I nativi americani conoscono bene le epidemie, in particolar modo quelle “importate”. L’arrivo degli Europei, infatti, costituì una delle più grandi invasioni biologiche della storia. Oggi, il popolo dei Nativi rappresenta l’anello più debole del mosaico delle etnie americane sul quale il Covid-19 rischia di abbattersi impetuoso, trovando terreno fertile nel farraginoso e inefficiente sistema delle riserve.

Perché i nativi sono un anello debole

Morbillo, vaiolo e influenza furono solo alcune delle malattie che sterminarono i Nativi americani. Secondo l’Us Census Bureau, l’attuale popolazione dei nativi americani è di 5,2 milioni, divisi in 537 tribù: lo Stato con la più alta percentuale di Nativi americani è l’Alaska, mentre l’Oklahoma possiede il maggior numero di cittadini Nativi in numeri assoluti. Circa la metà vive in riserve principalmente nell’Ovest, Midwest e Sud, secondo il National Congress of American Indians. Vivono in piccole case sovraffollate, dove il virus può facilmente diffondersi. Le abitazioni spesso mancano di elettricità e acqua corrente: qui lavarsi le mani è più difficile che nel resto d’America.

Le condizioni di vita in cui versano queste comunità, caratterizzate da scarso accesso alle cure sanitarie e elevati tassi di povertà, hanno generato una popolazione in cui sono diffuse patologie croniche come asma, malattie cardiache, ipertensione e diabete. Su questa popolazione l’arrivo del coronavirus, così impattante sul sistema cardiopolmonare, può provocare una decimazione ulteriore comparabile solo a quelle del passato. Gli indiani d’America, infatti, hanno una probabilità 600 volte maggiore di morire di tubercolosi e quasi 200 volte più probabilità di morire di diabete rispetto ad altri gruppi, inoltre, più un quarto degli over 65 non possiede un’assicurazione sanitaria (Fonte: Washington Post).

Al momento, a peggiorare la condizione dei nativi è il loro profondo sottofinanziamento: queste comunità, infatti, vivono essenzialmente delle loro attività  e non fanno affidamento sulla tassazione. Molti gruppi poi, dalla fine degli anni Settanta, hanno puntato tutto sulla costruzione e gestione di case da gioco d’azzardo (bingo e casinò, soprattutto in Florida e California) per assicurarsi delle entrate consistenti: tutte attività messe ko dal lockdown. Ad infierire sulla condizione esistenziale di queste comunità il peso del passato ed una vita ai margini della società americana che si riflette in tassi di suicidio altissimi, violenza contro le donne diffusa e abuso di alcol e droghe. Una vera piaga sociale che non contribuisce a stili di vita sani, fiaccando la salute delle comunità stesse.

Un quadro complesso e nebuloso

L’agenzia sanitaria federale che serve oltre 2,5 milioni di nativi americani ha solo una limitata capacità di monitorare e indagare i casi di coronavirus nelle comunità e nelle riserve, rallentando la sua capacità di rispondere alle epidemie e sollevando il timore che la mancanza di dati affidabili potrebbe compromettere gli sforzi nazionali per bloccare il virus. Il servizio sanitario indiano si affida in gran parte alle organizzazioni native e alle loro strutture sanitarie per rintracciare i contagi e auto-riferire i risultati all’amministrazione – una pratica inconcepibile ulteriormente complicata da capacità di test minime, tecnologie sanitarie obsolete e carenza di dispositivi medicali. La “nazione indiana”, dunque, ha circa il 17% delle strutture sanitarie gestite dall’Indian Health Services (IHS, che ha l’obbligo di segnalare regolarmente i casi), mentre la restante parte è gestita da tribù o organizzazioni native urbane, che devono scegliere di auto-denunciare i pazienti con coronavirus al governo federale. Questa sovrapposizione di competenze ha in più casi sottostimato i contagi all’interno delle comunità e rischia di non tenere in debito conto il potere che questi focolai potrebbero avere nelle ondate successive della pandemia.

Il sistema sanitario indiano sconta, inoltre, una serie di ritardi che aggravano la condizione attuale: internet spesso non arriva nei luoghi remoti dove sorgono alcune comunità tribali e molti cittadini non posseggono uno smartphone; il sistema di catalogazione elettronica dei pazienti è fermo agli anni Ottanta e la cronica mancanza di personale è stata aggravata dal drenaggio di risorse umane altamente specializzate operato da Washington nelle prime settimane di emergenza, lasciando la nazione indiana con il fianco scoperto. Anche per questo le strutture ospedaliere e i laboratori dell’IHS non sono in grado di effettuare in autonomia i test diagnostici, che vengono invece inviati ai laboratori del sistema sanitario nazionale dotati delle necessarie certificazioni. Ma, nemmeno, a dirlo, i test provenienti dalle comunità native finiscono in fondo alle liste d’attesa e i risultati giungono dopo settimane, in una fase di emergenza in cui ogni ora che passa è fondamentale.

Il triplo binario della sanità indiana

Se l’intero sistema sanitario americano sconta il doppio binario governo federale/locale, nel caso della nazione indiana la triangolazione riguarda governo federale-governi locali-comunità singole. Washington, infatti, non dialoga direttamente con le comunità tribali, dirottando la responsabilità sui governi locali. Questi a loro volta costituiscono un panorama eterogeneo costituito da diversi gradienti di tolleranza e integrazione dei Nativi: lì dove c’è maggiore integrazione, le comunità indiane riescono ad accedere alle strutture non-IHS e possono contare anche su fondi maggiori; lì dove però le comunità sono piccole e poco integrate, la priorità, soprattutto in materia sanitaria, spetta alla popolazione locale. Per semplificare: se a parità di gravità vi sono due pazienti Covid a cui destinare un solo posto letto a disposizione, difficilmente quel paziente sarà un nativo americano. In queste settimane sono numerosi i governi locali che hanno scaricato sul governo federale la responsabilità delle comunità indiane: è forse anche questo conflitto di attribuzioni che ha indotto un terzo pacchetto di incentivi, voluto dal presidente Trump e approvato dal Congresso il 27 marzo, con 10 miliardi di dollari destinati ai nativi: l’allocazione dei fondi potrebbe, tuttavia, richiedere settimane.

In questa lotta di competenze vengono fuori anche i differenti gradi di autorevolezza delle comunità coinvolte: Navajo e Cherokee, ad esempio, sono quelle di cui si conoscono più o meno bene i dati, soprattutto nel caso dei Navajo, che riferiscono circa 700 casi confermati e 24 morti. Le comunità più grandi hanno da sempre interloquito meglio con i governi locali ottenendo più riconoscimenti, in vista anche del loro peso politico. Ma poco si sa delle comunità minori e più isolate: anche a questo proposito esiste un’ulteriore discriminazione fra tribù, poiché negli Stati Uniti solo le comunità riconosciute dal governo federale hanno accesso a fondi pubblici (anche in materia sanitaria), mentre le tribù riconosciute dai singoli Stati non hanno accesso ai fondi federali e il riconoscimento legale non è condizione sufficiente a ricevere fondi dallo Stato su cui insistono.

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