Laila Soueif, matematica e attivista egiziana di 68 anni, è oggi il volto silenzioso ma determinato di una delle battaglie più radicali per la giustizia in Egitto. Dal 30 settembre 2024 porta avanti uno sciopero della fame per chiedere la liberazione del figlio, Alaa Abd el-Fattah, uno dei volti più noti della rivoluzione del 2011. Una battaglia che non è solo personale, ma politica, morale e simbolica, in un paese che continua a calpestare sistematicamente diritti e verità.
Soueif non è nuova all’attivismo. Già a 16 anni, nel 1972, scendeva in piazza per protestare contro il Governo egiziano. Figlia di una famiglia intellettuale, docente di Matematica all’Università del Cairo, ha fondato il Movimento 9 Marzo per l’Indipendenza delle Università, chiedendo l’autonomia accademica contro l’ingerenza delle autorità. Il marito, Ahmed Seif El-Islam, è stato uno dei più importanti avvocati per i diritti umani del Paese. I loro tre figli – Alaa, Sanaa e Mona – sono tutti attivisti. La repressione, per questa famiglia, è una realtà quotidiana.
Il ruolo nella rivoluzione del 2011
Nel gennaio 2011, mentre il mondo assisteva all’esplosione delle Primavere arabe, Soueif e la sua famiglia erano in prima linea a Piazza Tahrir. Lottavano per un nuovo Egitto, per la libertà di stampa, per una giustizia sociale che ancora oggi rimane lontana. Il figlio Alaa divenne una delle figure di punta del movimento. Arrestato più volte, ha pagato con anni di carcere il suo impegno civile.
Alaa Abd el-Fattah, 43 anni, è detenuto dal 2019. Condannato a cinque anni per aver diffuso “false notizie che danneggiano la sicurezza nazionale”, avrebbe dovuto essere rilasciato il 29 settembre 2024. Ma le autorità egiziane si rifiutano di contare gli anni passati in custodia preventiva e continuano a tenerlo in prigione. Laila Soueif, allora, ha deciso di reagire con l’unico mezzo rimasto: il proprio corpo. Ha smesso di mangiare, assumendo solo tè, caffè e sali minerali. Ricoverata a Londra il 24 febbraio, dopo oltre 150 giorni di sciopero, è apparsa gravemente debilitata. Solo dopo l’intervento telefonico del premier britannico Keir Starmer al presidente al-Sisi, ha accettato di assumere 300 calorie al giorno sotto forma di integratori, in attesa di negoziati.
Una forma estrema di verità
Soueif non ha mai cercato la compassione. Non si è rivolta al cuore del regime, che sa non avere. Ha voluto piuttosto mettere il potere davanti al proprio fallimento morale e giuridico. In un Paese in cui la repressione si esercita con metodo burocratico e indifferente, lo sciopero della fame è una forma estrema di verità: costringe il regime a guardare ciò che vorrebbe ignorare.
In Egitto, le proteste di massa si reprimono con facilità, ma le storie personali – come quella di Soueif – penetrano nella coscienza collettiva. Il regime può rinchiudere Alaa, ma non può far tacere una madre libera che lotta a viso aperto.
Il peso internazionale
La protesta di Soueif ha mobilitato l’opinione pubblica internazionale. Dodici premi Nobel, tra cui JM Coetzee e Kazuo Ishiguro, insieme a scrittori come Arundhati Roy e Orhan Pamuk, hanno chiesto a Starmer di agire. Amnesty International, Human Rights Watch e PEN International si sono schierate al fianco della famiglia. Ma finora, nessuna pressione ha avuto effetti concreti sul governo egiziano.
Una domanda aperta
Il caso di Alaa Abdel Fattah non è solo una questione giudiziaria. È il paradigma di come un regime possa usare la giustizia come arma di vendetta politica. Ma l’azione di Laila Soueif ci pone una domanda più ampia: per quanto tempo ancora un regime può governare solo con la paura?
La storia ci dice che il dominio con la repressione ha sempre una fine. Ma il presente ci ricorda che può durare molto più di quanto speriamo. Finché non sarà troppo tardi, il corpo fragile e resistente di Laila Soueif continuerà a testimoniare che la verità, anche quando non vince subito, non può essere cancellata.

