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Asia, anni ’70. L’hippie trail, la rotta hippie che si snoda tra Thailandia, India, Nepal e Hong Kong, è più battuta che mai. Orde di giovani disillusi dal progresso occidentale, desiderosi di gettarsi alle spalle famiglie facoltose e cariche di aspettative, lasciano le loro ricche città europee e americane per avventurarsi nei meandri del sud est asiatico. Altri lo fanno perché sono stati sconfitti dalla globalizzazione, che ha creato sì moltissime opportunità, ma che al tempo stesso ha lasciato numerose vittime sul selciato. Altri ancora vengono da un mondo parallelo: quello dell’illegalità, dei piccoli furti, di reati più o meno grandi da archiviare nelle latitudini più remote.

In quel periodo, persone di nazionalità, stato sociale e perfino aspettative diverse si riuniscono nell’attivissimo melting pot artificiale che sta prendendo forma dall’altra parte del mondo. Molti ragazzi, zaino in spalla e a bordo di furgoni sovraffollati, possono fare affidamento su un bel gruzzoletto di denari. Si spostano da un Paese all’altro senza una meta, spinti dalle motivazioni più varie: “ritrovare se stessi“, dare un senso alle loro esistenze irrequiete, sballarsi nelle fumerie d’oppio, entrare in contatto con la natura più selvaggia. Accanto a loro, o meglio in mezzo a loro, c’è anche chi vuole semplicemente scomparire, cambiare identità, iniziare una nuova vita. Dietro la sua apparenza amena, il sud est asiatico è una trappola mortale, luogo di perdizione e vizio.

Il “The Serpent” di Netflix

Il quadro che abbiamo dipinto è perfetto per introdurre The Serpent, la nuova miniserie televisiva sbarcata su Netflix. La vicenda narrata nelle 8 puntate della durata di circa 58 minuti ciascuna ricostruisce la storia di Charles Sobhraj, presunto assassino seriale di hippie attivo nel sud est asiatico nel periodo di punta della cultura hippie (anni ’70). Sobhraj si spaccia per Alain Gautier, un commerciante di gemme preziose attivo a Bangkok, ma operativo in tutta l’Asia. In compagnia di una donna, Marie-Andrée Leclerc, si finge un amico dei turisti occidentali, attira i più fragili nella sua dimora e, proprio come un serpente, li uccide avvelenandoli e rubando loro documenti e denaro.

Gautier, accusato di numerosi omicidi, fugge da un Paese all’altro lasciando dietro di sé una scia di sangue. Sulle tracce dell’adescatore troviamo un funzionario dell’ambasciata olandese di Thailandia, Herman Knippenberg , anch’egli personaggio realmente esistito. Si ritiene che Sobhraj abbia commesso almeno 12 omicidi. Al momento Charles/Alain è ancora vivo, ha 77 anni e sta scontando l’ergastolo in un carcere nepalese. La serie The Serpent è emblematica di ciò che rappresentava il sudest asiatico negli anni della controcultura hippie (e che, in parte, rappresenta tuttora). Quell’immagine, a metà tra un rifugio sicuro dall’Occidente corrotto e una trappola mortale per giovani menti troppo fragili, si è mantenuta intatta anche a distanza di qualche decennio.

Rifugio o trappola?

Trovare il senso dell’esistenza a queste latitudini è un po’ come cacciare nel buio, come ha raccontato lo scrittore inglese Lawrence Osborne nel suo Cacciatori nel buio (Adelphi, 2017). Il romanzo, che fa da contraltare a La ballata di un piccolo giocatore (Adelphi, 2014), tratteggia l’Asia meridionale come un rifugio per chi intende scrollarsi di dosso un’esistenza predefinita “avviata su binari prestabiliti e senza alcun brivido”.

Le peripezie di Robert, anonimo insegnante del Sussex, (Regno Unito) protagonista del primo volume di Osborne citato, fanno capire perché molti occidentali abbandonano tutto per stabilirsi nel sudest asiatico “a tempo indeterminato”. La spiegazione più semplice è che Robert “solo lì in Oriente era finalmente arrivato a capire che non era bravo in nulla e che non essere bravo in nulla non gli impediva di andare alla grande”. Ma la ricerca della felicità, il continuo e pressante cacciare nel buio, rischia di trasformare l’eden asiatico in un inferno senza uscita.

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