La geopolitica della corsa allo spazio
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Scordatevi i lockdown di massa e le misure draconiane di Wuhan. La nuova strategia della Cina per contenere la diffusione del Sars-CoV-2 è cambiata. O meglio: si è trasformata, adattandosi all’evoluzione della pandemia. Sono lontanissimi i giorni in cui i bollettini sanitari registravano migliaia di casi al dì e gli ospedali della capitale dello Hubei traboccavano di pazienti bisognosi di ossigeno. Oggi, almeno stando ai dati ufficiali, possiamo dire che Pechino ha superato la fase più critica dell’emergenza sanitaria.

Questo non vuol dire che la Cina sia diventata immune al coronavirus. Nonostante da marzo in poi il Dragone abbia dovuto fare i conti con pochissimi nuovi casi giornalieri (decine, in una nazione da 1,4 miliardi di abitanti), di tanto in tanto le autorità sono state chiamate a gestire focolai inaspettati. Ed è in casi del genere che prende forma la strategia a cui accennavamo. In che cosa consiste?

Nel battere sul tempo il virus, effettuando test di massa e tracciando le relazioni avute dai pazienti positivi. Sia chiaro: la Cina – così come tutti i Paesi al mondo – non ha i mezzi per sottoporre in una volta sola (o nel giro di pochi giorni) la sua intera propria popolazione al test. Il gigante asiatico, tuttavia, investe ingenti risorse per testare a tappeto le aree nelle quali sono emergono nuovi casi. E lo fa a una velocità impressionante.

L’importanza dei test (a tappeto)

Un chiaro esempio del nuovo modus operandi cinese è rappresentato dal focolaio scoppiato lo scorso giugno a sud di Pechino, nel mercato di Xinfadi, il mercato all’ingrosso di alimenti più grande della capitale. Stiamo parlando di un’area che si estende su 112 ettari, dove vi lavorano circa 1.500 persone, trovano spazio quasi 4.000 banchi e transitano migliaia e migliaia di persone al giorno, tra addetti e clienti.

Il primo dato parlava di 46 persone trovate positive ai test dopo che nelle ore precedenti era stato riscontrato il primo contagio interno nazionale dopo 56 giorni. Ebbene, quel numero è aumentato fino a superare quota 200. Molti osservatori esterni temevano che la Cina potesse ripiombare nell’incubo. A quanto pare, grazie al rapido intervento delle autorità sanitarie, il pericolo è stato scampato. Sono state subito ricostruite le relazioni dei malati e l’intera area è stata sottoposta al test.

Il caso di Qingdao

Un’altra cartina al tornasole per osservare la nuova strategia cinese nella lotta contro il Covid è la città di Qingdao (Tsingtao secondo la traslitterazione del nome cinese), città dove tra l’altro viene prodotta la famosa birra Tsingtao. In questa metropoli, in cui vivono circa 9 milioni di abitanti, è stata lanciata una campagna di test di massa per il Covid-19 dopo la conferma di sei contagi e altrettanti asintomatici, tutti collegati a un ospedale locale, il Qingdao Pulmonary Hospital.

Questo significa – ripetiamo – che le autorità di Qingdao effettueranno il test su nove milioni di persone. In quanto tempo? Nei prossimi cinque giorni. Già nella giornata di oggi i video diffusi dai media cinese mostravano code di residenti alle postazioni Covid Institute piazzati in alcuni punti della città. Secondo gli ultimi dati diffusi dalle autorità urbane, dei 377 contatti stretti dei pazienti risultati positivi al coronavirus, nove sono risultati positivi al test, tra cui la famiglia di uno dei primi contagiati e membri del personale sanitario dell’ospedale in cui si è verificato il focolaio.

Con l’esclusione di questi casi, riferisce il Global Times, il personale e i nuovi pazienti degli ospedali della città portuale cinese sono stati sottoposti al tampone e sono tutti risultati negativi. In ogni caso, due sono gli aspetti da considerare in questa vicenda. Il primo: a fronte di appena 6 casi sintomatici le autorità cinesi si sono immediatamente mobilitate per effettuare test a tappetto per 9 milioni di persone. Il secondo: calcolatrice alla mano (e al netto delle cifre riportate dai media cinesi), saranno effettuati mediamente una ventina di test al secondo.

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