La lotta degli schiavi di ieri, l’ipocrisia sui 50 milioni di schiavi di oggi

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La schiavitù è quanto di più umano esista. Nacque con l’uomo e con il desiderio di alcuni uomini di possedere e sopraffare altri uomini, dall’era delle caverne, passando per i Greci e i Romani fino all’odiosa tratta che abbiamo appreso fin dai libri di scuola. Ed è proprio in memoria di quella tratta che oggi celebriamo la Giornata internazionale per la commemorazione della tratta degli schiavi e della sua abolizione. Ma no, nulla a che fare con Abramo Lincoln. Bensì con un manipolo di uomini che in quel di Haiti, nel lontano 23 agosto 1791, scelse di ribellarsi alle catene che gli Europei gli avevano imposto. Volevano per se stessi tutte le bellezze che la Rivoluzione Francese andava propagandando e che gli schiavi liberi – che erano riusciti ad affrancarsi anche intellettualmente – avevano scelto come manifesto per la lotta di liberazione di neri e meticci sull’isola.

Gli Stati Uniti, terra che conservava la “peculiare istituzione”, dovranno invece attendere la Guerra Civile e il Proclama di emancipazione per vedere abolita la schiavitù, almeno sulla carta. Ma al di là dei provvedimenti legislativi che imponevano la fine dell’odioso strumento di sopraffazione, fu anche il progresso tecnologico a mandare in soffitta la schiavitù: il lavoro manuale mal si addiceva ai ritmi produttivi che la società industriale richiedeva. Così, le macchine che i luddisti volevano tanto distruggere, si trasformarono – per paradosso – nel de profundis sulla schiavitù. Generandone un’altra: quella dell’operaio-massa.

Con le leggi e i trattati che hanno abolito tratta e schiavitù ci si potrebbe lastricare l’Inferno, ma sebbene si tratti di termini che sembrano appartenere alla notte dei tempi, di schiavitù contemporanee se ne possono contare decine e decine di forme.
La schiavitù moderna, come termine, comprende molte forme di sfruttamento, tra cui la tratta di esseri umani e la nascita di persone già schiave. La schiavitù moderna è ovunque intorno a noi, spesso nascosta in bella vista. Le persone possono diventare schiave realizzando i nostri vestiti, servendo il nostro cibo, raccogliendo i nostri pomodori, lavorando nelle fabbriche o nelle case come cuochi, addetti alle pulizie o tate.

Secondo le ultime stime globali sulla schiavitù moderna (2022) di Walk Free, dell’Organizzazione internazionale del lavoro e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, oggi quasi 50milioni di persone vivono in schiavitù: circa un quarto di sono bambini. Il ventaglio di tipi di schiavitù, oggi, tende a essere sempre più ampio: 22 milioni di persone sono costrette a matrimoni forzati. Due su cinque sono bambini o adolescenti in età pre-puberale. Dei 27,6 milioni di persone intrappolate in diverse forme di lavoro forzato, 17,3 milioni sono vittime di sfruttamento lavorativo forzato nell’economia privata, 6,3 milioni di sfruttamento sessuale e circa 4 milioni sono vittime di lavoro forzato imposto dalle autorità statali. Quanto alla tratta, sebbene non foraggi più le piantagioni coloniali, alimenta nuove forme di prevaricazione dell’uomo sull’uomo. La tratta oggi fornisce essere umani al mercato della prostituzione forzata, del lavoro in nero, della criminalità e dell’accattonaggio, dei matrimoni combinati e dell’espianto di organi.

Il rovescio della medaglia della tratta è la schiavitù moderna. La più diffusa al mondo è per debiti, contratta solitamente da un prossimo oppure in prima persona: le persone intrappolate nella povertà prendono in prestito denaro e sono costrette a lavorare per ripagare il debito, perdendo il controllo sia sulle proprie condizioni di lavoro che sul debito stesso. Ma la schiavitù è ancora oggi anche condizione ereditaria: solitamente lo stato di “schiavo” viene tramandato lungo la linea materna e non può estinguersi se non con la fuga.


E poi ci sono i bambini, gli schiavi più redditizi. I loro corpicini esili ben si prestano a calarsi nei cunicoli delle miniere dove si estrae il prezioso coltan dei nostri inseparabili smartphone; le loro dita veloci ed eleganti tessono in fretta i tessuti del fast fashion così come tappeti pregiati; la loro innocenza candida è un richiamo per reti di pedofili, maniaci e uomini in cerca di spose bambine. Le loro menti ancora così malleabili e i loro corpi resistenti sono adatti a farne bambini-soldato.

Le fattezze del mondo moderno rendono invisibile la schiavitù ammantandola di lustrini, ma soprattutto creando una distanza emotiva abissale tra i prodotti dello sfruttamento e noi che ne gioviamo. Non ne sentiamo il puzzo, e ci va bene così.
Ma come diceva qualcuno, “anche se ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti“. Schiavo è il bambino che ha cucito la nostra borsa made in Bangladesh; schiava è quella ragazzina diafana sui tacchi a spillo che batte sulla superstrada che percorriamo ogni sera tornando da lavoro; schiavo è l’operaio dell’Est Europa, senza contratto, senza diritti e malpagato, che affianca il nostro idraulico o che costruisce le nostre case. Non vediamo il loro sangue e le loro lacrime sul cibo che ci viene servito o sulle lenzuola su cui dormiamo, e questo contribuisce a farci dormire sonni tranquilli.

Ma esistono anche altre forme, più subdole, di schiavitù moderna. Che non prevedono palle al piede o frustate, ma che tediano la vita di milioni di esseri umani: si annidano nella grande distribuzione e nei suoi turni massacranti; nei call center pollaio dove milioni di giovani finiscono a subire la schiavitù del risultato e i lavaggi del cervello da improbabili coach caricati a pallettoni; nelle lettere di dimissioni fatte firmare in bianco a una donna neo-assunta; nelle migliaia di giovani che lavorano 15 ore con contratti part-time, nei rider che rischiano di ammazzarsi in bici per portarci la pizza ancora fumante. Non ci sono fruste né catene in questo caso, ma anche rubare i sogni è una forma di riduzione in schiavitù.