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Quando finisce una pandemia? La domanda è estremamente complessa. Con l’ultimo guarito? No, perché tali ultime guarigioni non sono determinabili con assoluta precisione. Con la completa immunizzazione? Nemmeno, perché come conferma anche il caso del Covid-19 anche una campagna di utile vaccinazione di massa deve comunque affrontare l’imponderabile di nuovi ceppi, nuove varianti, nuove conseguenze del morbo. Il problema è sociale prima ancora che sanitario.

Le pandemie, come le guerre, le grandi fasi emergenziali della storia umana e i grandi mutamenti sociali, sono prima di tutto grandi esperienze collettive per le comunità che investono. Impongono mutamenti nella governance, nei rapporti sociali, nelle priorità securitarie dei corpi che compongono ogni collettività. Generano una tensione tra necessità emergenziali di controllo del contagio e tensioni sociali. L’effetto di allarme diffuso si può propagare a lungo e dunque ci invita a pensare alla necessità di trovare una chiave interpretativa per capire le origini di quei sentimenti di allarme, spesso di tensione collettiva, che impongono a una pandemia di durare a lungo. Per capire come, anche nel caso dell’attuale sfida posta dal Covid-19 al sistema globalizzato, agli ordinatori politici e alle comunità del mondo “virato” la via d’uscita deve essere sanitaria e psicologica al tempo stesso. Per capirlo bisogna usare la lente di due concetti chiave: quello di “peste emotiva” e quello di “shock da globalizzazione”.

La “peste emotiva” ai tempi del Covid

Risulta difficile capire quale sia il vettore psicologico che da una somma di stati d’allarme individuali generi una tensione collettiva; un “virus immateriale” però si può identificare. Basta pensare al panico che una voce infondata può scatenare in una folla che ritiene di percepire un pericolo comune: in questo caso il contagio emotivo avviene per imitazione. Vi sono meccanismi ancora più complessi: ritrovarsi in una manifestazione di massa influisce molto sulla psicologia collettiva. Elias Canetti in Massa e potere ha spiegato eloquentemente le modalità con cui la massa, il potere e la simbologia si siano fuse nel processo di affermazione dei regimi totalitari, che procede attraverso la creazione di un “Noi” attraverso l’azzeramento delle individualità e la creazione di elementi di massificazione.

L’andamento delle borse procede attraverso l’alternanza di fasi di “euforia” e fasi di “panico”, attraverso un meccanismo che porta allo sviluppo di bolle nei momenti in cui la crisi di euforia raggiunge il suo acme. L’esplosione di una “bolla da euforia” rappresenta il logico frutto del suo sviluppo e la fine del periodo di aspettative eccessivamente positive. Le crisi di panico ed euforia tipiche del mercato borsistico corrono attraverso la diffusione di notizie a cui grandi finanzieri, hedge fund e banche hanno accesso in maniera più riservata e ampia.

Nelle pandemie queste dinamiche definibili di “peste emotiva“, spesso indubicili in diversi modi nei corpi sociali, emergono naturalmente e comprensibilmente di fronte alla più chiara e diretta delle minacce: quella di poter perdere la vita combattendo un nemico sconosciuto. Ciò che l’esperienza di questi due anni di pandemia ci insegna è che quanto di più simile a una paura atavica e profonda può insorgere anche nel cuore della società globalizzata. L’ignoto sfida l’umano, ma anche dopo che il contagio da Covid-19 è stato affrontato come un’emergenza sanitaria globale e sotto gli occhi di tutti si sono consolidati è ormai innegabile che le dinamiche emotive stiano, tuttora, giocando un ruolo nel condizionare le aspettative di persone, corpi sociali, governi, attori economici.

Ogni narrazione legata al Covid-19, dalle più fuorvianti a quelle socialmente più accettabili, deve necessariamente mediarsi con un retroterra “emotivo” legato ad aspettative, timori e sperenze dell’opinione pubblica. Parafrasando il Manzoni, i complottisti e negazionisti del Covid-19 si comportano come i personaggi dei Promessi Sposi davanti alla peste, affermando che la sua diffusione è dovuta non a “mezzi naturali” ma a “qualche altra causa” con la disponibilità “a menar buona qualunque ne venisse in campo”. Gli antivaccinisti più radicali parlano del Grande Resetdi un piano operato da non meglio precisati poteri per scardinare la società con la paura pandemica. Ma anche la comunità scientifica e i suoi esponenti più accorti, assieme ai governi e ai mezzi di informazione, non hanno potuto fare a meno di usare retoriche enfatiche: il vaccino è stato dunque paragonato alla chiave di volta per la libertà, il superamento del Covid la premessa per un ritorno a una “normalità” pre-pandemica che ormai non sussiste più.

