Nessuna conta reale dei danni della pandemia di coronavirus su scala globale potrà dirsi completa finché non si avrà un quadro chiaro della situazione in India sotto il profilo sanitario, politico ed economico. Il secondo Paese al mondo per popolazione, nonché quello col più alto tasso di crescita tra le grandi economie della Terra, è in lockdown da oltre un mese, ma ancora non si sa quanto a lungo le restrizioni dovranno proseguire prima di poter dare per fugato il rischio di una diffusione del virus nelle maggiori città del Paese.

I dati ufficiali sul fronte sanitario non sono, per ora, allarmanti. Sono 30mila gli infetti ufficiali, e 937 i morti, secondo le stime più recenti. Il nuovo bilancio, aggiornato dalle autorità sanitarie di Nuova Delhi, porta l’India a essere seconda solo alla Cina per numero di persone contagiate dal Covid-19 in Asia orientale. Ma abbassare la guardia potrebbe essere un grave rischio. La curva è infatti ancora in fase ascendente, per quanto si possa sottolineare come le misure prese dal governo di Narendra Modi abbiano rallentato relativamente la corsa del contagio, e Nuova Delhi registra mediamente 1.500 casi al giorno.

Ogni cedimento anticipato e ogni passo falso nella restrizione del rigido lockdown avrebbe conseguenze nefaste. Nel Paese circa 78 milioni di persone vivono in quartieri densamente popolati, cinture residenziali fatiscenti e tagliati fuori dai servizi pubblici più importanti, sanità inclusa, ai margini dei grandi centri urbani (i cosiddetti slums), e al tempo stesso le stesse megalopoli hanno acquisito dimensioni che giustificano preoccupazioni in caso di una fuga massiccia del virus: Mumbai supera i 18 milioni di abitanti, Nuova Delhi i 16, Calcutta tocca i 14,5. Il governo, al tempo stesso, non ha avuto altra scelta che frenare l’elevata mobilità interna al Paese. Ma questo, unito al blocco degli scenari economici globali, sta avendo conseguenze pesanti per le prospettive future del Paese.

Il Financial Times ha sottolineato come i primi perdenti della crisi economica siano stati i lavoratori dell’economia informale, della gig economy dei lavoretti, i braccianti e gli “stagionali” che migrano all’interno del Paese. Una massa che nel Paese ammonta a quasi tre volte la popolazione italiana, 170 milioni di persone: working poors appartenenti a categorie debolmente protette in un Paese che il governo nazionalista ha voluto portare verso la competitività globale dimenticandosi, molto spesso, il welfare e le fasce meno tutelate della popolazione. Il Centre for Monitoring the Indian Economy (Cmie), segnala il Financial Times, ha calcolato che circa 140 milioni di persone hanno perso il lavoro da marzo a fine aprile, portando la disoccupazione reale dell’India al 26%.

Le conseguenze sono facilmente intuibili. Sul fronte interno, questo causerà un rinfocolamento del problema della povertà, dell’esclusione sociale e della malnutrizione, piaga endemica per 250 milioni di indiani secondo il World Food Program, a cui potrà seguire una crisi umanitaria e una profonda destabilizzazione sociale. A livello politico-economico, ciò chiama il governo Modi a promuovere un vero e proprio “New Deal” per creare lavoro e prospettive. Come fa notare l’Ispi in un suo rapporto, “il governo di New Delhi sta attuando piani per garantire supporto alimentare e aiuti economici ai singoli cittadini con una prima manovra da 22,6 miliardi di dollari a favore della popolazione e una seconda da 13 miliardi a favore delle micro, piccole e medie imprese. Con quest’ultima, spera che il volano della ruota economica non si fermi completamente e possa ripartire il prima possibile con nuovo slancio”.

Non potrà che essere l’inizio di uno stimolo capace di rafforzare le prospettive del Paese. Questo perché

il problema della decrescita indiana può travolgere l’economia mondiale

La sovrapposizione tra aumento dei contagi e crollo dell’economia metterebbe a dura prova, ad esempio, il settore della produzione e dell’esportazione di farmaci, sia generici e salvavita, di cui Nuova Delhi è leader. Tra questi, sottolinea l’Ispi, “l’idrossiclorochina, un farmaco antimalarico che agisce sul fegato ed è stato fino ad ora utilizzato con diversi casi di successo nel trattamento del Covid-19″. Il caso indiano va dunque monitorato con attenzione per seguirne gli sviluppi in maniera continuativa: il fronte più importante della seconda fase della sfida globale del Covid-19 è nel grande Paese del subcontinente, fonte di una potenziale instabilità di portata mondiale.

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