Secondo quanto è emerso da un’inchiesta svolta dal quotidiano nigeriano Premium Times, l’Africa nel corso degli ultimi anni sarebbe divenuto il centro dello smistamento delle sostanze stupefacenti prodotte nell’America latina. Il percorso utilizzato dai trafficanti è noto col nome di “Highway 10” e ricalca le rotte intraprese dai contrabbandieri di schiavi dal XVI secolo, per portare la forza lavoro nel continente americano. La tratta viene utilizzata per riuscire ad introdurre nel mercato europeo i prodotti di contrabbando, approfittando dei minori controlli e dell’alto tasso di corruzione delle forze dell’ordine, facendo porto nel Golfo della Guinea. Due sono le città che vengono utilizzate principalmente come approdi: Lagos in Nigeria e Abidjan in Costa d’Avorio, dove le navi arrivano dopo essere salpate dal Brasile.

Sebbene non sia il principale produttore di cocaina, data la sua relativa vicinanza al continente nero, il Brasile è ideale per dare inizio alla traversata, sfruttando la rotta che nei secoli ha sempre unito criminalità e illegalità. Le merci, una volta arrivate a destinazione, si dividono tra quelle dirottate nel mercato europeo (acquistate soprattutto dalla Camorra e da ‘Ndrangheta) e quelle che vengono vendute in loco, spesso come bene-salario per gli addetti al lavoro.

Quali figure si celano dietro al contrabbando?

Non sono soltanto i cartelli della droga sudamericani e le organizzazioni illegali dell’Africa ad essere interessate al commercio illegale di stupefacenti. La questione, soprattutto in Guinea-Bissau ed in Costa d’Avorio, è un vero e proprio interesse di Stato. Secondo quanto emerso dal rapporto del Premium Times, mentre i trafficanti africani si arricchiscono attraverso la vendita in loco del prodotto lasciato a titolo di compenso, le forze dell’ordine locali incassano tangenti per non effettuare i dovuti controlli. La tesi assume particolare fondatezza per quanto riguarda la Costa d’Avorio, dove gli occupati sia del traffico di cocaina che delle forze dell’ordine hanno in comune il passato dentro alle forze rivoluzionarie che hanno portato al potere Alassane Ouattara. Tuttavia, i legami tra contrabbandieri e forze dell’ordine sono visibili in tutta l’Africa occidentale, dove la piaga del contrabbando e dell’utilizzo di stupefacenti di importazione americana è la più profonda del continente.

“The Spaghetti Connection”

Nell’estate del 2019 una maxi operazione coordinata tra le agenzie antidroga di otto Paesi (tra cui anche l’Italia e la Francia) è riuscita a risalire ai destinatari delle forniture, portando all’arresto di sei cittadini italiani in Costa d’Avorio. Le indagini erano iniziate nel settembre 2018, quando 1.2 tonnellate di cocaina furono bloccate in un porto brasiliano. Dagli interrogatori è stato possibile stabilire come la merce fosse diretta ad Assouinde e, quindi, ad Abidjan: da questa informazione è iniziato il lavoro degli investigatori. I sei cittadini italiani gestivano un piccolo ristorante nella capitale ivoriana e il giro d’affari dichiarato del locale non rappresentava le reali potenziali commerciali dell’attività: da qui la conferma del riciclaggio di denaro. L’utilizzo di questa tecnica ha permesso inoltre di stabilire con certezza i legami con le cosche attive sul territorio italiano, reali destinatari degli stupefacenti sudamericani. L’operazione è stata denominata “The Spaghetti Connection”.

I dubbi sulla collaborazione ivoriana

Nonostante il portavoce dell’unità antidroga francese abbia ribadito l’importanza dell’operato ivoriano nell’inchiesta, non sembra però che la collaborazione fosse dovuta ad una reale volontà di liberare il Paese dalla piaga della droga. Le ipotesi avanzate si riferiscono principalmente alla volontà del governo della Costa d’Avorio di Ouattara di impedire che i ricavi dei traffici finissero nelle mani dei rivoluzionari e dei gruppi terroristici legati ad Al Qaeda ed attivi dal 2016.

Non è un caso infatti che nello stesso anno in cui avvenne l’attentato terroristico in un resort turistico del Paese venne fermato un carico di cocaina di otto tonnellate, il più grande mai bloccato nella regione. Un’operazione che, a ragion veduta, appare quasi come una ritorsione nei confronti della criminalità che si è spinta troppo fuori dai confini tracciati. Sull’argomento, non a caso, le autorità hanno preferito far calare il silenzio invece che elogiare l’operazione, quasi come fosse stata una macchia più che un successo.

La cocaina è una questione politica

La possibilità che le alte sfere politiche del Paese, nonché gli organi di polizia, siano invischiati nel contrabbando della droga viene confermato da più di una fonte, secondo il rapporto del Pt. Un ex consigliere di Laurent Gbabo, ex presidente ivoriano, che ha preferito rimanere anonimo, ha sostenuto che, in caso di reale interesse, la Costa d’Avorio avrebbe potuto svolgere la missione in autonomia. Tuttavia, nel Paese vi è mancanza di convenienze per via del lauto numero di mazzette con cui vengono corrotte forze dell’ordine e funzionari.

La stessa versione è stata confermata anche da una spia francese attiva ad Abidjan. Soprattutto per la polizia, il ricatto sulla droga permette di accedere a compensi aggiuntivi, guadagnandosi da vivere in un Paese in cui lo stipendio delle forze armate è assai irrisorio. Discorso analogo è valevole anche per le alte sfere politiche, che dal commercio di stupefacenti traggono dei forti interessi economici ed il fenomeno non si limita alla sola Costa d’Avorio.

