Una domanda circola con insistenza sin da quando si è iniziato a parlare di nuovo coronavirus: è possibile che il Sars-Cov2 sia un prodotto di laboratorio? E quindi: se davvero il nuovo coronavirus fosse un patogeno creato in laboratorio, saremmo in grado di accorgercene? Tanti scienziati si sono misurati con questo quesito. Per ora, la risposta maggioritaria verte sul “no”. Per motivi legati soprattutto alla sequenza genetica. Ma c’è anche chi continua a sostenere il contrario. Wuhan, il principio della diffusione virale, può alimentare una suggestione. Un po’ perché nello stesso luogo da cui sarebbe partita l’epidemia è presente un laboratorio BSL4, dove si analizzano proprio i virus più pericolosi, e un po’ per via di alcune dichiarazioni riguardo all’origine del Sars-Cov2 che, assecondando il complottismo o meno, hanno comunque segnato il dibattito nel corso di questi mesi. L’ultima presa di posizione, in ordine di tempo, è stata quella della professoressa  Li Meng Yan, che ha rilasciato affermazioni precise, oltre a promettere prove della natura ingegneristica del virus in breve tempo. Il Sars-Cov2, dice la studiosa, è un prodotto del laboratorio di Wuhan. E lo dimostrerà, ha aggiunto. 

Il dibattito

La questione, nonostante la scienza ufficiale continui a battere sull’origine naturale del Sars-Cov2, rimane piuttosto discussa. Buona parte della dialettica non può che ruotare attorno al genoma, che è un po’ la carta d’identità di un patogeno. Una delle frasi balzata agli onori delle cronache sul tema in questi mesi l’ha pronunciata il premio Nobel per la medicina Luc Montagnier, che si è posto sulla linea di coloro che ritengono artificiale l’origine del nuovo coronavirus. Quella posizione, all’epoca, ha fatto molto scalpore. Se non altro per via dell’appartenenza di Montagnier alla scienza ufficiale. Il mistero, se c’è, dovrebbe essere risolvibile, viene spesso affermato. Perché le sequenze genetiche sono pubbliche. Dunque, se il genoma del virus fosse stato modificato, un esperto dovrebbe poterne avere subito contezza. E le tesi simili a quella di Montagnier verrebbero bocciate con facilità. E dunque perché continuare ad interrogarsi su questo punto se la scienza, che studia le sequenze genetiche (che sono pubbliche) è certa che l’origine del Sars-Cov2 sia naturale? Perché c’è un “però” che può mischiare le carte in tavola.

Il problema della “traccia”

Ralph Baric è un micro-biologo ed un immunologo di fama internazionale che è stato intervistato da Presadiretta, così come riportato dall’Huffington Post. Anche in questo caso il ragionamento dello studioso è centrato sulla nascita del nuovo coronavirus: “Nella chimera che abbiamo realizzato in America nel 2015 col virus della Sars – ha detto Baric – , insieme alla professoressa Zheng-li Shi dell’Istituto di Virologia di Wuhan, avevamo lasciato delle mutazioni-firma, per cui si capiva che era frutto di ingegneria genetica. Ma, altrimenti non c’è nessun modo di distinguere un virus naturale da uno realizzato in laboratorio”. Un virus di laboratorio, quindi, potrebbe essere distinto da un virus naturale a causa di questa “traccia”. In misura contraria, non esisterebbe la possibilità di distinguere un patogeno artificiale da uno naturale. Questo, almeno, nel caso in cui si volesse costruire un virus ex novo. Un’operazione che sarebbe possibile anche senza “firma” dell’autore. Quella di Baric è una versione che, se confermata, metterebbe in crisi le affermazioni della scienza ufficiale sul Sars-Cov2. Sinteticamente: dire che la sequenza genetica del virus è naturale non basterebbe più per smentire chi pensa che il virus sia il frutto di un esperimento fatto a Wuhan.

Il parere del professor Massimo Ciccozzi

Per dipanare meglio ogni dubbio attorno alla possibilità che una “traccia” possa non essere lasciata, abbiamo deciso d’interpellare il professor Massimo Ciccozzi, che avevamo già intervistato per InsideOver su come il Sars-Cov2 sia arrivato in Italia. Il professor Ciccozzi è il vertice della Unità di statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus BioMedico: “Con l’ingegneria genetica possono essere create molte chimere. Dare una mutazione o dare una lettura diversa alla proteina che si sta formando… Non so se si può mettere una firma. Di sicuro possono essere create chimere di laboratorio, ma il problema non è questo”. E qual è? “Crearle per fargli fare quello che voglio. Io posso creare una chimera sperando che faccia quello che voglio, ma poi il virus non si comporta così. Se l’ospite è quello usuale, quello in cui il virus vive da cento anni, io posso ottenere dei risultati. Se l’ospite invece è diverso, beh, allora cambia. Teniamo presente che il virus muta per definizione. Le mutazioni possono evitare che il virus faccia quello che io intendo fargli fare”. Quindi è immaginabile creare un virus da laboratorio senza che gli altri se ne accorgano? “No, non credo proprio. Noi abbiamo esaminato tutte le sequenze del coronavirus in database: nessuna di quelle sequenze solleva l’ipotesi che questo sia un virus creato in laboratorio. Questo è un virus naturale“. Ciccozzi non crede nell’origine da laboratorio: “Non ci credo sino a prova contraria, ma parlo di prove certissime che ad oggi non abbiamo”. E ancora: “Si tratta – questo sì – di un virus “molto virus”. Il Sars-Cov2 si comporta in maniera precisa, e non sbaglia una virgola. Ha un correttore di bozze più efficiente rispetto a quello di altri virus, come quello dell’Hiv. Dunque, è un virus che sa fare il virus, ma è un virus. Ecco, l’ingegneria genetica può forzare l’evoluzione, anticipando alcuni tempi, ma creare come se non si veda non credo che sia possibile”. In che senso? “L’ingegneria genetica può anticipare. Se per un salto di specie verso l’uomo ci sono voluti venti anni, io ce ne posso mettere dieci. Perché la mutazione la indico io. Però non basta: perché la mutazione deve andar bene al virus, gli deve dare un vantaggio evolutivo, altrimenti il virus la perde”. E quindi? “Quindi se io inserisco una mutazione per far vedere che non esiste una saldatura, poi magari il virus quella mutazione la perde. Dobbiamo imparare molto da virus del 2003: non è sparito, ma ha avuto una mutazione che gli ha permesso uno spillover chissà verso quale animale. Quel virus ha cambiato l’ospite, punto”. Non lasciare traccia di laboratorio su un virus, in fin dei conti, sembra davvero molto difficile.

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