La pandemia di coronavirus ha prodotto in Italia e in Europa profonde conseguenze demografiche. Non solo, chiaramente, per le centinaia di migliaia di morti che ha provocato sommando i decessi direttamente imputabili al Covid-19 e quelli legati al collasso dei sistemi sanitari e all’aumento delle vittime di patologie non curabili o diagnosticabili con la stessa tempestività. Ma anche per l’impatto profondamente depressivo prodotto sulla natalità.

Da tempo il nostro Paese viveva in una situazione di vero e proprio inverno demografico, segnata dalla sovrapposizione tra una graduale contrazione della natalità e un costante invecchiamento della popolazione. Un calo che viene da lontano, dato che nel 2019 Avvenire sottolineava che se mediamente in Europa “si registra una diminuzione del 7% della popolazione dei ‘giovani adulti’ (30-34 anni) rispetto alla classe oggi all’apice della vita lavorativa (40-44 anni), nel nostro Paese il calo è pari al 26%”. Ma che si è amplificato nell’ultimo decennio, a partire dalla crisi economica dei debiti del 2010-2012 e dal graduale smantellamento di diverse sicurezze sociali per i cittadini. E un Paese in declino relativo e con minori prospettive è un Paese incerto.

Il 2020 ha segnato un nuovo campanello d’allarme, tanto che in un Angelus di inizio febbraio 2021 anche papa Francesco ha affermato con preoccupazione che l’Italia vive il suo “inverno demografico” e che la denatalità la mette “in pericolo”: le prime statistiche dell’Istat, commentate dal presidente Gian Carlo Blangiardo, segnalano che per la prima volta dai tempi dell’unità nazionale (1861) l’Italia potrebbe aver mancato di superare la soglia di 400mila bambini nati in un anno. Da 9,60 nati ogni 1.000 abitanti del 2009 l’Italia era scesa a 8 nati nel 2015, anno in cui divenne fanalino di coda venendo sorpassata dalla Germania, per poi calare a 7 nel 2019. Scendere sotto la soglia di 400mila nati per 60 milioni di abitanti dello scorso anno vorrebbe dire andare sotto quota 6,66, un minimo storico. Il record di decessi del secondo dopoguerra, con un numero complessivo stimato dall’Istat sopra 700mila per la quarta volta in un secolo dopo il 1920, il 1942 e il 1944 porta dunque a un saldo demografico naturale di -300mila unità.

Essendo i lockdown anti-coronavirus e la nuova crisi sistemica iniziati attorno al mese di marzo 2020, siamo certi che su questo fronte il peggio debba ancora arrivare. Nel solo mese di dicembre, a nove mesi dal confinamento nazionale, la natalità è calata del 21,6% sull’anno precedente, segno che a causa delle incertezze strutturali connesse al Covid-19 il numero nel 2021 dovrà probabilmente essere rivisto al ribasso di nuovo. L’Italia si trova così ad avere il triste primato del record di morti, del maggior tracollo delle nascite e del peggior andamento della speranza di vita media (diminuita fino a 4 o 5 anni nelle zone di maggior contagio) del secondo dopoguerra. Ma il problema non è esclusivo per il nostro Paese.

Le curve negative in Europa

La Francia, Paese storicamente attento alla questione demografica in nome di un cui controllo ha anche adattato il suo sistema fiscale, a gennaio ha iniziato a subire i primi effetti della pandemia. I nati di gennaio, nove mesi dopo il primo lockdown nazionale, sono stati 53.900, -13% sul gennaio 2020, mentre a dicembre il calo congiunturale era stato del 7%. Le statistiche per il 2020 parlano di 735.000 nascite, numero considerevole in rapporto all’Italia ma che fa segnare la statistica più bassa dalla fine della seconda guerra mondiale.

In Spagna il tracciato è simile. Tra dicembre e gennaio i nati sono stati circa 45.000, con un calo di quasi un quarto (-13mila nati, -22,6%) rispetto all’anno precedente. Il quotidiano El Paìs in un articolo pubblicato domenica 7 marzo, ha fatto notare che per il Paese “il problema è che piove sul bagnato”,  visti i trend demografici negativi che avevano portato a 360.617 nascite nel 2019, il minimo da quando il governo ha iniziato a contare i nuovi nati attraverso l’Instituto Nacional de Estadistica nel 1941.

Più lieve la decrescita in Germania, con Destatis che registra 755mila nuove nascite contro le 775mila dell’anno prima, segnalando inoltre per la prima volta un appiattimento della popolazione su 83,2 milioni di abitanti, considerato che la ridotta immigrazione (tra 180 e 240mila unità stimate) è stata solo sufficiente a colmare il gap con le 980mila morti registrate. Vero è, però, che per Berlino il peso maggiore del confinamento si è registrato con la seconda ondata europea, e dunque i dati per il 2021 saranno sicuramente da considerare alla luce di questa novità.

I quattro maggiori Paesi europei vedono dunque un netto effetto demografico della pandemia, che se diventerà strutturale si accompagnerà a una popolazione contraddistinta da crescenti problemi di sostituzione dell’occupazione, affetta da un continuo invecchiamento e gravata da una crescente necessità di spese previdenziali e di cura. Una soluzione allo stravolgimento della piramide demografica è necessaria per Paesi che vivono da tempo questo dramma come l’Italia, ma potrebbe diventare una necessità comune a diverse nazioni di un continente, l’Europa, che appare sempre di più anno dopo anno destinato a incamminarsi sul sentiero del declino.