Un esperto dell’Università di Oxford sostiene che il nuovo coronavirus non si sarebbe diffuso dalla Cina e che, soprattutto, non sarebbe emerso tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020, come afferma invece la narrazione ufficiale. Il quotidiano inglese The Telegraph ha ricostruito i punti salienti della tesi di Tom Jefferson, medico presso il Center for Evidence-Based Medicine (Cebm) del Dipartimento di Scienze della salute delle cure primarie di Nuffied.

L’assunto base è che il Sars-CoV-2 potrebbe essere rimasto inattivo in tutto il mondo, per diversi anni, prima di entrare in azione alla fine del 2019, grazie a nuove condizioni ambientali favorevoli. Detto altrimenti, secondo Jefferson ci sarebbero prove che dimostrerebbero come il virus fosse presente altrove ben prima dello scoppio dell’epidemia a Wuhan, capoluogo della provincia cinese dello Hubei.

La teoria del medico britannico è supportata, tra l’altro, dalla scoperta di alcuni virologi spagnoli. Pare infatti che tracce di coronavirus fossero presenti in campioni di acque reflue raccolti in Spagna a marzo, cioè ben dieci mesi prima dei fatti di Wuhan. Altre tracce sono state riscontrate in Italia, nelle acque reflue di Milano e Torino, a metà dicembre 2019, e in Brasile, a novembre dello stesso anno.

Indizi e tracce

In base a questo, ha spiegato Jefferson, è possibile che alcuni virus restino inattivi in tutto il mondo per poi emergere in alcuni periodi. Un meccanismo del genere, ancora sconosciuto, potrebbe indicare che gli stessi agenti patogeni scompaiano rapidamente dopo aver raggiunto un picco. Un chiaro esempio sarebbe il virus che ha provocato la Sars nel 2003.

Riferendosi al Sars-CoV-2, Jefferson ha così parlato al Telegraph: “Dobbiamo iniziare a ricercare l’ecologia del virus, capire come ha avuto origine, come è mutato. Penso che il virus fosse già qui, e qui significa ovunque. Potremmo essere davanti a un virus dormiente che è stato attivato dalle condizioni ambientali”.

C’è un altro indizio che confermerebbe la teoria del professore. A inizio febbraio c’è stato un caso di coronavirus alle Isole Falkland. Questa la ricostruzione di Jefferson: “Una nave da crociera è andata dalla Georgia del Sud a Buenos Aires, i passeggeri sono stati sottoposti a screening e poi, l’ottavo giorno, quando hanno iniziato a navigare verso il Mare di Weddell, è emerso il primo caso di infezione. Dov’era il virus? Nel cibo preparato che era stato scongelato e attivato?”.

Un nuovo metodo di trasmissione?

Jefferson fa quindi un paragone con l’influenza spagnola. Nel 1918 il 30% della popolazione delle Samoa, nel Pacifico meridionale, morì di Spagnola. Eppure, quelle persone, fa notare il prof, non avevano avuto alcun contatto con il mondo esterno. Da qui, dunque, l’ipotesi che possano esistere dei virus capaci di accendersi in determinati momenti.

Ovviamente non sappiamo quali siano questi virus, né conosciamo le condizioni che li renderebbero attivi. L’unica spiegazione fin qui plausibile è che questi particolari virus non arrivino da nessuna parte: si trovano semplicemente tra noi. Il Sars-CoV-2, ha aggiunto Jefferson, potrebbe essersi trasmesso attraverso il sistema fognario o servizi igienici condivisi. Una pista, questa, secondo il professore ben più plausibile che non quella che porta dritta alle goccioline espulse parlando, starnutendo o tossendo.

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