Non è lontano il ricordo di quando il mondo, prima del Covid-19, ha tremato a causa di un nuovo coronavirus. Era infatti il 2013 quando si è sentito parlare per la prima volta di Mers ovvero la sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus. I casi di contagio, seppur con effetti altamente letali, rimasero però circoscritti in specifiche aree del Medio Oriente.

Cos’è la Mers

Conosciuta anche come influenza da cammello, la Mers è una patologia determinata dal coronavirus Mers-CoV. Il virus che causa la malattia è molto simile a quello della Sars. Nonostante questa similitudine, il tasso di mortalità in questo caso è però molto più alto nella misura del 34% rispetto al 10% della Sars. Era il 24 settembre del 2012 quando il virologo egiziano Ali Mohamed Zaki ha segnalato il primo caso in Arabia Saudita. Secondo gli studi condotti dagli scienziati, l’ipotesi più accreditata circa la diffusione del virus è quella che prevede il salto di specie dal cammello all’uomo con la seguente modalità: il Mers-Cov ha come serbatoio naturale i pipistrelli che infettano con i loro escrementi i datteri, poi i cammelli e quindi gli esseri umani. Con un periodo di incubazione di 12 giorni, la malattia inizia a svilupparsi con la presenza di febbre, brividi, per poi acutizzarsi in un’acuta e rapida insufficienza respiratoria. In alcuni casi è stata registrata anche l’insufficienza renale acuta.

Il picco del virus

Una volta registrato il primo caso di Mers a settembre del 2012, ha fatto seguito la conta degli altri casi rilevando poi il picco nell’aprile del 2014: alla fine di quel mese sono stati contati in totale 424 soggetti colpiti dall’infezione in tutto il mondo, Italia compresa. In quella data sono state accertate anche 131 vittime da Mers. Una diffusione rimasta in qualche modo circoscritta, a cui ha fatto da contraltare un alto tasso di mortalità. La massima attenzione mediatica sul virus si è avuta nel 2013. In quel periodo di apprensione si è anche temuto per l’appuntamento annuale di preghiera dei musulmani durante il mese lunare dello Hajj, nella città Santa di La Mecca. Nel 2013 infatti l’evento era previsto dal 9 luglio al 7 agosto, nel momento di picco del virus e nella zona dove si registravano più casi. Questo ha destato preoccupazioni per l’esplosione di un focolaio in vista dell’arrivo di più di 3 milioni di persone. Proprio per questo motivo, negli anni successivi, le autorità hanno ridotto del 20% il numero dei permessi concessi per effettuare il pellegrinaggio. Ma la vera motivazione fino ad allora non è mai stata svelata. Apparentemente la causa era connessa a dei lavori attuati proprio sul sito dove i fedeli si recavano per la preghiera.

I timori dell’Oms nel 2013

La comunità scientifica ha subito messo in guardia dal possibile avanzamento di un nuovo coronavirus. La comparsa improvvisa del morbo e la sua diffusione in un’area specifica del medio oriente, hanno creato i presupposti per un’allerta a livello planetario. A certificare l’allarme anche l’allora segretario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la cinese Margaret Chan: “Siamo di fronte ad una emergenza sanitaria mondiale – ha dichiarato Chan al vertice di Ginevra del maggio del 2013 – Non si tratta di un problema che un singolo paese possa contenere entro i propri confini o che possa facilmente gestire”.

Affermazioni che lasciavano presagire alla dichiarazione di pandemia. Tuttavia, il fatto che buona parte dei casi fosse ancora riscontrato in Arabia Saudita ha fatto virare l’Oms verso una maggiore prudenza. Una scelta quest’ultima dovuta probabilmente anche alla constatazione che la Mers era epidemica in aree del pianeta poco popolate, a differenza di quanto accaduto invece con lo scoppio della Sars nella provincia cinese del Guandong tra il 2002 e il 2003. Eppure alcuni casi del nuovo coronavirus sono stati registrati anche in Europa. A Firenze nel maggio 2013 un uomo da poco tornato dalla Giordania è il primo caso positivo riscontrato in Italia. Anche la figlia poco dopo è risultata positiva, mentre 60 soggetti a contatto con lui sono stati posti in quarantena. Alla fine sono stati tre in totale i casi di Mers in Italia, nessuno per fortuna letale. Nel resto d’Europa e negli Stati uniti la situazione a fine 2013 è apparsa molto simile: pochi i casi, nessun vero focolaio attivato.

Dall’Arabia Saudita alla Corea del Sud

A determinare una posizione prudenziale dell’Oms è stato anche il fatto che a fine 2013 il primo picco sembrava apparentemente superato. Sotto il profilo mediatico, la Mers è passata in secondo piano e il peggio oramai veniva considerato alle spalle. Così però non è stato. Nell’aprile del 2014 l’epidemia ha ripreso a circolare molto forte ancora in Arabia Saudita. Soltanto in quel mese sono stati registrati 227 casi, molti dei quali nel Paese arabo. Qui la percentuale di letalità è arrivata a sfiorare anche il 50%, contribuendo a far scattare nuovamente l’allarme. In questa fase di picco, diversi contagi hanno riguardato medici e personale sanitario.

Secondo studi condotti dall’università di Bonn ed approvati dall’Ecdc di Amsterdam, l’improvvisa nuova impennata del 2014 non è stata attribuibile ad una mutazione del virus. Più semplicemente ci si è trovati di fronte a un ritorno di un’infezione mai del tutto scomparsa. Un comportamento non dissimile da quello di altri coronavirus. Dopo il picco dell’aprile 2014, la Mers è tornata a fare paura l’anno successivo in Corea del Sud. Il 20 maggio 2015 un uomo di 68 anni di ritorno dall’Arabia Saudita è stato trovato positivo al virus. La diagnosi però è stata effettuata soltanto al quarto ospedale visitato dal paziente. Questo ha contribuito a una rapida diffusione della Mers nel Paese. Soltanto il 4 luglio 2015 la Corea del Sud è uscita dall’epidemia: quasi 200 i casi totali, 36 le vittime accertate.

La situazione attuale

Il virus non è scomparso. Dopo i picchi del 2014 e il 2015, la Mers ha avuto altre piccole impennate tra il 2016 e il 2017 e, ancora, nel febbraio 2019. Soltanto l’anno scorso in Arabia Saudita, come riscontrato nei dati dell’Oms, sono stati registrati 151 casi, 48 dei quali mortali. Il tasso di letalità è rimasto molto elevato. Complessivamente, da quando il mordo è stato individuato nel 2012, sono state 881 le vittime a fronte di 2562 persone ufficialmente contagiate. Ed è questa la principale differenza con gli altri due coronavirus individuati in questo inizio secolo: la Sars del 2002-2003 ha avuto un tasso di letalità del 10%, una percentuale che per il Sars Cov-2 responsabile della pandemia del 2020 dovrebbe scendere fino a meno dell’1%.

A un’elevata letalità sembra corrispondere però una minore trasmissibilità del contagio. Gli studi condotti nel corso degli anni, hanno dimostrato che il virus è trasmesso da un individuo a un altro soltanto in caso di contatti molto stretti. Questo spiegherebbe il perché la contagiosità è stata maggiormente riscontrata in ambienti ospedalieri e in contesti familiari. Tra le ipotesi di una minore diffusione rispetto agli altri coronavirus, anche la bassa densità abitativa della regione in cui si sono sviluppati i primi focolai.

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