La ricerca di una cura per il SARS-CoV-2 potrebbe essere giunta ad una svolta. La Synargiem, un’azienda biotech britannica, ha sviluppato un trattamento che, secondo i dati ottenuti dai test clinici, sembra risultare efficace nel prevenire lo sviluppo di sintomi gravi nei pazienti ospedalizzati. La somministrazione della terapia è semplice: una proteina (l’interferone beta) viene inalata dai pazienti attraverso un nebulizzatore, nella speranza che ciò provochi una risposta immunitaria. I primi risultati, ottenuti dai test svolti su 101 volontari, sono incoraggianti: chi ha ricevuto il trattamento ha il 79 per cento di possibilità in meno di sviluppare sintomi critici, ha sperimentato una riduzione “molto significativa” dei problemi respiratori ed ha visto ridursi di un terzo il tempo di permanenza in ospedale.

Le buone notizie dal Regno Unito

Nick Francis, professore di medicina generale presso l’Università di Southampton, aveva mostrato un certo entusiasmo per questo trattamento già un mese fa affermando che ” si tratta di un approccio essenziale per i soggetti più a rischio perché avanti con l’età o per altri fattori” e concludendo che ” questo inalatore potrebbe essere implementato in molte aree dell’assistenza che coinvolgono i pazienti più vulnerabili”. Richard Marsden, amministratore delegato di Synairgen, ha invece espresso soddisfazione per i risultati della sperimentazione e per il fatto che il trattamento abbia ridotto significativamente la progressione, nei pazienti ospedalizzati, dall’avere “necessità di ossigeno” a quella di dover essere sottoposti a “ventilazione meccanica”. Le buone notizie circa il trattamento hanno provocato, nella mattinata di lunedì, un rialzo del 300 per cento del valore delle azioni di Synairgen. L’importanza di quanto scoperto dalla Synairgen dovrà essere validato da una pubblicazione in una rivista peer-reviewed e confermato da sperimentazioni più ampie per ottenere ulteriore credibilità.

Il caso desametasone

La comunità scientifica ed i governi hanno un obiettivo comune: lo sviluppo di un vaccino o di un farmaco efficace contro il Covid-19. Il rischio, però, è che la fretta si riveli una cattiva consigliera. Anthony Fauci ed il dottor H. Clifford Lane hanno ricordato come “per fare passi in avanti” è necessario che siano svolti meno studi ” di piccole dimensione o che producono scarse evidenze”. Una ricerca condotta dall’Università di Oxford (e lodata da Fauci) sembra essere riuscita nell’intento (vi hanno preso parte oltre 6400 pazienti) ed ha dimostrato che il desametasone, un glucocorticoide appartenente agli antinfiammatori steroidei, dovrebbe ridurre la mortalità nei pazienti più gravi ( del 36 per cento in chi è sottoposto a ventilazione meccanica e del 18 per cento in chi ha bisogno di ossigeno). Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha affermato che il desametasone può essere un potenziale salvavita per i pazienti in condizioni critiche e che bisognerà aumentarne la produzione e la distribuzione in tutto il mondo.

Le paure della comunità internazionale

Il timore di molti governi europei è che il Vecchio Continente possa trovarsi impreparato di fronte ad una seconda ondata del virus, attesa per questo autunno-inverno. Il distanziamento sociale ed il lockdown si sono dimostrati efficaci nel contenere l’espansione della malattia ma hanno avuto un costo sociale, psicologico ed economico molto alto. Un ritorno a misure restrittive prolungate significherebbe, con tutta probabilità, il collasso dei sistemi produttivi di mezza Europa con conseguenze catastrofiche. L’unica via d’uscita (ed il vero ritorno alla normalità) può venire unicamente dal settore della ricerca, abituato però a lavorare su tempi molto più lunghi e con minori pressioni sociali. Il futuro è dunque nelle mani degli scienziati che, forse per la prima volta, influiranno sugli equilibri geopolitici globali in maniera molto significativa.

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