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La scuola italiana è aperta, tranne nei casi in cui si è preferito aspettare lo svolgimento dell’esito della turnata elettorale, ma lo spettro di una nuova chiusura si agita tra le aule (e non solo tra quelle). Il Sars-Cov2 e la seconda ondata, del resto, non hanno mai smesso di far parlare di sé. L’Europa non ha risposto in modo uniforme. Le varie strategie messe in campo dalle nazioni dell’Unione europea per contrastare la pandemia sono simili, ma non uguali. Spicca, in questo senso, il caso della Svezia, dove le restrizioni meno stringenti sembrano, al netto della impossibilità di prevedere con certezza cosa accadrà nel futuro prossimo, fornire risultati davvero confortanti in termini di diffusione dei contagi. E proprio in relazione al tema delle positività emergono differenze che riguardano il da farsi all’interno delle classi, quindi negli istituti scolastici del Vecchio continente.

Qualche perplessità nel Belpaese c’è: le cronache hanno già riportato numerosi casi di positività che sono stati registrati tra studenti, professori e personale scolastico. Le conseguenze vanno dalle quarantene alla chiusura dell’intero plesso. Difficile non notare le criticità del momento. Se la situazione di partenza può essere la stessa per ogni nazione europea, però, è il modo di affrontare il problema che cambia a seconda della singola scelta del legislatore. La quarantena in Italia scatta quando c’è un positivo. Vale per tutta la classe. In Francia non funziona così. Uno non basta. Ma quale dei due modelli è più efficace?

Come funziona il modello francese

La Francia di Emmanuel Macron è la nazione più bersagliata dal nuovo coronavirus in questa fase. I dati raccontano di circa diecimila positività al giorno di media. Eppure, per mettere in quarantena una classe, serve che tre persone risultino positive. Buona parte d’Oltralpe è già zona rossa. Sono i numeri ad imporre le nuove disposizioni del governo. Eppure, per far sì che gli alunni di una classe restino obbligatoriamente a casa, bisogna che i tamponi registrino più di un solo caso di Covid-19. C’è un però: nel caso in cui le positività riscontrate fossero sempre tre ma riguardassero un liceo, allora verrebbe chiusa l’intera scuola.

Il parere degli esperti

Il professor Andrea Del Ponte, docente di latino e greco al D’Oria di Genova, parte da un presupposto: “Precisiamo intanto che le nuove regole francesi riguardano solo le materne e le elementari: lì non basterà un singolo caso di infezione per sospendere le lezioni, ma bisognerà che in un gruppo classe si trovino almeno tre bambini positivi al Covid-19. Nei licei vale la regola del tre ma estesa a tutto l’Istituto. La ragione? Secondo l’alto Consiglio per la Salute pubblica francese, i bambini “sono scarsamente a rischio di contrarre forme gravi e sono poco attivi nella trasmissione del Sars-Cov-2”. Le norme, insomma, sono quelle sopracitate. Quando si ragiona con le differenze tra il modello francese e quello italiano, Del Ponte nota che “in Italia le regole non sono così automatiche. Un singolo caso di conclamata infezione da Covid-19 in una scuola – continua il professore – non basta a determinarne la chiusura, e anche nel caso di un numero leggermente superiore toccherebbe al Dipartimento di prevenzione dell’ASL valutare la situazione. Lo stesso discorso vale per una singola classe: se uno studente, un insegnante o un operatore scolastico manifestano l’infezione, saranno messi in quarantena loro assieme ai loro contatti stretti. La misura potrebbe riguardare l’intera classe, ma anche in questo caso è l’Asl che, dopo aver condotto un’analisi epidemiologica, decide il da farsi”. In Francia, in poche parole, avrebbero trovato un sistema più semplice, e forse anche più efficace.

Del Ponte avanza poi una proposta: “Dal punto di vista della sicurezza dei docenti, che in Italia sono statisticamente i più anziani d’Europa (la media è di 51 anni) ritengo che sarebbe corretta una reattività immediata delle istituzioni all’emergere anche di un singolo caso di Coronavirus tra gli studenti, tale da portare alla cessazione della frequenza in praesentia degli alunni di una classe; o, se i casi fossero sparsi per l’istituto, alla chiusura della scuola per passare direttamente alla didattica a distanza che – almeno per quanto riguarda la mia esperienza personale – rimane certamente un’opzione estrema e secondaria, ma se ben condotta si rivela efficace e assolutamente formativa”. L’esistente quadro individuato dal legislatore, insomma, non sarebbe sufficiente. E questo nonostante la presunta ristrettezza dei protocolli. Maria Chiara Iannarelli, un’altra insegnante, annota altre questioni: “Dal punto di vista dell impatto sulla scuola, possiamo riscontrare nel modello italiano alcune evidenti criticità. La non assoluta affidabilità dei test sierologici e la varietà dei tipi di Sars che essi rilevano – anche  i comuni raffreddori-  rendono la linea italiana rispetto a quella francese rischiosa per la possibile chiusura di molte scuole”. Chiusure che deriverebbero da “falsi allarmi e casi solo sospetti”. Sembra quasi che alcuni docenti italiani non disdegnino la linea scelta Oltralpe. Un modus operandi meno stringente, ma forse solo in apparenza.