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Dalle proteste studentesche alla repressione, dal gioco d’equilibrio tra UE e Russia alle tensioni regionali: la Serbia vive la sua crisi più profonda, con ripercussioni sull’intero scacchiere balcanico.

La crisi serba non nasce dal crollo simbolico di Novi Sad, ma da una frattura più profonda: un sistema politico iper-centralizzato che soffoca la rappresentanza e alimenta un malcontento ormai strutturale. Il lungo dominio di Vučić, sostenuto da un controllo capillare dei media e dell’apparato amministrativo, ha svuotato gli spazi di competizione democratica, trasformando la protesta nell’unica valvola di sfogo per una società giovane e disillusa. Sullo sfondo, una Serbia incerta sulla propria collocazione internazionale oscilla tra Bruxelles e Mosca, senza scegliere davvero.

Stabilità di facciata e tensioni crescenti

Di fronte alla mobilitazione delle nuove generazioni, il governo ha scelto la via della repressione calibrata: arresti mirati, uso selettivo della forza e una narrativa che dipinge i manifestanti come strumenti di influenze straniere. Tattica efficace nel breve, ma corrosiva nel lungo periodo. Ogni abuso alimenta il risentimento, accentuando la distanza tra Stato e società. Si crea così l’illusione dell’ordine ristabilito, mentre la rabbia continua a sedimentare sotto la superficie.

Giovani e studenti: il barometro del cambiamento

Le nuove generazioni sono diventate il volto più credibile dell’opposizione. I movimenti nati nei campus non hanno programmi ideologici rigidi, ma rivendicazioni radicalmente civiche: trasparenza, dignità, meritocrazia. È una contestazione che rifiuta il cinismo della politica tradizionale e che denuncia l’assenza di futuro in un Paese dove emigrare appare l’unica via d’uscita. La loro forza è la spontaneità; il rischio, se il dialogo resta chiuso, è un progressivo scivolamento verso la polarizzazione.

Oggi governo e opposizione non condividono più nemmeno il terreno minimo della fiducia reciproca. Belgrado usa il dialogo come strumento tattico verso Bruxelles, mentre parte dell’opposizione non riconosce al sistema la capacità di garantire elezioni eque. Senza una riforma del quadro mediatico e delle regole elettorali, ogni tentativo di compromesso è destinato a fallire. La Serbia vive una polarizzazione non solo politica, ma identitaria.

L’ambiguità geopolitica: Bruxelles, Mosca e Pechino

La crisi interna ha congelato il percorso europeo di Belgrado. L’UE osserva con crescente preoccupazione, ma continua a rinviare decisioni strutturali, alimentando la sensazione di un futuro sospeso. Intanto, il legame con Mosca resta forte, nonostante la guerra in Ucraina. La Russia utilizza la Serbia come piattaforma per la sua guerra ibrida nei Balcani: disinformazione, sostegno a gruppi nazionalisti, influenza religiosa ed energetica. La Serbia non è però un semplice strumento: usa questa ambiguità per rafforzare la propria autonomia negoziale, aprendo nel frattempo spazi a Pechino e Tel Aviv.

I Balcani e il domino dell’instabilità

La crisi serba si inserisce in un mosaico regionale altrettanto fragile. In Kosovo lo stallo istituzionale e la frattura con la minoranza serba paralizzano il governo. In Bosnia, la deriva secessionista della Republika Srpska — benedetta da Mosca — minaccia l’architettura post-Dayton. In Albania, le elezioni anticipate a Tirana riflettono l’erosione del consenso verso Rama. Intanto, la nuova cooperazione militare tra Croazia, Albania e Kosovo ridisegna gli equilibri regionali, isolando ulteriormente Belgrado.

L’Europa osserva, ma non decide

Bruxelles continua a oscillare tra richiami formali e timori di destabilizzare ulteriormente la regione. L’allargamento resta una promessa astratta, mentre potenze esterne riempiono il vuoto strategico: Russia e Cina sul piano politico ed economico, Israele e Turchia su quello militare. La Serbia approfitta di questa frammentazione per presentarsi come potenza regionale autonoma, pur essendo l’epicentro della crisi.

Il bivio inevitabile

La Serbia si trova davanti a una scelta che non può più rinviare: aprire un nuovo ciclo politico, o scivolare in una deriva autoritaria mascherata da stabilità. L’Europa, allo stesso tempo, deve decidere se considerare i Balcani parte integrante del proprio futuro o un semplice cuscinetto geopolitico. Le piazze serbe hanno già dato la loro risposta: chiedono dignità, trasparenza e appartenenza. La domanda ora è se qualcuno, a Belgrado come a Bruxelles, saprà ascoltarle.

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