La guerra non ci spaventa più: Il risultato del mindless scrolling è la desensibilizzazione collettiva

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Ne parlavano già grandi pensatori del secolo scorso, perciò non dovremmo sorprenderci. Gli apocalittici di Eco teorizzavano una decadenza collettiva dell’individuo, che nella società del consumo sempre più si avvicinava e si appigliava ai mass media. Il bombardamento continuo della pubblicità, della televisione, della radio e dei giornali, per il semiologo, non poteva che risultare in una anestetizzazione collettiva, un’umanità che avrebbe perso la sua naturale capacità di distinguere tra il bene e il male, il giusto e il vero, o che semplicemente non ne avrebbe più avuto voglia. Negli Scritti Corsari, Pasolini canalizzava il suo astio nelle immagini televisive, accusate di normalizzare il degrado del post guerra e di educare gli italiani all‘oblio. Stanley Cohen, invece, lo ha chiamato “State of denial”, un assoluto stato di negazione per cui intere comunità e nazioni evitano di riconoscere sofferenze, ingiustizie o atrocità, nonostante ne siano a conoscenza. Ad amplificare questo fenomeno, secondo il sociologo, concorrono meccanismi psicologici, linguistici e istituzionali che rendono possibile ignorare eventi scomodi anche quando sono sotto i nostri occhi.

E se è vero che mai come oggi abbiamo accesso a quantità impensabili di notizie e di informazione – il 68% della popolazione globale ha accesso ad internet – è anche vero che tutta questa informazione non sappiamo bene come gestirla. Tutti ci saremo chiesti, negli ultimi anni, perché non riusciamo ad interessarci di cosa sta succedendo a Gaza, in Congo, in Sudan, o nello Yemen? O meglio, perché il pensiero ci divora la testa per qualche minuto e poi viene spostato, quasi inconsciamente, in qualche luogo recondito della nostra mente? Vediamo un post, una storia. Leggiamo un breve articolo, guardiamo un video. Mettiamo like. Forse lo ricondividiamo pure. Abbiamo fatto la nostra parte. Poi, di nuovo compare un video di un bambino tra le macerie, che con le lacrime sul viso ci chiede di dedicargli un po’ della nostra attenzione, donare, parlare degli orrori della guerra, ricordare le vittime. E di nuovo ci sentiamo impotenti, quasi ci vergogniamo dell’esserci compiaciuti per la nostra piccola condivisione. E così, cadiamo in un loop

Tra i banchi di scuola e quelli dell’università, leggevamo dell’Olocausto, delle bombe nucleari del ’45, della guerra in Vietnam, delle vittime del napalm, e pensavamo: “Dov’era l’umanità? Perché hanno permesso che accadesse?”. Eppure, paradossalmente, eccoci qui a permetterlo di nuovo. Oggi guardiamo inermi le immagini e i video di luoghi geograficamente lontani ma emotivamente più vicini che mai – intere città rase al suolo, corpi senza vita dilaniati dalle bombe e grigi per la polvere, madri e padri che si abbandonano a pianti disperati, soldati che fanno esplodere interi edifici per l’ilarità collettiva di un popolo. Allora, la stessa domanda potrebbe essere posta a noi: perché non facciamo nulla per fermarlo? Perché stiamo fermi a guardare? 

Cos’è la desensibilizzazione collettiva e da dove deriva

Per fortuna, o purtroppo, non siamo in pochi a sentirci così. Sociologi e filosofi contemporanei hanno cercato di spiegarlo, e forse, guardando alle dinamiche sociali degli ultimi 50 anni, ci sono riusciti: si parla di desensibilizzazione collettiva. In poche parole, il fatto di essere costantemente esposti a tutto e quindi sempre più a conoscenza dei fatti, paradossalmente ci allontana emotivamente da essi. Ci abituiamo, e col tempo, reagiamo con sempre meno shock. Passiamo da una compilation di gattini a nude e crude immagini della guerra, e poi di nuovo a qualche utente che balla su una canzone discutibile. Tutto si confonde indistintamente in questo flussodi video e foto. Così, poco a poco, le persone smettono di essere tali e scatta il meccanismo della de-umanizzazione: le vittime diventano una lista di nomi, i morti diventano dei numeri, gli edifici distrutti probabilmente generati con l’AI. La realtà perde i suoi contorni, il senso critico si offusca e la compassione si spegne. Ciò che è distante geograficamente, non ci riguarda. 

