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Stavolta non si parla di un abbattimento di statua da parte di una folla di manifestanti esagitati, come molte altre volte era accaduto. Né tantomeno della rimozione di un monumento a qualche esponente della Confederazione sudista. E del resto sarebbe difficile, dato che la vicenda si svolge a New York, città che pure ai tempi della guerra mostrò qualche simpatia per la causa confederata.

Stavolta parliamo di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti e del monumento ospitato sin dal 1833 nella sala del consiglio cittadino, del quale la commissione sugli arredi urbani nominata dal sindaco dem uscente Bill DeBlasio ha decretato la rimozione. A differenza delle statue del generale Lee o di altri esponenti politici controversi come il presidente Andrew Jackson, che deportò i nativi oltre il limite degli Appalachi, o il senatore John Calhoun, uno dei più strenui difensori della schiavitù, la commissione della statua del padre fondatore non fu legata a motivi che oggi consideriamo deplorevoli e in qualche caso erano considerati deplorevoli anche allora. La sua creazione fu pagata dal primo commodoro di religione ebraica Uriah Levy, in omaggio all’impegno di Jefferson per la libertà religiosa, rappresentato dall’approvazione dello statuto della libertà religiosa in Virginia, scritto nel 1777 e approvato nel 1786, di cui andava così fiero tanto da volerlo scritto sull’epitaffio della sua tomba.

L’accusa di schiavitù

Un provvedimento che tolse lo status di chiesa ufficiale al culto anglicano e garantiva piena cittadinanza non solo a tutti i cristiani, ma anche agli ebrei, agli induisti e ai musulmani, superando di slancio la Madrepatria britannica che avrebbe aperto soltanto ai cattolici le porte delle cariche pubbliche nel 1829. Si sa però che a rendere indigesto ad alcuni progressisti la celebrazione di Jefferson è l’eredità della schiavitù, sulla quale ha puntato il dito la consigliera afroamericana Adrienne Adams, ritenendola “vergognosa” e sulla quale bisogna voltare pagina.

Ma è giusto legare Jefferson al suo essere stato un possessore di schiavi? Secondo le stime del centro studi ospitato nella tenuta di Monticello, ben seicento schiavi sarebbero passati dalla tenuta, dove erano impiegati nelle mansioni più disparate, tra cui il fornire una bottiglia di vino piena al padrone di casa tramite un complesso sistema di trasmissione pneumatica collegato alla cantina. Una di esse, Sally Hemings, secondo molti studi e anche alcune evidenze archeologiche, sarebbe stata la sua concubina dalla quale avrebbe avuto ben sei figli. Nelle oltre 35mila lettere scritte da Jefferson nel corso della sua vita, Sally Hemings viene nominata soltanto alcune volte e in modo molto laterale. Non certo come l’amore della sua vita.

Avrebbe potuto utilizzare il suo status sociale e il suo immenso prestigio politico per sfidare le convenzioni e sposare una schiava magari dopo averla liberata? Questo coraggio però mancò persino a un noto abolizionista come il deputato della Pennsylvania Thaddeus Stevens, attivo al Congresso dal 1859 al 1868, che non sposò mai la sua stretta collaboratrice afroamericana Lucy Hamilton Smith, conosciuta dai suoi vicini di casa e conoscenti come “signora Stevens”. Jefferson liberò i figli di Sally Hemings e i suoi fratelli maggiori, ma lasciò l’incombenza di lasciarle “del tempo libero” (una liberazione informale) alla figlia Martha. Fin qui la sua condotta persona, che gli standard attuali non possono che ritenere inaccettabile.

La posizione di Jefferson sugli schiavi

C’è però un altro piano sul quale l’azione di Jefferson si è espressa: quella della battaglia delle idee. Quello che è stato il più grafomane dei capi di Stato statunitensi non ha mai avuto parole tenere per un’istituzione alla quale tenevano molti suoi contemporanei, anche a livello ideologico. La definiva “una depravazione morale” e una “macchia odiosa” per la giovane repubblica americana. A livello filosofico, pensava che le leggi che tutelavano la “peculiare istituzione” fossero contrarie allo stato di natura che garantiva una libertà di fondo a tutti gli esseri umani. Anzi, non solo: volle mettere questo per iscritto nella dichiarazione d’indipendenza. E fu solo per la dura opposizione dei delegati del Sud Carolina che non venne inserito un attacco diretto al “re cristiano di Gran Bretagna” che aveva deportato persone “che non ci avevano mai fatto del male e le ridusse in schiavitù in un altro emisfero”. In un altro suo scritto, le Notes on the state of Virginia del 1782 definì la morale dei proprietari di schiavi “molle”: insomma, un problema tanto per i padroni quanto per gli schiavi.

Se oggi ciò appare paternalista, all’epoca la sua visione aveva tutti i crismi della radicalità. La cosa è stata sottolineata anche dallo storico di Princeton Sean Wilentz, liberal e sostenitore di Hillary Clinton, che dice che la statua “onora il contributo di Jefferson all’umanità intera”. Un rilievo che condivide anche Annette Gordon Reed, docente afroamericana ad Harvard ed esperta di Jefferson: “Mischiare insieme un Padre Fondatore con i confederati rischia di minimizzare i crimini di questi ultimi”. Non possiamo quindi che condividere quanto detto un anno fa da Shannon LaNier, discendente di Jefferson e di Sally Hemings: “Era un uomo brillante che predicava l’uguaglianza ma non la metteva in pratica. Io esisto proprio per questo motivo”.

L’attacco insensato degli ultra liberal

Il contributo quindi di un uomo con delle profonde lacune personali alla causa della democrazia è ciò che va ricordato. E forse l’ipotesi che la statua non verrà abbattuta, come vorrebbe Charles Barron, membro dell’assemblea cittadina ed ex membro delle Black Panther, ma posta nella Società Storica di New York, dove Jefferson sedeva nel comitato scientifico, lascia ben sperare su un un futuro ripensamento.

Di certo ha fatto meno rumore la ricostruzione di una statua vandalizzata lo scorso giugno a Madison, in Wisconsin, vicino al Campidoglio statale: si tratta di quella di Hans Christian Heg, un abolizionista di origine norvegese morto nella battaglia di Chickamauga nel 1863. I manifestanti, pensando che fosse una statua confederata, in uno stato fortemente unionista, l’avevano abbattuta e decapitata, correggendo il tiro in seguito e affermando che lo avevano fatto per attirare l’attenzione sull’ingiustizia razziale in Wisconsin.

Il governatore dem Tony Evers ha voluto ad ogni costo ricostruirla, rimettendola nell’esatta posizione nella quale si trovava, grazie a un prestito federale e all’interessamento dei discendenti di Heg. Si è andati troppo oltre, in questi due casi. Forse il tempo delle rimozioni improvvisate sta per terminare.