Due rivolte, due interi Paesi in piazza e un unico filo conduttore: giovani che alzano la voce e chiedono maggior spazio. In Kenya e in Bangladesh, in particolare, da settimane sono in corso proteste anti governative esplose dopo l’annuncio di nuove tasse o di nuove norme, come nel caso bengalese, che limitano l’accesso al lavoro di molti giovani. La cosiddetta “generazione Z” sta quindi provando a imporsi ed è per questo che si può parlare di vera e propria guerra generazionale. Ma come mai è proprio dal “Sud del mondo” (che poi tanto Sud non è) che sta arrivando in modo più forte e intensa la voce dei giovani del XXI secolo?
Dal Kenya la spinta per un’Africa diversa
A Nairobi le proteste hanno avuto da subito nel mirino l’aumento delle tasse sui beni di prima necessità, deciso dal presidente William Ruto per via di un progressivo deterioramento del debito del Paese africano. Nel giro di poche ore, nella stessa Nairobi e in altre città del Paese è partita un’autentica battaglia: in migliaia, specie tra i più giovani, hanno occupato vie, piazze, stazioni e università e nel primo giorno di proteste è stato dato anche l’assalto al parlamento. Pochi giorni dopo Ruto ha ritirato l’aumento delle tasse, le proteste però sono ugualmente andate avanti e stanno andando avanti anche in questi giorni.
Chi è sceso in piazza dunque, non aveva solo l’impennata dei prezzi nel mirino. Ben presto le richieste sono state anche altre: le dimissioni di Ruto, la convocazione di nuove elezioni, indagini sugli scontri e sulla repressione della polizia. In questo clima di emergenza, è possibile ravvisare un elemento di normalità: i giovani in piazza hanno chiesto, al pari di come avviene in altre parti del mondo, meno tasse e maggiore trasparenza. In nome di un miglioramento della qualità della vita e della ricostruzione di una fragile democrazia keniana. Si tratta di un quadro ben diverso dalle lotte in cui sono cadute le passate generazioni del Kenya, le quali invece hanno avuto come filo conduttore rivendicazioni di natura etnica e hanno riguardato soprattutto le campagne.
Le rivoluzioni di oggi sono figlie dei nuovi legami sociali nati nelle città, in quelle metropoli come Nairobi per l’appunto dove una rapida urbanizzazione ha portato a problemi economici e ambientali molto gravi ma, al tempo stesso, ha avviato una fase di rapido cambiamento. I figli di chi si è spostato in città tra gli anni ’90 e 2000 vivono le dinamiche urbane e, nella maggior parte dei casi, hanno dimenticato i contesti riguardanti il villaggio, la tribù o l’etnia di provenienza. “Non è più l’Africa delle tribù e dei capi villaggio – ha scritto su RivistaAfrica alcuni anni fa il compianto giornalista Raffaele Masto – negli slum si stanno sviluppando legami di grande interesse”. Il Kenya può allora rappresentare un esempio o un’anticipazione del futuro di un’Africa diversa, in grado di farsi strada all’ombra dei grattaceli delle sue metropoli e nel buio dei vicoli più sperduti delle sue periferie.
Quei giovani bengalesi che non vogliono vedersi soffiato il futuro
In Bangladesh non sono state nuove tasse ad agitare i giovani, ma lo spettro di vedersi preclusa una buona fetta di futuro. Il governo della premier Sheikh Hasina ha infatti varato a giugno una norma che destina il 30% dei futuri posti pubblici ai reduci e veterani della guerra del 1971, quella che ha dato al Paese l’indipendenza dal Pakistan. Pochi giorni dopo, in migliaia tra i più giovani hanno occupato le università e hanno paralizzato la capitale Dacca e le altre metropoli. Per loro, già alle prese con un’elevata disoccupazione giovanile, quel 30% da destinare ai veterani ha assunto la forma di un vero e proprio scippo delle proprie prospettive.
Per capire il perché basta dare un occhio ai grandi numeri: la popolazione del Bangladesh è passata da 50 a 90 milioni di abitanti tra gli anni ’60 e ’80 e oggi conta oltre 170 milioni di cittadini. Vuol dire che ci sono molti giovani e infatti il 60% della popolazione appartiene alla categoria under 25. Un vero e proprio esercito di ragazze e ragazzi che però deve fare i conti con un’offerta di lavoro molto limitata. E questo nonostante una crescita economica sostenuta nell’ultimo decennio, al ritmo del 6% annuo.
In un contesto del genere, una legge che toglie a priori la possibilità di accedere a una parte dei posti pubblici ha fatto scattare l’ira della generazione Z. La quale si è vista riconoscere, da parte dell’Alta Corte, la riduzione al 5% dei posti destinati ai veterani. Anche qui però le proteste stanno andando avanti: la rabbia di molti giovani consiste nella difficoltà non solo di avere lavoro, ma anche di avere voce in capitolo in un sistema politico ancora dominato da una classe dirigente anziana e sempre più mal sopportata.
La spinta dei giovani del “Sud globale”
Tornando alla domanda di inizio articolo, sembra proprio non sia un caso se la voce della generazione Z si stia facendo sentire sempre di più in Paesi come Kenya e Bangladesh. Entrambi hanno una popolazione molto giovane ed entrambi hanno un’economia in crescita. Le nuove generazioni dunque, sono consapevoli di rappresentare la maggioranza della popolazione, hanno accesso a maggiori servizi, quali tra tutti l’istruzione, sono sempre più urbanizzate e non vogliono perdere il treno di una crescita economica non sempre armonica e anzi spesso origine di maggiori diseguaglianze.
Non deve quindi sorprendere, in definitiva, se sarà proprio dal sud globale che si solleveranno le voci più animate e più incisive dei giovani del XXI secolo. Oggi lo si sta vedendo in Kenya e in Bangladesh, domani lo si vedrà in altri Paesi in via di sviluppo e in via, soprattutto, di radicale trasformazione.