Un anno fa, nel bel mezzo di una delle fasi più tese della guerra dei dazi, tra le accuse di Donald Trump e le minacce della Casa Bianca di piazzare nuove tariffe sulle esportazioni cinesi, la Cina si ritrovò a fare i conti con un’epidemia, per gravità e dimensioni, del tutto inedita. Xi Jinping, usando una metafora d’altri tempi, accostò quel virus misterioso – nato chissà dove, chissà quando e chissà come – a un “demone“. Gli scienziati lo etichettarono inizialmente come 2019-n-Cov, salvo poi adottare il termine che avremmo presto imparato a conoscere: Sars-CoV-2.

L’epicentro iniziale in cui il Covid-19 (la malattia generata dall’agente patogeno) infettò i primi esseri umani era situato a Wuhan, megalopoli da 11 milioni di abitanti capoluogo della provincia dello Hubei, nella Cina centrale. Qui, nel cuore di una delle città più dinamiche e moderne dell’ex Impero di Mezzo, a metà dello scorso dicembre, decine di cinesi iniziarono ad accusare strani malesseri. Il Capodanno cinese sarebbe arrivato nel giro di poche settimane, e nessuno immaginava che di lì a poco si sarebbe scatenata un’apocalisse cinese, presto traslata anche su scala globale.

Al netto degli iniziali errori di valutazione, delle omissioni dei funzionari di Wuhan, dell’inefficacia delle prime misure sanitarie attuate dal governo locale, la Cina, senza saperlo, aveva di fatto già iniziato la sua battaglia contro il nuovo coronavirus. Quei malesseri improvvisi, spesso aggravati da polmoniti inspiegabili, erano da collegare al Covid-19. Dopo giorni di incomprensioni e silenzi, più o meno volontari, finalmente la macchina organizzativa cinese si mette in moto. La notizia del virus arriva anche a Pechino. Dove la leadership del Partito Comunista cinese decide subito di attuare misure draconiane. Il resto, fino a oggi, è storia nota.

Il primo focolaio

Torniamo con la mente a Wuhan, nel freddo dicembre di un anno fa. I primi pazienti infettati avevano un minimo comune denominatore: avevano frequentato il mercato del pesce di Huanan. Un wet market collocato nel cuore della megalopoli, a pochi passi dalla stazione centrale e circondato da moderni appartamenti. È stato proprio questo mercato a esser passato alla storia come il primo epicentro noto della pandemia di Covid-19. Urge una precisazione: a detta degli esperti, un indizio del genere non è sufficiente per avere la certezza che il virus si sia originato in Cina.

I corridoi del mercato potrebbero infatti aver soltanto facilitato la diffusione del virus. Un virus forse arrivato a Wuhan grazie a qualche animale in vendita proprio su una delle bancarelle esposte allo Huanan, o magari trasmesso da un cliente arrivato dalla periferia della Cina, o addirittura dall’estero. Insomma, tralasciando le teorie del complotto, ogni ipotesi sull’origine del Sars-CoV-2 è ancora sul tavolo degli esperti. Che dal canto loro stanno ancora cercando di ricostruire un mosaico complesso. A questo proposito, può essere utile dare un’occhiata alla planimetria inedita del famigerato mercato del pesce di Wuhan, il luogo in cui i primi pazienti positivi avevano lavorato, fatto acquisti o che, più semplicemente, avevano visitato.

La planimetria del mercato di Huanan

Le autorità di Wuhan avranno pure tergiversato nel comunicare al governo centrale cosa stesse accadendo a Wuhan. Di sicuro non persero tempo nel blindare il mercato ittico di Huanan. Il primo gennaio 2020, gli operatori sanitari, bardati con scafandri e tute spaziali, hanno iniziato a prelevare campioni tra i banchi del pesce, chiusi, che sorgevano al piano terra dell’edificio. La Cina ha rilasciato pochissimi dettagli su quel luogo. Nonostante gli esperti locali avessero passato settimane a indagare tra i corridoi dello Huanan, non conosciamo pressoché niente dell’ormai ex Huanan Seafood Wholesale Market, all’incrocio tra New China Road e Development Road, due delle strade più trafficate della città.

Il mercato, prima che scoppiasse l’epidemia, contava più di 1.100 lavoratori suddivisi in centinaia di bancarelle disposte su un’area delle dimensioni di circa quattro campi da calcio. Nelle prossime settimane l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) effettuerà un’indagine approfondita proprio all’interno del mercato, dove pare si vendessero, oltre a frutti di mare e verdure, anche vari animali selvatici, cioè possibili serbatoi o ospiti intermedi del virus.

In attesa di capire come si evolveranno le ricerche, il South China Morning Post ha ottenuto un documento inedito che potrebbe contribuire a fare luce sul Ground Zero dell’epidemia: la planimetria, fin qui mai diffusa, del mercato ittico di Huanan. La mappa si basa sui dati raccolti lo scorso gennaio dal Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC). Per la prima volta in assoluto possiamo vedere con i nostri occhi gli stand esatti in cui le prime persone infette hanno lavorato o fatto acquisti. La mappa evidenzia anche in quale delle 653 bancarelle sono state riscontrate tracce di virus. Il SCMP ha ottenuto anche una seconda mappa del mercato, utilizzata dall’Oms e dai CDC americani.

Alla ricerca della verità

La disposizione del mercato, in entrambe le mappe, è identica. A cambiare, semmai, sono i dati relativi ad alcune aree. Un segno, questo, che per alcuni esperti sottolineerebbe la mancanza di trasparenza sulle informazioni raccolte dagli scienziati cinesi. “La cosa fondamentale è che hanno fatto quello che avrebbero fatto gli investigatori: hanno fatto una mappa. E significa che probabilmente c’è un’altra mappa più dettagliata”, ha spiegato Daniel Lucey, medico e professore di Malattie Infettive presso il Georgetown University Medical Center negli Stati Uniti, parlando delle autorità cinesi.

Tornando alla mappa cinese, il documento illustra la posizione di 33 bancarelle collegate a 45 infezioni umane sospette e confermate (non sappiamo perché alcuni casi sono definiti “sospetti”). La planimetria mostra anche che la maggior parte degli stand nei quali sono stati riscontrati campioni ambientali positivi erano concentrati in due sezioni: nella prima si vendevano animali selvatici e pollame, nell’altra frutti di mare. Le positività umane sembrano essere distribuite solo sul lato occidentale del mercato.

“Vedere la posizione precisa dei campioni ambientali è utile. La loro posizione accanto ai casi di positività umana tenderebbe a supportare queste rappresentazioni di infezioni umane campionate dall’ambiente”, ha aggiunto il professor David Robertson, a capo della genomica virale e bioinformatica presso il Center for Virus Research presso l’Università di Glasgow. A maggio il Wall Street Journal scriveva che i funzionari cinesi avevano raccolto campioni di animali selvatici il giorno prima della chiusura dello Huanan. La Cina, tuttavia, sostiene di non aver mai testato animali selvatici vivi dal mercato, ma solo carcasse di bestiole congelate. Il punto, spiegano gli esperti, è che se il mercato dovesse esser già stato disinfettato – come è probabile che lo sia -, molte informazioni chiave sarebbero andare perdute.

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