I Coffee-shop ivoriani

Negli ultimi anni la Costa d’Avorio ha visto la nascita di un redditizio mercato attorno alle sale da fumo private nella quale vengono consumate le droghe d importazione estera. Queste strutture, de facto illegali, si sono moltiplicate, trovando il loro seguito soprattutto nella popolazione più giovane del Paese. Nonostante la loro natura sia vietata dalla legge locale, raramente avvengono retate da parte delle forze di polizia, anche nei casi in cui esse siano a cielo aperto: come nel caso del fumoir che condivide il cortile con la gendarmeria nel quartiere di Adjame. I dubbi relativi alla presenza di interessi economici da parte del ceto politico deriva anche dalla irrisorietà dei fondi destinati alla lotta ed al contrasto del fenomeno: come le scarse azioni nei confronti dei fumoirs. 

All’interno dei locali, generalmente gestiti dai boss della mafia ivoriana, avviene lo smercio del prodotto lasciato a titolo di compenso ai trafficanti per il lavoro svolto nella ricezione e nella distribuzione verso il mercato europeo. L’elargizione dei compensi in stupefacenti ha incrementato la piaga del consumo di cocaina in Costa d’Avorio, obbligando i trafficanti a vendere direttamente il prodotto per trarre i propri profitti. Oltre alla cocaina, anche il crack ha avuto una recente diffusione sulla popolazione giovanile.

Ouattara deve la propria lealtà ai “microbi”

Dopo la vittoria nella guerra civile che portò nel 2011 Ouattara al potere, ai comandanti ribelli che avevano dimostrato la propria lealtà vennero riservati posti di primo ordine, non solo nelle alte cariche dello Stato ma anche nelle forze dell’ordine. Alcuni di loro, come Guillame Soro (in recente rottura col presidente della Costa d’Avorio) sono arrivati a ricoprire a ricoprire anche il ruolo di primo ministro. La restante manovalanza, invece, è rimasta con la bocca asciutta e congedata con poco più che un grazie ed una pacca sulla spalla.

L’esercito paramilitare che aveva sostenuto Ouattara e che venne escluso dalle cariche governative confluì nelle bande criminali della Costa d’Avorio, principalmente della capitale Abidjan. Col tempo, dalle semplici rapine e crimini ordinari sono passati ad un business molto più remunerativo: il contrabbando della droga: gli adepti alle formazioni presero quindi il nome di “microbi“. Coalizzatisi in bande con competenza territoriale, hanno gestito l’importazione, lo spaccio in loco ed il trasferimento verso l’estero delle droghe americane, accrescendo il proprio potere. Per fare ciò, hanno sfruttato le conoscenze nelle forze dell’ordine, che fino a pochi mesi prima erano stati i loro comandanti d’armata; in uno scenario che ben si presta alla corruzione. Mancati controlli o retate che seguono ad una soffiata sono all’ordine del giorno in Costa d’Avorio ed evidenziano il livello di corruzione delle autorità pubbliche locali.

Per la Costa d’Avorio combattere il business della droga non è assolutamente un interesse primario. Non soltanto gli interessi del ceto politico e militare stesso sono legati alla droga, ma con gli stessi trafficanti Ouattara ha un debito d’onore che è costretto a rispettare: anche per evitare che, in insorgenze future, essi possano cambiare il proprio partito. Mentre dunque da un lato la politica si rivela interessata per motivi personali, dall’altro si riconosce debitrice e, di conseguenza, impotente di fronte al fenomeno.

La lotta alla droga in Ghana

Esiste però anche un volto differente della lotta al droga nel continente. Il Caso del Ghana evidenzia come la lotta alla criminalità organizzata debba passare anche dal contrasto alla corruzione non solo del ceto politico, ma anche delle forze armate. Per prevenire la possibilità che l’esercito aiuti i contrabbandieri, una taglia del 10% sull’ammenda viene garantito ai funzionari che effettuano sequestri delle sostanze stupefacenti. In questo modo, il governo centrale si assicura maggiore lealtà da parte delle proprie forze armate, incentivate a combattere nella lotta contro i cartelli africani della droga, attivi in Ghana soprattutto nel commercio della cannabis. Tale pratica, sebbene considerata da alcuni moralmente rivedibile, ha permesso al Ghana di essere il Paese africano con la più alta percentuale di sequestri di sostanze stupefacenti relazionata al traffico sul territorio.

Africa: povertà e disoccupazione spingono verso la droga

L’alto tasso di popolazione giovanile e la crescente disoccupazione dovute alla recessione economica globale hanno reso il mercato della droga sempre più redditizio nella quasi totalità del continente africano. In particolar modo, dato anche la più semplice reperibilità delle sostanze, la piaga colpisce l’Africa occidentale, con i picchi che si registrano in costa d’Avorio, Nigeria e Liberia. Come in un circolo vizioso, il consumo di sostanze stupefacenti allontana i giovani dalle opportunità lavorative e col tempo peggiora il loro status economico, accrescendo la povertà del Paese ed ingrassando le casse della criminalità organizzata.

Il contrasto e la prevenzione non avviene e, anche quando viene impostato, non è portato a termine nel modo corretto. Le incursioni nei centri di consumo spesso si concludono nel combattimento corpo a corpo tra tossicodipendenti e forze dell’ordine, con coloro che necessiterebbero di aiuto che vengono uccisi, mentre i trafficanti già hanno abbandonato il luogo del delitto. E anche quando vengono arrestati i trafficanti (in genere, soltanto i pesci piccoli), la sostanza stupefacente non viene mai trovata. Troppe coincidenze, che dimostrano come ai ceti governativi dell’Africa non interessi davvero la lotta alla tossicodipendenza ed al contrabbando di droga, nel più dei casi per mero interessamento economico.

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