Poche professioni, o forse nessuna, non hanno subito una trasformazione negli ultimi decenni in ragione della vertiginosa evoluzione della tecnologia. A questi cambiamenti non è stato immune il settore dell’intelligence che, comunque, resta, nella sua essenza funzionale, ancorato a taluni immutabili paradigmi, anche al mutare degli strumenti, delle metodologie, delle condotte. Altre evoluzioni si profilano poi all’orizzonte, come del resto in altri settori della security e del warfare. L’intelligence non resterà immune all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale come alle nuove tecniche di processamento dei big data.

Il progresso tecnologico ha reso possibile l’adozione di nuovi strumenti di contrasto inimmaginabili anche solo pochi anni or sono. Basti pensare al sistema di riconoscimento facciale in tempo reale in luoghi particolarmente affollati o in zone che presentano un alto tasso di criminalità messo in uso dalla polizia metropolitana di Londra a partire da febbraio 2020. Il sistema consente di confrontare migliaia e migliaia di immagini con quelle conservate in un data-base di volti di persone ricercate. Se il confronto dovesse dare esito positivo, gli agenti di polizia procedono subito al fermo della “faccia” sospetta.

Le nuove insidie dell’intelligence

Resterà invariata, però, la missione dell’intelligence: individuare possibili minacce, prevenirne o seguirne lo sviluppo, analizzarne l’evoluzione, capirne punti forti e punti deboli, definire scenari, fornire ai decisori elementi informativi utili ad individuare scelte appropriate. La tecnologia di per sé è neutra; è a disposizione delle comunità di intelligence ma anche di rivali, avversari, nemici, competitor, sabotatori, concorrenti, terroristi. Gli scenari postbipolari ed il mondo che corre sempre più velocemente verso un assetto multipolare non hanno solo imposto un mutamento della postura strategica delle varie potenze ma anche rimodellato la geografia dei rischi e delle minacce, obbligando l’intelligence ad adeguarsi prontamente alla molteplicità e multidirezionalità dei pericoli.

I nuovi rischi, però, non hanno sostituito le minacce tradizionali, così come i nuovi strumenti per il reperimento di notizie non hanno mandato in soffitta quelli in uso da anni. Oggi, ad esempio, di fronte a un terrorismo caratterizzato da lupi solitari radicalizzati sul web e non sempre ben organizzati, l’informatica e i macchinari non bastano. Le intercettazioni da sole non ci dicono più di tanto in quanto vengono usate tecnologie criptate e perché la grande mole di dati che arriva va interpretata. Ecco perché la penetrazione di gruppi terroristici con operazioni coperte resta il metodo più efficace per avere notizie sui loro piani ed intenzioni.

L’equilibrio tra innovazione e tradizione

La sfida, dunque, consiste nel comprendere potenzialità e limiti degli strumenti moderni, utilizzandoli in relazione ai propri obiettivi nel quadro di formule operative sperimentate e consolidate, amalgamandoli con le metodologie tradizionali che, anche nel nuovo millennio, conservano piena validità ed efficacia. La sfida è culturale prima che tecnica. È questo il tema portante del libro, a firma di Renato Caputo e Vittorfranco Pisano, i come intelligence. Indispensabilità & Limiti, in cui l’operatore di intelligence, sia che stia ora approcciando ai suoi nuovi impieghi sia che possegga già un certo bagaglio di esperienze, come pure il professionista che, per varie ragioni, debba interfacciarsi con queste realtà, troveranno un’attenta disamina e utili confronti tra ciò che appare classico e ciò che definiremmo moderno.

Se prima, per acquisire o verificare notizie sul campo erano necessari pericolosi appostamenti, lunghi pedinamenti, pericolose infiltrazioni, oggi può essere sufficiente un’analisi satellitare o una penetrazione in rete. Anche nell’esempio ora proposto, come in tante altre analoghe attività, però, l’uomo resta comunque l’inizio ed il punto di arrivo del processo di intelligence e, per certi versi, in alcuni casi, anche il punto più debole. Le debolezze umane, infatti sono state da sempre veicolo per acquisire informazioni. Caputo e Pisano ci informano che i servizi segreti dell’ex Germania Est e dell’ex URSS disponevano di istituti formativi per spie in gonnella dedite a sedurre personalità dell’occidente.

Oggi il pericolo non è passato, non è stato relegato solo ad argomento per film con spunti boccacceschi, ma è una pratica ancora ampiamente usata sia verso personalità istituzionali sia nei confronti di manager di importanti società strategiche. Una pratica denominata honey trap, che, leggiamo su i come intelligence, continuando a far leva sugli stessi paradigmi in uso da tempo, si sta spostando nel mondo digitale, mantenendo immutati obiettivi, vittime e informatori. Fa scuola, al riguardo, il caso “Katie Jones”, un profilo costruito su Linkedin di una inesistente ma avvenente trentenne con un curriculum di rispetto nel campo degli studi politici che ha “agganciato” 52 alti funzionari statunitensi prima di essere scoperta.

