Sono partiti da Karachi diretti verso Islamabad per richiedere le dimissioni di Imran Khan, il primo ministro del Pakistan. La protesta prende il nome di Azadi March (Marcia di libertà), specularmente a quella organizzata nel 2014 e, ironicamente, dallo stesso Khan, con partenza però dalla città di Lahore.

Dietro alle proteste, povertà e miseria

Nonostante sia una potenza nucleare con un’economia in forte espansione, le condizioni di vita in Pakistan sono tra le peggiori di tutto il continente asiatico. Una piccola élite (della quale Imran Khan fa parte) governa il paese con un altissimo tasso di corruzione, mentre l’economia delle provincie rimane in buona parte fondata sull’agricoltura di sussistenza. Le condizioni e gli orari di lavoro sono al limite della sopportazione umana, senza un adeguato ritorno economico. Larga parte della popolazione giovanile, infatti, sceglie la strada dell’emigrazione anche e soprattutto tramite i canali irregolari, in quanto il passaporto pakistano non è sinonimo di affidabilità per buona parte dei paesi industrializzati.

Le richieste dei partecipanti alla marcia, formata in buona parte da studenti universitari, chiede a voce altisonante le dimissioni del Primo Ministro, considerato inadatto alla gestione della delicata economia del Pakistan ed accusato di non aver mantenuto le promesse circa il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.

I poveri contro il potere

Nonostante il Pakistan possieda il 26esimo Pil più grande al mondo, il Pil pro capite degli oltre 209 milioni di abitanti non raggiunge i 1500 dollari (rilevazioni 2019), ponendolo in questa classifica al 134° piazzamento. I dati parlano chiaro: una risicata minoranza della popolazione detiene la maggioranza della ricchezza del paese, con uno squilibrio tra ricchi e poveri tra i più alti al mondo. Questa condizione (particolarmente evidente nella provincia del Punjab) è anche dovuta alle ingenti spese per il mantenimento dell’esercito a causa delle continue tensioni con la vicina India e del pericolo portato dagli estremismi religiosi del vicino Afghanistan. Con i servizi ridotti all’osso ed a causa della mancanza di personale nelle funzioni controllo, le condizioni della popolazione impiegata nei settori produttivi sono miserabili, con stipendi che sovente non raggiungono il loro valore di sussistenza. Lo stesso impiego dei bambini nelle fabbriche tessili è di fatto accettato per la difficoltà nel compiere ispezioni a riguardo.

Mentre da un lato queste caratteristiche sono alla base della competitività a livello globale del paese, dall’altro sono la causa primaria dei suoi problemi sociali. Nonostante negli ultimi anni i governi abbiano favorito lo sviluppo anche del settore terziario con importanti agevolazioni per gli investimenti esteri operanti soprattutto nel settore digitale, i numeri non sono ancora diventati significativi.

Richiesta di aiuto oppure occasione politica?

L’Azadi March non è che l’ultimo dei tentativi di rendere plateale a livello internazionale le condizioni di vita del Pakistan. Sebbene dietro alla marcia ci siano i principali gruppi politici di opposizione, la movimentazione popolare dimostra come l’esasperazione alla quale è stato portato il popolo pakistano stia per scoppiare. La manifestazione indetta in questi giorni non ha nei suoi numeri il calibro per portare ad una dimissione del governo di Khan, ma può servire ad ottenere alcune concessioni, soprattutto in termini di miglioramento dei salari e di maggiori controlli sul mercato del lavoro. Il vero punto critico verrà qualora le promesse non vengano nuovamente mantenute, soprattutto da colui che fu l’ideatore della prima delle Azadi March.

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