare la ricerca.

Voci di questo genere sono arrivate anche dal nostro Paese. A Latina è presente infatti l’azienda Bsp Pharmaceuticals, la quale ha un contratto con la Eli Lilly per la produzione dei monoclonali. Nello stabilimento si lavora a pieno ritmo per rispettare i programmi relativi alla consegna del farmaco. Da qui il direttore affari istituzionali della Eli Lilly, Concetto Vasta, ha tracciato il punto della situazione. Nelle sue frasi, anche un importante riferimento alle mutazioni attualmente rintracciate del virus: “La sfida è sulle varianti – si legge in una nota rilasciata il 9 febbraio – Lilly sta lavorando su questo con alleanze strategiche con altre aziende”. Anche in questo caso ad emergere è un certo ottimismo, che però non nasconde la necessità di dover continuare con le ricerche per via della presenza delle varianti. Segno di come queste ultime potrebbero aver inciso sull’efficacia generale sui farmaci attualmente in produzione.

Quegli studi che mettono in allarme

Una conferma di come qualcosa non quadri con le varianti, è arrivata dalla Gran Bretagna. Qui sul The Guardian lo studioso Nick Cammack, a capo delle ricerche sul coronavirus condotte dalla fondazione Wellcome Trust di Londra, ha esplicitamente fatto riferimento all’inefficacia degli anticorpi monoclonali contro alcune varianti: “Questi farmaci – si legge nell’intervista – Hanno mostrato grande efficacia per combattere il virus. Una sfida è però arrivata a Natale, quando sono apparse nuove varianti, in particolare quelle del Sudafrica e del Brasile”. Le mutazioni della proteine spike del Sars Cov 2 osservate nelle nuove “versioni” del virus, andrebbero ad eliminare gli anticorpi monoclonali: “In questo modo – ha specificato Cammack – Molte terapie anti Covid sono perse dinnanzi alle principali varianti”.

Secondo lo studioso, occorre in tutto il mondo sequenziare il più possibile il virus, in modo da individuare le varianti e quindi bloccarle o capire in che modo reagiscono ai farmaci. Uno studio pubblicato il 19 gennaio scorso in Sudafrica, ha confermato l’inefficacia delle terapie anti Covid sulla variante diffusasi nel Paese. Nelle prossime settimane sono attesi altri studi sull’argomento che potrebbero confermare questa situazione. In Italia l’Istituto Superiore di Sanità nel suo sito fa riferimento ad “alcuni articoli preliminari che indicano – si legge – come alcuni anticorpi monoclonali attualmente in sviluppo potrebbero perdere efficacia contro le varianti”. Per cercare di risolvere i problemi riscontrati, Eli Lilly e GlaxoSmithKline, altra azienda impegnata nella produzione di monoclonali, hanno annunciato l’inizio di una collaborazione per arrivare ad una terapia in comune.

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