La complessa partita sui Big Data

La globalizzazione, poi, oltre a amplificare interessi ed obiettivi, ha anche moltiplicato il numero di realtà disposte ad investire in patrimoni informativi e, quindi, di soggetti disposti a reperire e cedere messe di informazioni per fini lucrativi. Non solo agenzie governative ma anche altre realtà, economiche e non, che necessitano di informazioni ed analisi tempestive, aggiornate e complete, al fine di operare scelte puntuali ed efficaci; dalle grandi multinazionali alle ONG, dalle associazioni di categoria ai meganetwork informativi, dalle multinazionali, agli istituti di ricerca.

La tendenza diffusa di molti a fornire con disinvoltura una serie di dati personali o di utilizzare tablet e smartphone senza molta attenzione ha creato nuovi campi di raccolta di informazioni, veri terreni di ricerca per operatori avveduti. Si consideri che ogni minuto, in internet, tra l’altro, vengono inviati 20,8 milioni di messaggi su WhatsApp, vengono spedite 150 milioni di email, sono visionati 2,78 milioni di video su YouTube, sono condivise 527.760 fotografie, sono scaricate 51.000 App da AppStore, sono lanciati 347.222 tweets e sono postate 38.194 foto su Instagram. Una immensità di dati che richiedono operatori specialisti, figure appetite dalle strutture di intelligence, pubbliche e private.

Per questo i servizi di sicurezza cercano con sempre maggiore attenzione professionisti in varie discipline, non necessariamente (e forse non più) nerboruti giovanotti dalla mira infallibile. Gli atenei sono diventati luoghi privilegiati dove selezionare talenti da porre al servizio degli interessi di un paese o di altra organizzazione. Il nostro Sistema di Sicurezza ha in atto 23 collaborazioni con atenei nazionali; per le difficili e complesse nuove sfide serve un approccio “scientifico” in cui vari “saperi” devono integrarsi con esperienze consolidate; tutto chiaramente finalizzato agli obiettivi da perseguire. La nuova e pericolosa combinazione di rischi “tradizionali” e di nuove “minacce ibride” impone all’operatore di intelligence moderno un surplus di cultura ed un approccio sempre più collaborativo, ed in tale ottica occorre essere in grado di inserire la propria attività in un contesto multidisciplinare.

Come cambiano gli agenti

E se il sabotaggio e l’eliminazione fisica o la distruzione di specifiche infrastrutture, nonché l’eliminazione fisica di determinati personaggi rappresentano ancora una pratica affidata a molti servizi segreti, di cui Caputo e Pisano danno una interessante panoramica nel loro libro, con interessanti ragguagli, tra l’altro, sugli omicidi mirati contro mandanti, esecutori ed altri individui ritenuti responsabili dell’eccidio di Monaco o sulle uccisioni nel loro paese in momenti diversi di scienziati nucleari iraniani, l’attività dell’operatore di intelligence è in gran parte meno movimentata di quanto le trasposizioni cinematografiche facciano presupporre. Figure quali 007 o i suoi vari colleghi letterari, pur talvolta ancora necessarie, sono sempre più affiancate, quando non sostituite, da analisti attenti e meno fisicamente dinamici.

L’operatore di intelligence è un professionista che usa molto più il cervello che i muscoli. È un soggetto colto ed equilibrato, in grado di cogliere gli aspetti più nascosti dei fenomeni, dei documenti, delle situazioni, dei fatti sottoposti ad analisi, con ampia attitudine a correlare le sintesi parziali per individuare lo scenario più plausibile in relazione alla mission dell’istituzione di riferimento. Per questo è fondamentale che approcci ai propri impegni scevro di ogni pregiudizio, lontano da ogni tabù, depurato di ogni faziosità, sviluppando le proprie attività in ambiti squisitamente razionali ma senza rinunciare, cosa in cui noi italiani eccelliamo, ad una giusta dose di sana fantasia e opportuna creatività.

In definitiva, le nuove realtà devono essere comprese a velocità sempre maggiore, perché spesso celano insidie o vere e proprie minacce che occorre saper prevedere per prevenirle con efficacia, a salvaguardia della collettività nazionale, delle strutture dello Stato e delle istituzioni democratiche. L’operatore di intelligence è oggi chiamato ad un lavoro complesso da svolgere in scenari estremamente ricchi, per così dire, di sfumature e chiaroscuri, estremamente mutevoli, dove il problema non è tanto la scarsità quanto la sovrabbondanza delle informazioni, che devono dunque essere vagliate, esaminate, interpretate e valutate con grande attenzione, sulla base di tecniche di analisi sempre più sofisticate, per l’uso delle quali occorrono risorse umane di particolare professionalità.

Francesco Lombardi è senior fellow del think tank Il Nodo di gordio