Per chi ha voglia di guardarsi una serie tv, magari snobbata quando uscì nel 2019 in quanto prodotto italiano, consigliamo di cercare Made in Italy, un titolo che negli anni ha passato i diritti di visione da una piattaforma all’altra. Una serie carina e ben fatta, con ottimi attori, da Margherita Buy a Giuseppe Cederna, da Marco Bocci a Fiammetta Cicogna a Maurizio Lastrico, da Raoul Bova a Claudia Pandolfi, solo per citarne alcuni. Con qualche ingenuità. Appena tredici anni prima aveva spopolato Il diavolo veste Prada e di fatto, sì, la trama sembra a volte ispirata al successo planetario di Hollywood, E la protagonista Irene Mastrangelo (personaggio liberamente mutuato su Franca Sozzani, compianta e famosa direttrice di Vogue Italia) ricorda fin troppo Andrea Sachs-Anne Hathaway, nell’interpretazione della dolce e bellissima attrice italiana Greta Ferro: stessi grandi occhi, stessa frangetta su capelli neri, stessa eleganza innata.
Ma Greta Ferro e il cast di Made in Italy ci guidano come un bigino in un’impresa molto difficile: farci conoscere la nascita della grande moda italiana.
E mentre a Milano saranno girate, in occasione della presentazione delle collezioni primavera/estate 2026 di Milano Moda Donna, alcune scene del sequel Il diavolo veste Prada 2, e ci sarà l’attesissima passerella delle ultime creazioni firmate da Giorgio Armani, vale davvero la pena di catapultarci, proprio attraverso questa serie un po’ romanzata, nella città della moda negli anni Settanta. Quando grazie alla creatività, all’ingegno e al coraggio di un gruppo di italiani straordinari si aprì un’epoca fondamentale per la storia non solo economica del nostro Paese: Walter Albini, Gianni Versace, Krizia, Raffaella Curiel, i Missoni, Elio Fiorucci, Valentino Garavani, Gianfranco Ferrè e soprattutto Giorgio Armani, il “re” come tutti amavano chiamarlo, scomparso lo scorso 4 settembre a 91 anni.
Già nel 1962 era nata la Camera della Moda, con il suo “primo ministro”, il compianto Beppe Modenese (1929-2020), piemontese di Alba, che da imprenditore inventò nel 1952 le prime sfilate collettive a Palazzo Pitti con Emilio Pucci e Roberto Capucci, tra gli altri. Nel 1953 partecipò alle prime iniziative del Sindacato della Moda insieme con le celebri Sorelle Fontana ed Emilio Schubert, solo per citare altri grandi nomi degli albori della storia della nostra grande sartoria. E poi, più tardi, a Villa Erba sul lago di Como, tra i maestri della seta italiana: c’è una una scena girata lì, nella villa che fu di Luchino Visconti, proprio della serie Made in Italy, che mostra un giovane Modenese indaffarato con le prime sfilate, i primi buffet a invito con i Vip, e alcuni grandi dello stilismo italiano, tra cui si affacciava anche una giovanissima Miuccia Prada.
Insieme alla creatività di pochi, nasceva allora per tanti il modello produttivo italiano: alta qualità e piccole fabbriche, spesso a conduzione familiare. L’idea di puntare su un pret-à-porter di confezione, chic ma portabile, e meno sull’altissima sartoria, più consona ai maestri francesi. Come capitale dell’alta moda rimase Roma, mentre Firenze si concentrò sulla moda da boutique e più tardi sullo sportswear.
Gli spazi che amava nella Milano del fashion
E il cuore di tutto divenne sempre più Milano, quella Milano che accolse e creò il mito del giovane calabrese Gianni Versace, dalla sua prima sfilata nel 1978 al Palazzo della Permanente, fino alla casa-studio in via Gesù, in quello che venne presto definito il Quadrilatero della Moda e dove, dopo il suo assassinio, nel 1997, continuarono a lavorare la sorella Donatella e, per la parte imprenditoriale, il fratello Santo. La Milano dei grandi magazzini La Rinascente, dove un giovane Giorgio Armani iniziò come semplice vetrinista, prima di diventare il grande stilista e imprenditore che tutto il mondo ha ammirato e che oggi piange. La Milano che amò e lo rese grandissimo.