Non c’è da stupirsi: il secolo delle emergenze impone il primato della narrazione, o meglio di una complessa serie articolata e concorrente di narrazioni, sul reale. La crisi apertasi con eventi come l’11 settembre e proseguita la tempesta finanziaria del 2007-2008 ha portato a una vera e propria frattura nell’epoca presente. La crisi del narcisismo e di una società fragil come quella Occidentale ha riaperto la strada a paranoia ed angosce sotto la spinta della dura e pesante realtà. Gli attentati recenti hanno colpito le “cattedrali” della società narcisistica contemporanea, in modo tale da renderli il più possibile ostili agli stessi occidentali. La società contemporanea è stata sbattuta violentemente contro lo specchio in cui si rifletteva nel corso di un lungo ventennio in cui molte coordinate sono state disarticolate. E la pandemia ci ha colti in una fase in cui insicurezza sociale e stanchezza dei corpi delle collettività erano a un punto elevato. Aggiungiamo a ciò il fatto che le nostre società faticano ancora a capire i tempi storici della globalizzazione e capiremo perché il versante emotivo della lotta alle conseguenze del Covid-19 è altrettanto importante di quello fisico e sanitario.

Gli choc da globalizzazione

Lo choc si caratterizza per definizione come l’urto con una realtà percepita come un “mondo esterno” aggressivo associato dalle persone a un pericolo di varia natura. Può essere “shock” un insuccesso, un incidente o anche la paura di un incidente.

Lo choc ha effetti durevoli e può alterare nel tempo le sensazioni. Nel caso dello “shock da globalizzazione” il fenomeno assume natura collettiva, ma al tempo stesso si lega a dati individuali. Il filo che attraversa la globalizzazione è lo scontro avente come oggetto l’identità. Essa generalmente si costituisce nella differenza, nella differenziazione tra Sé e Altro-da-Sé. Ciò vale anche per i gruppi, che generalmente si costituiscono come l’incontro tra individualità e pluralità, e le comunità umane.

L’era della globalizzazione ha cambiato, per sua stessa struttura, i tempi storici del pensiero e le dinamiche che ad essi sottendono. Ma le collettività non sono ancora state in grado di adattare il pensiero collettivo alle logiche dell’accelerazione e della complessità che la globalizzazione impone.

Ad esempio, l’Undici Settembre è stata la prima grande manifestazione dello shock da globalizzazione: mai gli americani avevano subito in precedenza un attacco di così grande portata al loro territorio, lanciato tralaltro nel cuore della città simbolo degli Usa e della globalizzazione neoliberista. In tutto il mondo, quel giorno si percepì una sensazione di choc: vedendo le scene provenienti da New York, la gente si prese atto di qualcosa di enorme che si aveva difficoltà a giudicare, intuendo il cambiamento epocale che ne sarebbe seguito. Ciò che seguì all’Undici Settembre fu una “pedagogia dello spavento” instauratosi sull’onda di guerre e attentati, che ha fuso lo shock collettivo ai traumi individuali dovuti alla scoperta di una realtà ostile, non immaginabile.

Le guerre fallimentari di Afghanistan e Iraq instillarono il dubbio definitivo sulla superiorità occidentale mano a mano che il “Secolo Americano” si sgretolava parallelamente all’impantanamento delle armate americane nei due paesi asiatici. Lo “choc dello choc” sarebbe stato l’insorgere della Grande Crisi così a lungo preconizzata da economisti come Nouriel Roubini. Dopo i fatti del 2007-2008 intere classi sociali sperimentarono la distruzione di ogni sicurezza economica, l’evaporazione dei propri risparmi e l’insorgenza di gravissime preoccupazioni sul futuro.

In questo vorticoso mutamento, arriviamo dunque al Covid-19. Giunto in poche settimane in Italia, Iran, Usa dalla centrale di origine di Wuhan. Diventato in pochi mesi morbo globale e fattore di cambiamento della globalizzazione che impone il pensiero rapido e l’azione immediata. Mantenendo perennemente sotto stress le società che interessa e ha, soprattutto nel 2020, impattato con durezza. Usciremo dalla pandemia, nel 2022, nel 2023 o chissà quando, dopo che vaccini, mutazioni del virus  e cure avranno reso la situazione post-emergenziale: la fine del Covid avverrà solo quando ci si renderà conto delle necessità di adattarsi alle tensioni della globalizzazione, di governarle e di incanalare le tempeste emotive e le ondate di depressione e ansia collettive che creano.

 

 

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