La generazione rabbiosa della Francia: ecco chi anima la rivolta urbana

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Hanno nomi maghrebini, nemmeno vent’anni, vanno in moschea con i genitori ma si sono fatti sedurre dalla coca cola e dallo smartphone come qualsiasi coetaneo che si rispetti. Il risultato? Non sentirsi a casa in nessun posto, né in Africa, da dove sono partiti i loro avi, tantomeno in Francia, dove la maggior parte di loro è nata e cresciuta. È questo il sommario ritratto di questa jeunesse enragé che sta mettendo a ferro e fuoco le strade di Francia. Sono ragazzi confusi, che non hanno tagliato i ponti con le origini ma che non sono piegati al mero assimilazionismo, sui quali all’accorciamento delle distanze ingenerato dalla globalizzazione ha prodotto più confusione che libertà. Nahel era uno di loro: appassionato di rap e motociclismo, descritto come un “ragazzo tranquillo”, anche se a volte con comportamenti “borderline”, cresciuto da solo dalla madre a Nanterre in un condominio nel quartiere Pablo-Picasso, ai piedi de La Dèfense. Finita la scuola, tanti lavori saltuari, poi, un corso di inserimento nell’associazione Ovale Citoyen che segue i giovani attraverso lo sport, stabilendo una collaborazione con il club di rugby di Nanterre.

Una Francia sempre più violenta

Ai drammi di questa generazione, questo si aggiunge una società francese sempre più arrabbiata e complessa, che vive da almeno vent’anni sorti alterne scatenate ora dal terrorismo islamista, ora dalla crisi economica: e poi ancora la pandemia, i jilets jaunes, le spinte sovraniste e il pugno duro di Parigi a ondate. Senza dimenticare che avere vent’anni, in qualsiasi società, è spaventoso e complesso, oggi ancora di più. Sui social media che attirano i giovani in maniera trasversale, corrono le immagini delle proteste, si propagano messaggi e si invita all’azione, tanto da indurre il presidente Emmanuel Macron a puntare il dito proprio contro queste piattaforme, ree di esacerbare lo scontro. In realtà, sugli stessi canali dove si moltiplicano immagini e appelli alla lotta, numerosi giovani della stessa Francia che ora mette a ferro e fuoco il Paese puntano il dito contro i coetanei, accusandoli di pregiudicare la propria immagine sia in Francia che nei Paesi di origine, dove i nonni probabilmente scuotono il capo con dispiacere.

I ventenni delle banlieue

La sociologia contemporanea aveva spiegato, decenni fa, perché il Sessantotto piombò a ciel sereno proprio in quel momento della storia: perché alla fine degli anni Sessanta, diventarono ventenni i boomer che avevano assistito alla transizione dal materialismo al post-materialismo. Mutatis mutandis, nella società contemporanea, e in quella francese votata al multiculturalismo ancora di più, ha raggiunto l’età del consenso proprio quella generazione che è nata agli albori del villaggio globale. E questo vale anche per i francesi figli di emigrati, per i giovanissimi delle banlieue, così simili ai ragazzi europei armati di Tik Tok ma così diversi per via dell’humus culturale nel quale si sono formati. Dove Parigi arriva come una matrigna cattiva, mentre sul futuro soffia il vento della nostalgia per un Paese d’origine che idealizzano. Un tempo, tornare “a casa” era per loro un’impresa, un esercizio di nostalgia che avveniva ogni tot a bordo dell’auto del babbo riempita come un uovo, viaggiando ammassati per giorni in direzione sud. Ora le compagnie low cost hanno squarciato quel velo di nostalgia e di mistero e permettono di nutrire a dovere quelle radici che non ne hanno mai voluto sapere della Ville lumière e delle sue sorelle.

I danni dell’assimilazionismo

Una generazione che vive il disagio e la povertà ma che non sta mettendo a ferro e fuoco le città francesi solo per una mera condizione economica. Si tratta di una rabbia esistenziale che affonda le sue radici in questioni che l’establishment francese non ha mai voluto affrontare: non a caso, rispetto alle proteste del 2005, in questi giorni gli epicentri delle violenze non ricalcano tout court la faglia del censo ma sono molto più capillari. I ragazzi coinvolti sono quelli che sentono su di sé quelle famose venti probabilità in più di essere fermati e controllati dalla polizia per via della loro etnia, registrate in uno studio del 2021. Il loro abbigliamento “misto”, per numerosi studiosi, non è segno di felice ibridazione, bensì un rimarcare la propria diversità pur essendo presenti nel tessuto scolastico, lavorativo, urbano. Non solo, ma sentono che quella diversità che viene rimarcata attraverso l’hijab o il qamis (oggetto di nuovo dibattito sul suo eventuale bando) è costantemente “minacciata” da norme sulla laicità in continuo aggiornamento che, per questi giovanissimi, non trovano ragione nella lotta al “separatismo islamico“, bensì inseguono un modello assimilazionista votato all’appiattimento, che non fa altro che generare risentimento e che non insegna loro ad amare la Francia.

Violenti e non in strada insieme

Molti dei ragazzi che erano alla cerimonia per salutare Nahel non lo conoscevano. Lo chiamano “figlio”, “fratello”, “amico”. In molti, ora in strada, sono figli del disagio, ma non sono tutti figli delle banlieue. Molti hanno precedenti, tanti altri hanno una vita immacolata. Ma la logica che li ha portati in strada è la medesima: colpito uno, si sentono colpiti tutti e tutti in pericolo. Ma non bisogna cadere nell’errore di pensare che questa sia una novità. La Francia conosce bene questi ragazzi perché nelle banlieue non c’è mai stata mezza misura: o si lascia fare o si procede con blitz occasionali, durissimi, che lasciano il tempo che trovano.

Le violenze di questi giorni rischiano di fare di tutta l’erba un fascio, ritraendo con un unico tratto il volto di una generazione e di un pezzo di Francia: lì in strada, a Marsiglia come a Parigi, ci sono i violenti abituali che vivono come pusher, che animano gli scontri tra bande a danno delle loro stesse comunità; ma fra gli arrabbiati ci sono anche i figli innocenti dell’assimilazione mal riuscita che sentono, ad ondate continue, un richiamo: quel richiamo questa volta è stata la morte di Nahel. Come è stato nel 2005 e nel 1979, con la famosa prima sommossa a Vaulx-en-Velin, alle porte di Lione. A fare da contraltare alle violenze nelle piazze, dove è ben presente anche la jeunesse dorée bianca e francese fino all’osso, la triste compostezza della cerimonia funebre per salutare Nahel. Al suo funerale moltissimi i giovani, tanti vestiti con le con caratteristiche djellaba, in una cerimonia il più intima possibile, lontana dalle telecamere. Ma soprattutto una nonna, osservatrice di quella rabbia, figlia anch’essa dello stesso multiculturalismo fallito, ma rassegnato e mesto, pronta a chiedere il fermarsi delle violenze al grido di “Fermatevi! Sono le mamme che prendono gli autobus!”.