Dopo il bombardamento, a fine giugno, di alcune basi nucleari iraniane da parte degli Stati Uniti, l’hashtag #guerra è entrato in trending su X, con congetture varie e spiegazioni sul perchél’Iran avrebbe dovuto avere interessi nel colpire l’Italia o qualche altro paese europeo. Il mondo ha cominciato a chiedersi se quell’attacco avrebbe segnato l’inizio di una terza guerra mondiale. Eppure, l’utente medio di X e di Tiktok non si è preoccupato tanto delle cause o delle conseguenze geopolitiche della guerra, ma ha pensato, piuttosto, a “come avrebbe dovuto vestirsi”. Difficile spiegare a chi è nato prima degli anni ’90 la visceralità del dark humor intrinsecamente Gen-Z, che non deriva propriamente da una mancanza di empatia, ma forse dall’utilizzo dell’umorismo come coping mechanism per emozioni a cui non si riesce a dare spiegazioni. I video più virali su Tiktok con l’hashtag WW3 (World War 3) sono stati video di missili nei cieli notturni con “We’re gonna Die Young” in sottofondo, o ancora meglio, un collage di vestiti in stile militare con scritto “WW3 Outfit Ideas”. I commenti più popolari: “Will this delay my Temu order?” (Quindi il mio ordine di Temu arriverà in ritardo?); “My first World War, kinda nervous guys” (è la mia prima guerra mondiale, sono un po’ nervoso ragazzi); “Are we still gonna have wifi tho?” (Avremo ancora il wifi, vero?). Qualcuno condivide una clip del video musicale di Bad Blood di Taylor Swift e scrive: “speriamo che la terza guerra mondiale sia così”. 

Inserire link: https://vm.tiktok.com/ZNd49ovSW/ User Eva Meganosova su Tiktok: ww3 outfit inspos. 

Potremmo dire di essere completamente fritti (dal gergo social, cooked, fried). Nel vero senso della parola. Oppure che tutto ciò è risultato inevitabile di una società ipermediatizzata, dove la realtà è costantemente frammentata e spettacolarizzata. Spesso, nel mondo scientifico, si parla di social media fatigue, la stanchezza e la confusione mentale che sperimentiamo quando passiamo troppo tempo a scorrere dei contenuti. Secondo uno studio di Made Visual del 2024, 5 miliardi di persone nel mondo usano i social media e passano circa due ore e mezza al giorno online. L’utente medio, secondo il rapporto, scorre distrattamente circa 90 metri di contenuti (300 feet), che è più o meno l’altezza della Statua della Libertà. Lo scrolling è un atto così semplice e leggero che non ci rendiamo neanche conto della quantità di contenuti che consumiamo in qualche ora. Questo avviene perché le piattaforme social sono progettate proprio per catturare e trattenere l’attenzione degli utenti. Algoritmi sofisticati curano contenuti iper-personalizzati e danno priorità ai contenuti che possono massimizzare il coinvolgimento, facendo leva su trigger psicologici come la novità o la ricompensa, e spingendoci all’utilizzo compulsivo. Nei momenti di noia, in situazioni sociali di disagio, quando siamo soli o imbarazzati, sentiamo l’istinto di prendere il telefono e scrollare, per trovare quel contenuto che inneschi il rilascio di una bella dose di dopamina

Degli effetti collaterali dell’uso spropositato dei social ne abbiamo sentito parlare fin troppo. Sembra quasi di leggere il foglietto illustrativo di un medicinale: depressione, ansia, insonnia, attitudini alimentari disfunzionali, rabbia, bassa autostima e così via.  Ma l’effetto che hanno sulla nostra capacità di empatizzare è ancora poco conosciuto. Qualcuno ha parlato di empathic distress (disagio empatico), l’esperienza di sentirsi così sopraffatti o turbati dalle sofferenze altrui, al punto da innescare un burnout emotivo e un conseguente desiderio di chiuderci in noi stessi. Secondo un report del Pew Research Center del 2024, la maggioranza degli adulti statunitensi (circa l’83% dei partecipanti all’analisi) ha affermato che leggere e sentire costantemente notizie sulla guerra in Palestina li fa sentire tristi, mentre due terzi (65%) dichiarano di essere arrabbiati e la metà (51%) ammette di provare stanchezza o esaurimento. Di questa metà, la maggior parte sono adulti sotto i 30 anni. 

Cosa possiamo fare nel concreto? 

Sentirsi impotenti di fronte ad eventi di questa portata, geograficamente lontani da noi, è normale. La frenesia delle infinite possibilità di connessione e della continua interazione con ciò che avviene nel mondo può essere sconfortante e può portarci ad uno stato di sovraccarico emotivo. Ogni notifica può inconsciamente funzionare da trigger per il nostro sistema nervoso, che per proteggersi si chiude in una forma di distacco emotivo o di colpevolizzazione passiva. Ci sentiamo inadeguati perché non facciamo abbastanza, ma allo stesso tempo non sappiamo bene cosa fare. Ma alcuni passi concreti che possiamo attuare nel nostro piccolo ci sono.

È vero, non possiamo salvare il mondo da soli. Ma possiamo smettere di essere spettatori passivi. Ogni azione individuale, anche se piccola, ha un suo peso e può fare la differenza. La desensibilizzazione collettiva non è una colpa, ma una conseguenza. In un periodo storico sempre più polarizzato, in cui il dolore altrui scorre su un feed accanto a video ricette, restare umani è un atto di resistenza