Mentre si celebra la sua scomparsa e l’immenso patrimonio che lascia alle persone più care, tutti fanno i conti con quello che anche la città del fashion erediterà dall’uomo che avrà una lapide a ricordo nel Cimitero Monumentale di Milano, nel Tempio dell’Onore, quel Famedio che ospita gli illustrissimi del capoluogo lombardo, da Alessandro Manzoni ad Arturo Toscanini, da Giorgio Gaber ad Alda Merini. Ricordato insieme ad altri che come lui (Armani riposa nella tomba di famiglia a Rivalta, sul Trebbia piacentino), sono sepolti altrove ma hanno fatto grande Milano e l’Italia, da Giuseppe Verdi a Giuseppe Mazzini. A Milano lascia appunto in eredità gli spazi che ha amato: il Museo della moda Armani/Silos oltre alle sue sedi in via Borgonuovo, a Palazzo Orsini, e il Teatro multifunzionale di via Bergognone. E ancora, a ben pensarci, l’Aeroporto di Linate, su cui troneggia da anni la scritta Emporio Armani e che qualcuno vorrebbe vedere presto dedicato a lui.
Ambasciatori del Bel Paese nel mondo
Armani è stato il re: è stato Sua Maestà del Made in Italy, che anche grazie a lui è diventato un marchio globale, un simbolo nel mondo della creatività e dell’eccellenza, esteso poi ad altri campi che altri stilisti proprio come lui hanno saputo toccare, dal design all’agroalimentare, dall’automobile all’alta gioielleria. Certo non abbiamo dimenticato, tra i giganti del made in Italy, la romanissima Laura Biagiotti (1943-2017). Ultima ma non ultima, lei è sempre rimasta legata alla Capitale, anche con la sede a Guidonia e l’essenza del suo stile. Anche per lei Milano era nel cuore: lì ha sfilato presso il Piccolo Teatro Studio, e continua a farlo il suo marchio, ora affidato alla figlia Lavinia, terza generazione di donne al timone dell’azienda. Laura è stata considerata la prima ambasciatrice della moda Italiana nel mondo, con i suoi storici viaggi a Pechino in Cina, nel 1988, e nel Grande Teatro del Cremlino, a Mosca, nel 1995.
L’abbiamo lasciata ultima solo perché Laura ha avuto l’arduo compito di definire il Made in Italy sulla Treccani, la più importante enciclopedia nazionale. E la citiamo: “Il Made in Italy è stato e rappresenta tuttora un enzima fondamentale e una grande risorsa della società italiana, costruendo un percorso intellettuale e culturale di grande spessore e respiro, accanto e oltre al fondamentale sviluppo economico che ha consentito alla nostra Nazione. Posso aggiungere una riflessione personale alla ricchissima sfaccettatura di questo fenomeno: una generazione di imprenditori grandi, medi e piccoli, grazie alla qualità umana delle loro imprese e grazie a una mole immensa di lavoro, di coraggio, di sacrifici, ha saputo far apprezzare in tanti Paesi prodotti italiani che vengono spesso ospitati quali oggetti cult nei musei di tutto il mondo. Ma anche e soprattutto ha affermato un’immagine vincente del Bel Paese, offrendo un modello comportamentale e uno stile di vita che, dall’abitare al vestire, dal piacere della tavola alle molte innovazioni tecnologiche, porta sempre e comunque l’imprinting inimitabile di un nuovo grande fenomeno culturale italiano espresso attraverso forme e modalità inedite”.
I nuovi grandi della moda
Nessuno poteva dirlo meglio di lei, donna di cultura, che portò l’ispirazione dell’arte nella moda e fu tra i primi, seguita soprattutto da Giorgio Armani e poi anche da Prada, a sostenere lo sport italiano come forma di bellezza ed educazione.
Aggiungiamo solo che se c’è stata una grande epoca del Made in Italy, forse proprio la morte di Giorgio Armani, preceduta da quella di molti altri, ha chiuso quel Rinascimento.
Ma il Made in Italy non è morto. Il testimone passa alle generazioni successive, dal sardo Antonio Marras (64 anni), anche lui con il cuore a Milano oltreché nella sua splendida isola, alla figlia dei Missoni Angela, direttrice creativa e presidente della società di famiglia; da Alessandro Dell’Acqua (62), con la sua N° 21, al grandissimo duo Domenico Dolce (67) e Stefano Gabbana (62), che con la loro mostra “Dal cuore alle mani” hanno fatto sognare migliaia di visitatori da Milano a Parigi e Roma e che ci ricordano da anni a ogni stagione che se una collaborazione funziona diventa eccellenza. E poi, appena più agée, la già citata Miuccia Prada.
E scendiamo ai grandi più “piccoli” di età, che spesso si nascondono dietro a grandi marchi: Riccardo Tisci (51), prima Burberry poi Nike, Alessandro Michele (52), direttore creativo prima di Gucci e oggi di Valentino (ricordiamo che lo stilista Garavani, 93 anni, si è ritirato dalla direzione artistica della Maison nel 2007).
Molti non li abbiamo nominati per questioni di spazio, ma nessuno è davvero escluso da questa ondata di creatività che proprio a partire dagli anni Settanta ha toccato il nostro Paese. La morte di Giorgio Armani è stato un punto. Ma solo un punto e a capo.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

