Un’apertura in pompa magna, con tanto di bagarre sul significato profondo della rappresentazione a tema LGBTQIA+ che ancora nessuno sa se celebrasse Bacco o provocasse su tema dell’ultima cena; lo psicodramma della Senna, incubo di triatleti e nuotatori; e poi ancora le medaglie, gli arbitraggi discutibili, la politica, le polemiche sul testosterone e i regolamenti. Il carrozzone delle Olimpiadi di Parigi 2024 si è finalmente chiuso.

Se non fosse che, finita la musica, lo spettacolo continuerà comunque. Perché dal 28 agosto all’8 settembre si terranno i Giochi Paralimpici, che vedranno in gara più di quattromila atleti. Saranno 22 invece le discipline olimpiche sparpagliate in 18 sedi di gara. Un evento che attira sempre più spettatori nel mondo, anche per via dell’accresciuta sensibilità sull’argomento disabilità.
Ma, allora, perché avere due eventi separati?
Buttandola sul punto di vista organizzativo la ratio sta nel non congestionare l’organizzazione di un evento così complesso come le Olimpiadi, e soprattutto per un lasso di tempo così prolungato. Accanto a ciò ci si appiglia al fatto che tenere gli eventi distinti aiuta a concentrare meglio l’attenzione sui Giochi Paralimpici, che rischierebbero di “confondersi” tra le fitte trame dei Giochi degli “abili”. Ma siamo davvero sicuri che le ragioni siano queste?
Le Paralimpiadi si disputarono per la prima volta nel lontano 1960, in occasione dei Giochi Olimpici di Roma. In quell’occasione, ai campi di atletica dell’Acqua Acetosa a Roma, c’erano 400 invalidi di 22 diverse nazioni, in rappresentanza di tutti e cinque i continenti. Di tentativi simili ne erano già stati effettuati dopo la Seconda Guerra Mondiale, con un’attenzione specifica ai veterani di guerra. Ma fu il medico italiano Antonio Maglio, allora direttore del Centro paraplegici dell’Inail, a proporre un’edizione di Giochi parallela a quella tradizionale, da disputarsi nel 1960. La partenza fu alquanto complessa, soprattutto da un punto di vista organizzativo, e fu soltanto nel 2001 che venne stabilito – dall’accordo tra Comitato Olimpico Internazionale e Comitato Paralimpico Internazionale – che i due eventi dovessero essere sempre accoppiati, svolgendosi nella stessa città.
Parigi 2024 ha proposto un’altra interessante novità: per la prima volta nella storia, l’emblema dei Giochi paralimpici è lo stesso dei Giochi Olimpici, con la sola differenza degli agitos al posto dei cinque cerchi. La scelta è stata motivata dal fatto che “I giochi Olimpici e paralimpici formano insieme un solo progetto, simboleggiato da un unico emblema e una visione comune: lo sport cambia le vite“.
E gli atleti paralimpici lo sanno bene. Così bene, che molti di loro chiedono di andare oltre le loro storie personali, pretendendo attenzione esclusivamente sulla loro performance di atleti: è buffo pensare che nel senso opposto vanno, invece, i loro colleghi del “primo tempo”, come raccontavamo qualche giorno fa da queste colonne. Ma quanti nomi ricordiamo o conosciamo, eccezion fatta per i più noti? Conosciamo davvero le loro storie? Saremo davvero incollati davanti alla tv come abbiamo fatto per i nostri beniamini alle prese con le peripezie parigine?

A Parigi è attesissima la giovane Bebe Vio, la schermitrice italiana tutto pepe, ormai volto dello sport paralimpico italiano: dopo i successi di Tokyo e Rio, è pronta a dare battaglia. Ma sarà anche la volta di Giacomo Perini, che gareggerà nei duemila metri di canottaggio, alla sua prima Paralimpiade. Ma ci saranno anche Ambra Sabatini per l’atletica, Luca Mazzone nel ciclismo e come portabandiera.

Un record, registrato dagli atleti paralimpici italiani, che quest’anno arrivano a quota 141. La più giovane di loro, Giulia Chiara Filippi, campionessa di atletica, ha appena 19 anni. Non si tratta di superuomini, ma di professionisti che hanno saputo superare difficoltà incredibili e tragedie di vita, consentendosi una chance. E vincendo. E le cui storie non solo hanno il diritto di essere diffuse in nome dell’inclusività, ma devono circolare con la stessa attenzione mediatica che è stata riservata ai colleghi “abili”, soprattutto per informare giovani e meno giovani sulle possibilità che lo sport paralimpico offre.

Che ci sia un trattamento da figli e figliastri, lo dimostra bene una questione pragmatica come il vil denaro. Gli atleti paralimpici, infatti, non vengono trattati alla stregua degli amatori. Le dimensioni esigue del Comitato Paralimpico fanno sì che i suoi atleti non abbiamo gli stessi premi in denaro degli atleti olimpici (mentre per gli atleti paralimpici italiani sono previsti premi in denaro di 100mila euro per l’oro, 55mila euro per l’argento e 35mila euro per il bronzo, gli atleti olimpici italiani ricevono 180mila euro per l’oro, 90mila per l’argento e 60mila per il bronzo).
Premio di consolazione: la copertura mediatica. La messa in onda sulla tv nazionale ha fatto compiere ai Giochi Paralimpici uno scatto decisivo, con Raidue e Rai Sport che manderanno in onda le competizioni. Ma la sensazione che si tratti ancora di una manifestazione di serie B, di una festicciola di consolazione che arriva dopo il grande baccano, resta. Al di là delle questioni organizzative, perché avere due cerimonie di apertura e chiusura distinte, al posto di un’unica apertura e un’unica chiusura sotto l’insegna dello sport?
“È complicato“, risponde qualcuno. Certo, andate a dirlo a un atleta senza una gamba.

