Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

L’editoria americana ha un problema con la libertà d’espressione? È il titolo di un articolo scritto dal giornalista Pierluigi Battista pubblicato sull’Huffington Post. Il quesito nasce dalla recente polemica nata in queste settimane attorno al presunto rifiuto della casa editrice Random House, che secondo alcune indiscrezioni avrebbe cassato la pubblicazione di una raccolta di saggi di Norman Mailer, in programma per il centenario della nascita dello scrittore. Fortunatamente, non è andata proprio così. Come ha spiegato il New York Times, una volta tanto non si è trattato di censura: quella raccolta, che include scritti inediti dagli archivi di Mailer ed estratti di lettere, manoscritti e interviste, è stata acquisita dalla casa editrice indipendente Skyhorse dopo che l’editore di lunga data di Mailer, Random House, si è rifiutata di fare un’offerta. Sebbene il figlio del grande scrittore abbia confessato di essere “rimasto deluso” dalla decisione, questa volta la cancel culture non c’entra.

L’isterismo woke e la libertà d’espressione

Una portavoce di Random House ha sottolineato in una dichiarazione che è “di fatto non corretto che Random House abbia cancellato un libro di scritti di Norman Mailer”, aggiungendo che il saggio non è mai stato sotto contratto e che Random House continua a pubblicare gran parte del materiale dello scrittore. Polemica chiusa? Certo che no. Come spiega il Nyt, infatti,  la decisione dell’azienda ha scatenato l’ennesimo dibattito sulla cancel culture e sulla minaccia alla libertà d’espressione che si respira in tutto il mondo anglosassone, e non solo. Secondo molti osservatori, gli editori sono diventati troppo timorosi di provocare polemiche o di diventare il bersaglio di feroci campagne sui social media e ora si rifiutano a prescindere dal pubblicare autori provocatori o polarizzanti.

E non hanno tutti i torti, anzi. Skyhorse, una casa editrice indipendente, è diventata una specie di ultimo rifugio per questi autori vittima della correttezza politica e dell’isterismo woke. Negli ultimi anni, ha raccolto titoli che sono stati abbandonati da altre case editrici, tra cui un libro di memorie di Woody Allen, e una biografia di Philip Roth, che WW Norton aveva ritirato dalla circolazione dopo che il suo autore, Blake Bailey, fu accusato di aggressione sessuale e cattiva condotta. Accusato, non condannato. “Dobbiamo constatare l’esistenza di una casa editrice rifugio come Skyhorse?” si chiede Pierluigi Battista nel suo articolo “C’è forse qualche problema di libertà d’espressione nella grande editoria americana?”. La risposta è sì. Vediamo perché.

Il dibattito sulla cancel culture

Al di là del caso specifico di Mailer, la cancel culture esiste ed è un problema serio per la libertà d’espressione. L’emergere prepotente del neomoralismo woke ha indotto molti editori a rinunciare a pubblicare libri già sotto contratto per timore di ripercussioni di vario genere e di essere marchiati a vita dai crociati della correttezza politica. Senza contare il fatto che in piena ondata censoria, dopo le polemiche sulla scarsa rappresentazione delle minoranze nel mondo dell’editoria libraria, alcune case editrici hanno dovuto nominare dei consulenti specificamente dedicata al tema dell’inclusività: la casa editrice HarperCollins UK, ad esempio, ha nominato a inizio 2021 Maheen Choonara “manager della diversità, dell’inclusione e dell’appartenenza”. Sola la presenza di una figura di questo tipo la dice lunga sul clima che si respira nell’editoria.

Tempi duri soprattutto per gli autori che sfidano la correttezza politica. Come ricorda il Guardian, lo scorso aprile, più di 200 dipendenti di S&S negli Stati Uniti hanno chiesto ai vertici dell’azienda di ritirare un contratto a sette cifre con l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence. Non esattamente l’ultimo degli sconosciuti. Motivo? Era a fianco dell’odiatissimo Donald Trump. È successo anche che alcuni autori di orientamento progressista abbiano deciso di non pubblicare le proprie opere con case editrici che accoglievano, nel proprio catalogo, personalità legate al mondo della destra americana. Roxane Gay, ad esempio, ha ritirato un contratto di un libro con S&S nel 2017 dopo che quest’ultima aveva deciso di pubblicare un titolo del provocatore della “alt-right” Milo Yiannopoulos (che poi è stato effettivamente annullato).

Pankaj Mishra ha rivelato di aver scritto al suo editore, Penguin Random House India, per chiedergli di riconsiderare la ristampa di un libro del primo ministro Narendra Modi durante la crisi del Covid-19 nel Paese. E ancora: Hachette ha annullato un contratto con la scrittrice femminista Julie Burchill per il suo libro Welcome to the Woke Trials a causa di alcuni tweet definiti da alcuni “islamofobi” e il personale della stessa casa editrice aveva minacciato di interrompere la collaborazione con la madre di Harry Potter, J.K. Rowling, per via delle sue dichiarazioni contro l’ideologia transgender. Per non parlare della guerra dichiarata del personale della Penguin Random House Canada contro l’ultima fatica dello psicologo canadese e life coach Jordan Peterson, vittima di una “fatwa” per via delle sue prese di posizione contro il politicamente corretto. E così via. Autori spesso messi alla gogna non certo per la qualità dei loro scritti ma aver espresso mere opinioni in netta controtendenza rispetto alla vulgata liberal-progressista. Quanto basta per essere censurati e “cancellati”, con buona pace della libertà di espressione. 

I classici vittima del politically correct

Non ci sono solamente gli autori contemporanei a essere vittima della cancel culture. Stessa sorte, come più volte abbiamo riportato sulle colonne di questa testata e del Giornale.it, è toccata ai grandi classici della letteratura. Nel febbraio dello scorso anno, l’Università di Leicester annunciava l’intenzione di accantonare il gigante letterario Geoffrey Chaucer a favore di “modelli sostitutivi che rispettino di più razza e genere”. L’Università ha giustificato tale scelta con l’esigenza di “modernizzare i piani di studio rendendoli più adeguati alla sensibilità e alle prospettive degli studenti di letteratura inglese”. Stessa sorte per William Shakespeare, finito nel tritacarne della cancel culture con le sue meravigliose opere boicottate, rivisitate, decontestualizzate. Non più tardi dello scorso ottobre, il celebre Globe Theatre di Londra – il teatro londinese ricostruito nel 1997 dove recitò la compagnia di Shakespeare – ha organizzato una serie di “seminari antirazzisti” per sviscerare e riflettere sulle opere del Bardo. Nel mirino c’era soprattutto La Tempesta, opera che appartiene all’ultima fase della produzione del drammaturgo inglese, bollata già da tempo nel mondo anglosassone come “razzista” e “colonialista”.

Se anche Mark Twain diventa razzista

E che dire de Le avventure di Tom Sawyer, il grande classico di Mark Twain? I democratici del New Jersey hanno cercato di censurare il libro e ordinarne la rimozione dai programmi scolastici. L’obiezione è che sì un romanzo che parla di razzismo, ambientato lungo le rive del Mississippi nel 19° secolo, con uno schiavo fuggito come uno dei suoi personaggi principali, ma include insulti razziali. E dunque va rimosso, cancellato. Sempre nella roccaforte dem del New Jersey, due membri afroamericani dell’Assemblea hanno introdotto tempo addietro una risoluzione chiedendo ai distretti scolastici di rimuovere Le avventure di Huckleberry Finn, altro gioiello di Twain, per via degli “insulti razzisti” in esso contenuti e a causa delle “rappresentazioni di atteggiamenti razzisti che potrebbero turbare gli studenti”.

Perché i pasdaran della cancel culture, se qualcuno ancora non se ne fosse accorto, non si fermeranno dinanzi a nulla: tutto ciò che è prodotto dall'”uomo bianco” e dalla “cultura patriarcale”, secondo la loro ottica ideologica, fondamentalista e totalitaria, merita di essere rimosso. Come spiega l’intellettuale francese Alain de Benoist nel suo saggio La nuova censura. Contro il politicamente corretto, edito in Italia da Diana Edizioni, “ai giorni nostri la censura si giustifica così con il diritto delle minoranze a non essere offese. Queste minoranze non sono affatto delle comunità o dei corpi costituiti nel senso tradizionale del termine, ma gruppi disarticolati di individui che, in nome di una supposta origine o di un orientamento sessuale del momento, cercando di disarmare ogni critica sulla sola base della loro allergia alla stigmatizzazione. La loro strategia è riassumibile in tre parole: sbalordire, colpevolizzare, imporsi. E per fare questo, atteggiarsi a vittime”.

Qual è il crocevia del mondo di domani?
È lì che vogliamo portarvi